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pubblicato: mercoledì, 10 luglio, 2013

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F-35, spese militari e Forze armate in Italia

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La questione, ancora tutt’altro che risolta, relativa all’opportunità del previsto acquisto di una novantina di cacciabombardieri F-35 sta tenendo banco nell’informazione di queste ultime settimane in forma quasi ossessiva, anche se il tema è sul tavolo della politica da oltre un anno e mezzo, nell’ambito di un confronto ormai abbastanza chiaramente delineato tra posizioni nette.

Da un lato, settori anche piuttosto lontani dalla sinistra antimilitarista che vede tradizionalmente come il fumo negli occhi ogni stanziamento per il potenziamento delle nostre forze armate si sentono a disagio di fronte a un esborso di tale entità, in una stagione di continua restrizione dell’impegno economico pubblico per i servizi ai cittadini. D’altro canto, la risposta che queste istanze ricevono dai vertici della Difesa è più o meno sempre la stessa: chiedere di tagliare le spese militari è facile populismo, perché mette in gioco i sentimenti di naturale e comune rifiuto della guerra in modo assolutamente improprio e infondato; un armamento efficiente serve soprattutto per la propria difesa e per il consolidamento della propria sicurezza sul piano internazionale; l’assenza di minacce concrete e imminenti di natura militare è generata proprio dalla nostra appartenenza a un efficiente sistema di difesa sovranazionale, a cui abbiamo il dovere di contribuire.

Io sono incompetente di questi temi dal punto di vista strettamente tecnico, ma proprio per questo, in qualità di cittadino che vorrebbe informarsi su come vengono spesi i suoi soldi, mi piacerebbe che l’opinione pubblica uscisse da questa strettoia di contrapposizioni per darsi risposte a domande che, finora, sui principali mezzi d’informazione, non ho ancora trovato. In effetti, entrambe le posizioni in linea teorica potrebbero essere condivisibili, date certe condizioni, ma quello che molti cittadini non conoscono a fondo sono proprio le condizioni di cui si sta parlando, e finché non si riparerà a queste lacune ogni discorso sarà vuoto di significato.

In due parole, io tendenzialmente concordo col fatto che la nostra difesa, la difesa di uno stato che con tutti i suoi limiti ci garantisce una serie di diritti e servizi che rispetto al resto del mondo sono di buona qualità sia politica che economica, sia importante, e che debba essere alimentata con progetti autonomi, anche perché questa è l’unica strada per garantirci spazi di autonomia diplomatica nei rapporti internazionali, e per ridimensionare il peso degli alleati NATO nella nostra sicurezza, obiettivo che paradossalmente proprio gran parte dell’opinione pubblica antimilitarista propugna con forza.

Ma le nostre Forze armate sono effettivamente uno strumento adeguato a raggiungere questi fini? Se non lo sono, c’è il rischio che spendere soldi per armarle corrisponda a buttarli in un pozzo senza fondo e senza ritorno(spero si apprezzi l’eufemismo). E dubbi di questo genere sono legittimi. Tempo fa rileggevo il datato, ma ancora assai lucido nella proposta interpretativa, saggio che Giorgio Rochat aveva preparato per la fondamentale raccolta su Il sistema politico italiano curata nell’ormai lontano 1973 da Paolo Farneti. In esso, l’autore tentava una prima analisi funzuionale dell’effettivo ruolo delle Forze armate nella realtà sociale e istituzionale italiana del secondo dopoguerra, e i risultati, fondati su una cospicua messe di dati, erano impietosi, perché se si eccettuavano alcuni reparti di eccellenza mantenuti in piedi essenzialmente per integrarsi con le forze NATO e per i quali quindi la responsabilità dello stato italiano era solo parziale, l’apparato per la nostra difesa svolgeva sostanzialmente queste funzioni:

  • rappresentare lo sbocco per il mantenimento economico di personale proveniente da classi sociali sostanzialmente marginalizzate dallo sviluppo economico (con la rigidità delle categorizzazioni diffuse all’epoca della stesura, ma in modo sostanzialmente convincente, Rochat individuava nella “piccola borghesia” il bacino di provenienza degli ufficiali e nel “sottoproletariato” quello di sottufficiali e truppa in ferma lunga);
  • farsi, con la sua sola presenza in certe zone o col supporto indiretto alle forze di polizia per attività di sorveglianza straordinaria, strumento di controllo sociale e di deterrenza per eventuali contrasti nella vita collettiva;
  • essere luogo di trattativa e compensazione per la gestione di prebende statali mascherate a grandi aziende pubbliche e private del settore meccanico, che sostanzialmente attraverso le commesse militari potevano sopravvivere alla concorrenza internazionale senza adeguarsi, mantenendo i propri posti di lavoro senza risolvere eventuali problemi di produttività.

Era insomma desolante lo scenario di un settore del servizio pubblico che veniva mantenuto essenzialmente per essere pronto ad affrontare con professionalità e capacità specifiche situazioni di eccezionale gravità, e in cui invece di tutte le qualità necessarie alla bisogna non v’era traccia: le assunzioni erano in pratica sostitutive dei nostri scarni ammortizzatori sociali, le spese avvenivano sulla base di criteri di natura politica e lobbistica, il “nemico” a cui si sembrava più interessati era la società che si doveva difendere.Da allora è passato un quarantennio che ha visto, in primo luogo, la soppressione dell’istituto della leva obbligatoria, il maggiore impegno organizzativo delle Forze armate italiane dal 1945 in poi.  Si è quindi individuata nella professionalizzazione e nella gestione delle situazioni di emergenza acuta la vera ragion d’essere di tutto l’apparato. Ma quanto e come le cose sono veramente migliorate da questo punto di vista? Si sono verificati apprezzabili mutamenti strutturali nell’allocazione delle risorse? Quanto sono migliorate le nostre capacità strategiche? Quanto è cambiata la qualità dei militari, che per definizione, da professionisti, dovrebbero ricevere una formazione tecnica di prim’ordine come avviene in tutti i paesi sviluppati? Solo a fronte di un sostanziale incremento qualitativo in questi settori ha senso alimentare il settore della nostra difesa, perché se tutto è rimasto simile al 1973 allora è inutile metterci altri soldi. Ed è questa, secondo me, la base conoscitiva da cui dovrebbe partire il dibattito.

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