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pubblicato: domenica, 29 settembre, 2013

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Matteo Renzi e l’università: luoghi comuni da evitare

Il 20 settembre scorso, partecipando a Otto e Mezzo, Matteo Renzi ha fatto anche un rapido intervento relativo alla situazione dell’università italiana, il cui passo più significativo è senz’altro il seguente:

Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca, cosa vuol dire? Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine, dove c’è quello, il professore, poi c’ha la sede distaccata di trenta chilometri dove magari ci va l’amico a insegnare, cinque grandi centri universitari su cui investiamo… Le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto? Io vorrei che noi portassimo i primi cinque gruppi, poli di ricerca universitari nei vertici mondiali.

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Queste parole hanno suscitato immediatamente l’attenzione degli addetti ai lavori: l’ascesa di Renzi nelle gerarchie del potere della nostra classe politica è ormai un fatto certo e, soprattutto, accettato anche da chi non lo apprezza, quindi i suoi spunti programmatici si ascoltano sempre con grande attenzione, tanto più in un momento in cui un “cambio della guardia” a suo favore a Palazzo Chigi sembra ormai avvicinarsi a grandi passi. Di due giorni successiva alla dichiarazione è infatti la puntuale analisi del sito di informazione accademica ROARS, che con un commento redazionale mette in chiaro alcuni punti fermi nelle politiche universitarie italiane e internazionali, di cui dovrebbe essere a conoscenza chiunque intenda candidarsi alla guida di un paese sviluppato:

  • i ranking universitari sono strumenti di aggregazione delle informazioni a scopo di marketing, inadeguati (né questo è il loro scopo) a valutare la qualità della ricerca;
  • il funzionamento dell’università di Harvard, considerata un modello mondiale per la qualità del lavoro accademico, assorbe ogni anno risorse pari a oltre il 40% del Fondo di finanziamento ordinario messo a disposizione dal governo per tutti gli atenei pubblici italiani;
  • anche orientandosi a spanne nei meccanismi di rating e ranking più diffusi, l’Italia riesce comunque a piazzare nel novero dei 500 atenei nelle posizioni più alte in media una ventina di sedi. Tenendo conto che le università prese in considerazione nel mondo sono, a seconda dei conti, tra le dieci e le diciassettemila, e che quindi essere cinquecentesimi rende assai più simili a Harvard che a una università “media”, in Italia si riesce, con risorse per forza di cose assai più limitate, a garantire il contatto con una formazione di riconosciuto livello internazionale a una percentuale di studenti ben superiore alla quota di giovani americani che ha la fortuna di frequentare i prestigiosi atenei dell’Ivy League;
  • in Italia la quota di laureati, così come la quota di istituti di formazione superiore in rapporto al numero di abitanti, non è in alcun modo eccessiva rispetto ai numeri che caratterizzano le economie avanzate e gli altri paesi sviluppati, e del resto l’idea che la limitazione dell’accesso agli studi superiori possa risolvere qualcosa è propria dei nostalgici di una società statica, dove il “pezzo di carta” aveva valore proprio perché il suo accesso era chiuso da barriere sociali. Si possono e si debbono discutere le modalità di espansione che finora hanno guidato il nostro sistema accademico, per lo più caratterizzate dalla riproduzione di corsi e programmi di studio simili in diverse realtà locali, dall’immissione di nuove “matricole” nei corsi senza alcuna certificazione della qualità della preparazione che esse ricevevano nel percorso formativo, e dall’accordo tra le esigenze di centri di provincia periferici di ottenere una sede universitaria (con tutto l’indotto che ne conseguiva in termini di indotto e di appalti) e la necessità del corpo accademico di assegnare posti d’insegnamento. Resta tuttavia il fatto che l’avanzamento dell’Italia nell’economia della conoscenza dovrà per forza procedere attraverso l’ampliamento delle sedi di studio e dei ruoli.

A ciò io aggiungo che lo sviluppo nel nostro paese di una rete efficiente di università di ricerca, in cui concentrare la massa critica dei dottorandi e a cui affidare il ruolo di perno per il coordinamento regionale delle attività scientifiche svolte dal corpo docente degli atenei circostanti, di per sé positivo e probabilmente necessario anche di fronte alle evoluzioni dei sistemi accademici strutturalmente più simili al nostro, non può che essere il punto di arrivo di un processo di riforma profondo e mirato. Esso deve essere fondato in primo luogo sulla promozione (anche coi solidi contributi economici del sostegno al diritto allo studio) della mobilità di studenti e studiosi tra le sedi sulla base delle necessità e delle funzioni di ognuno. Bisognerà agire, inoltre, sul recupero di una concezione dell’autonomia basata sulla libertà di elaborare nuove figure e nuove proposte di apprendimento nella responsabilità di garantire sostenibilità economica e qualità del servizio, più che sulla caotica “autogestione” che ha caratterizzato questi anni, in cui la progettualità era sempre riservata alla “testa” ministeriale, mentre alle sedi era semplicemente lasciata la possibilità di spendere e impegnare risorse con controlli a maglie larghe.

Il sistema accademico italiano, come i punti elencati in precedenza hanno fatto capire, si è storicamente articolato con una pretesa di uniformità della qualità, sostenuta da un sistema di reclutamento che in sostanza ha distribuito in modo casuale studiosi eccellenti e mediocri, da garanzie professionali e corporative che hanno impedito la correzione degli errori di valutazione, e dalla scelta di cristallizzare la situazione disincentivando il trasferimento da una sede all’altra per mere ragioni di comodità contabile. La situazione in cui ci troviamo ora è quindi quella di una distribuzione a macchia di leopardo di qualità professionali e organizzative. Di conseguenza pensare, come sembra trasparire dalle parole di Renzi e come hanno troppo spesso sostenuto anche addetti ai lavori, che una semplice operazione di valutazione, magari improvvisata, parziale e lontana dalle normali pratiche internazionali, possa condurre in tempi brevi a individuare le sedi “buone” e a premiarle punendo quelle “cattive”, non è solo ingenuo e semplicistico, ma anche sbagliato in termini teorici e di conseguenza potenzialmente pericoloso, vista la probabilità di soffocare e cancellare proprio quelle “eccellenze” individuali che si intendevano valorizzare.

È bene specificare, come ha fatto anche la redazione di ROARS, che in tutto questo discorso il problema non è direttamente Renzi. Del resto, significativamente, le sue parole sono passate pressoché inosservate al di fuori degli ambienti specializzati, tanto sono parse l’ovvio omaggio a una vulgata consolidata e ritenuta attendibile da pressoché tutti i politici dotati di qualche influenza. Anche i consulenti esperti (o sedicenti tali) di politiche universitarie, in fondo, mostrano di avere le idee poco chiare. Infatti, come ha più volte lamentato l’action researcher di Cornell Davydd Greenwood, ora impegnato in un importante progetto sullo studio delle riforme universitarie, essi spesso illustrano il generale (e innegabile) movimento di riforma dei sistemi accademici europeo-continentali state-centered verso una maggiore autonomia e un maggior coinvolgimento del “real world” nella vita delle università nei termini dell’applicazione di un “modello americano” pressoché del tutto appiattito sul funzionamento degli atenei maggiori e privo di uno sguardo complessivo su un sistema composto da migliaia di college locali, atenei pubblici di più o meno grandi dimensioni e scuole professionali e di specializzazione caratterizzati da funzioni diverse e complesse.

È forse eccessivo, insomma, pretendere da Renzi una rivoluzione copernicana di questi pregiudizi così diffusi. Resta comunque doveroso chiedergli di non appoggiarsi con questa disinvoltura a luoghi comuni piuttosto triti e stantii, come troppo spesso gli sta accadendo man mano che si sta avvicinando alla meta della candidatura alla presidenza del Consiglio. Le idee della Leopolda e il programma delle primarie 2012 avevano affascinato molti proprio perché riuscivano a unire, per la prima volta dopo non si sa quanti anni in Italia, la capacità di aggregare consenso e produrre popolarità con una concretezza che riusciva a passare più o meno indenne, al netto di qualche passaggio retorico inevitabile nelle esortazioni al voto, anche le verifiche più approfondite. Perdere questo smalto proprio ora, per accomodarsi su posizioni più facili da far “digerire” a un elettorato più ampio e meno attento e informato, sarebbe un errore imperdonabile, e sarebbe rovinoso per tutto il paese, che probabilmente perderebbe la sua ultima occasione.

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