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pubblicato: sabato, 28 Lug, 2018

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Nella misura del possibile – DAL BLOG

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Nella misura del possibile – DAL BLOG
Di fronte alle accuse di essere un satanasso anticristiano, Salvini ha provato a controbattere in due modi. Vedremo ora quale dei due è preferibile; innanzitutto ci aiuterà ad elevare il livello della riflessione. Al di là dei facili slogan.

Il crocifisso come arma

Il primo è il pretestuoso rilancio delle multe a chi non espone il crocifisso, degradando Dio stesso ad un’arma identitaria nello scontro politico. Agitare i rosari, giurare sul Vangelo; in apparenza tutte cose cristianissime. Anche troppo. Infatti lo spirito belligerante con il quale vengono fatte sfiora la bestemmia, soprattutto se connivente con il razzismo implicito in alcune fette del suo elettorato. Anziché fornire una speranza concreta, praticabile e lungimirante per dare risposte alle legittime emozioni della gente, Salvini tende a fomentarle in modo malsano, giocando tutto sull’immediato.

Oltre al fatto che i tempi delle crociate sono tramontati, anche dal punto di vista comunicativo non è troppo efficace porsi sulla difensiva in tal modo. Eppure ci sarebbero tanti impliciti e non detti da scandagliare: il declino della pratica religiosa; il dissenso dei tradizionalisti sulla direzione attuale intrapresa dalla Chiesa cattolica; le difficoltà nel pensare la propria identità in senso dinamico, non fissa monoliticamente né dissolta nella fluidità. Infine, verso la fede islamica vi è una notevole diffidenza, trasversalmente più diffusa rispetto al cosiddetto “razzismo”. 

Il catechismo: «Nella misura del possibile».

Più interessante è la seconda opzione di Salvini: citare il Catechismo della Chiesa Cattolica. Nonostante questa scelta non sia esente da pretestuosità, Salvini non ha tutti i torti a sottolineare un inciso:

«Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero» (CCC 2241).

Precisamente in quella tensione tra la “misura” e il “possibile” si gioca la libertà di coscienza del cristiano in politica. Il métron, tanto onorato dai filosofi dell’Antica Grecia, era prevalentemente la misura dei rapporti comunitari nella polis: il lògos è capacità razionale di calcolo. La possibilità, liberata sia dal finalismo ingenuo sia dall’aleatoreità, caratterizza la scienza politica e la costruzione di una società più confacente alla natura umana; seppur da altri presupposti, Bismarck ci ha donato una definizione memorabile: «La politica è l’arte del possibile».

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Quale misura?

Da un lato, certo, ci sono i numeri; ci siamo fin troppo abituati alle cifre dell’economia e alle risorse di bilancio, con margini di correzione sempre più ristretti. Ma la misura non può ridursi ai numeri finanziari. La misura è più vicina alla legge naturale, che è precisamente il comando della ragione, «ciò che appartiene al diritto naturale, cioè quelle cose che la nostra mente ci comanda in virtù del nostro essere uomini anziché formiche», per citare il cardinal Tonini venuto a mancare 5 anni fa.

C‘è allora anche la misura della convivenza; essa include l’integrazione pacifica, senza alimentare tensioni sociali, ma pure i limiti all’egoismo individuale e di gruppo che rischiano di demolire la comunità politica. Pure la percezione, più o meno distorta, non può essere trascurata, ma ascoltata con rispetto e a sua volta educata al rispetto della realtà. Sarebbe un’ingenuità tentare di aggirare la percezione a suon di dati e indici, che mostrano solo un lato del fenomeno, o di previsioni economiche con assunti di base alquanto forti e discutibili. Sulla misura del limite, papa Francesco ci ha donato l’enciclica Laudato si’, che non parla solo di piante e animali in estinzione; siamo chiamati ad includere sempre più aspetti nella nostra misura. 

Cosa è possibile?

Dall’altro, siamo chiamati ad agire sull’orizzonte del possibile. Siamo proprio sicuri che non possiamo fare nulla? Di certo non è possibile rassegnarsi alla chiusura disumana del possibile. Questa ha molteplici concause; pensiamo agli imperativi della mentalità tecnocratica che si è sempre più imposta. A fronte di un avanzamento tecnico smisurato, di pari passo si sono imposte policy governamentali sempre più definite e vincolanti, con limiti che non corrispondono all’ampiezza della natura umana. Se esistono strumenti finanziari che consentirebbero di fare pressoché qualsiasi cosa, davvero lo Stato non ha risorse per venire incontro alle necessità concrete di chi ha bisogno?

Possiamo ascoltare altre voci, altre proposte rispetto a quelle preconfezionate? Sarà possibile ampliare lo sguardo su molteplici alternative oppure siamo condannati ad un unico destino a tinte fosche? La decisione si potrà prendere, in coscienza, dopo aver soppesato tutte le possibilità praticabili che la creatività umana può suscitare. La politica, senza la dimensione del possibile, muore: diventa applicazione di meccanismi anonimi che di umano hanno ben poco. Su questo punto essenziale dovremmo impegnarci maggiormente: l’orizzonte del possibile da dilatare entro la ricerca della misura umana. Soprattutto è richiesto ai cristiani uno scatto di riflessione, anziché dilettarsi nel dare patenti di cristianità o di anticristianità a partiti o esponenti politici.

Piotr Zygulski per il blog Nipoti di Maritain 

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