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pubblicato: martedì, 13 Lug, 2010

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Non c’è un limite al peggio

Dal governo Berlusconi, e dai suoi non trasparentissimi esponenti, ci si poteva aspettare di tutto.

Da case comprate a propria insaputa, passando per dicasteri ideati ad hoc per sfuggire dalle grinfie di qualche magistrato, passando per appalti, grandi eventi e favori di ogni tipo.

E si sapeva tra l’altro che la magistratura aveva colto, in alcuni quadri del Pdl, rapporti col fenomeno mafioso pur non riuscendo per adesso a sanare le verità sul fenomeno delle stragi del ’92 e del ’93 e su presunti e paventati rapporti organici col mondo della politica.

Ma tra le tante cose che ci potevamo aspettare, non possiamo comunque che essere ulteriormente stupiti dalle vicende di questi giorni riguardante la famosa “P3”, capace di avviare pressioni indebite per ottenere vantaggi di tipo politico (come dimostra la vicenda riguardante Caldoro) o giudiziari (vicenda del Lodo Alfano e delle pressioni alla Corte Costituzionale).

Per carità, non c’è limite al peggio. E come amava ripetere il personaggio del produttore polacco (un altro paese dalle notevoli “scosse” politiche) nel film “Il Caimano” a volte si tende a continuare a scavare. Più in giù, verso il “sempre peggio”.

Nonostante tutto il fatto che la magistratura bolli come “un vero e proprio sistema” quello che ruotava attorno alla figura del coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini alla stregua di un’associazione segreta tanto da essere considerata fuorilegge proprio in virtù delle leggi Anselmi rattrista ancor di più le nostre menti e il nostro pudore di semplici cittadini.

Non è tanto il sistema gelatinoso ed organico, già messo in mostra nell’affaire Protezione Civile, ma è il temperamento e le intenzioni che, secondo le documentazioni tuttora esistenti e pubbliche, rendono il gruppo della “P3” come un gruppo a tratti eversivo o comunque capace di disporre di qualsiasi tipo di collegamento.

Checché ne dica il plenipotenziario berlusconiano Giorgio Stracquadanio, che quotidianamente ci bea con le sue filippiche da ultrafalco nella sua gazzetta propagandistica “Il Predellino.it”, questa volta a casa Verdini non si vedevano un gruppo di amici in vena di zingarate, ma un gruppo di persone desideroso, come minimo, di gettare fango su un esponente politico. Del proprio partito.

La vicenda di Stefano Caldoro da questo punto di vista è veramente esemplare e ben raffigura la tristezza di un quadro politico già moralmente deteriorato: il gruppo di casa Verdini aveva tra i propri commensali il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, coordinatore del Pdl in Campania.

Cosentino, indagato per concorso esterno in associazione camorristica, non solo attualmente risulta essere uno dei sodali del “premier-ombra” Tremonti nelle ovattate stanze di via XX° Settembre, ma non ha nemmeno rinunciato al suo seggio a Montecitorio. Figuriamoci se poteva lasciare la guida del suo partito regionale!

Cosentino e i suoi amici volevano inventarsi un dossier in cui il rivale Caldoro, anche lui considerato uno dei favoriti per la candidatura alla presidenza della Regione Campania, veniva bollato come un “Marrazzo partenopeo”. Cosa che, a detta di Verdini and company, avrebbe dovuto spalancare le porte a Cosentino verso Palazzo Santa Lucia.

La signora Mara Carfagna, che forse sta dissimulando una forma di emancipazione politica dal Cavaliere, chiede ora le dimissioni di Cosentino dal Pdl Campania, mentre sostiene che per quanto riguarda l’incarico di sottosegretario all’Economia “deve decidere Berlusconi perché è lui ad averlo nominato” (io un parere a Tremonti in questo caso non lo disdegnerei…).

E Verdini? “Il macellaro” toscano amante del godereccio e degli opulenti palazzi? “Lui no! Bisogna essere garantisti. Fino all’ultimo” tuona il ministro per le pari opportunità, mentre il l’artiglieria pesante della corrente finiana, capitanata dal prode Bocchino, già chiede la testa di quello che fu l’ultimo indimenticato coordinatore della vecchia Forza Italia.

Cosentino, Verdini. Ma anche Dell’Utri. Perché tra una cosa e l’altra, quando si parla di “potere”, di mezzo c’è sempre lui. E quindi tra gli indagati appare questa mitica terna, braccio politico della cricca che, insieme all’appena arrestato Flavio Carboni, ha in Martone e Lombardi le menti di una complessa operazione di ingegneria politica che passa dalla corte d’appello di Milano, alla Corte Costituzionale passando per l’eolico in Sardegna e per assessori salernitani con delega all’Avvocatura.

Un sistema gelatinoso parzialmente già visto nell’affaire Bertolaso, ma con un’aggravante.

Si legittima in questa sede un’entità strutturata (non è mai casuale il riferimento alle associazioni segrete vietate) alla stregua delle peggiori e maggiormente degenerate sette massoniche.

Personaggi dalla reputazione già dubbia confermano tristi timori in merito alla trasparenza politica dell’attuale classe dirigente.

Questa volta per il Cavaliere non ci sono alternative: se scarica Verdini e tutti gli adepti di questa torbida vicenda si scanserà da un altro imminente pericolo (l’ultimo rappresentato dall’affaire Brancher). Se invece invita Verdini “a non mollare” e “ad andare giù duro” si prenderà inevitabilmente delle responsabilità anche sul piano politico.

E mostrerà al paese tutto, ancor di più, qual è il retroterra culturale e ideologico dell’attuale centrodestra italiano.

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