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pubblicato: sabato, 24 dicembre, 2011

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Proprio e altrui

Lo Scorfano ci fa notare che finalmente si è tornati a discutere (davvero) di politica.

Stiamo parlando e leggendo e discutendo di politica, ve ne siete accorti? Sì, ve ne siete accorti. Che non c’è più molto spazio per gli scandali sessuali, le dichiarazioni prive di senso, le feste e i bunga bunga, le polemiche sterili e le uscite soltanto provocatorie e le corna nelle foto e i neutrini viaggianti dentro i tunnel e per tutto quello a cui ci eravamo abituati negli ultimi tre anni. Da qualche settimana, invece, c’è la politica. C’è la riforma delle pensioni, ci sono i tassisti e le liberalizzazioni che non si faranno nemmeno questa volta, c’è pure (come il monolito di Kubrick, che spunta quando meno te lo aspetti) il dibattito sull’articolo 18, i pro e i contro, il bene e il male, i diritti e i doveri.
Stiamo parlando di politica, insomma. E magari è anche più difficile farlo: era più comodo per tutti quando c’erano ministri il cui passatempo preferito era dire sciocchezze e ai giornalisti (così come, nel nostro piccolissimo, a noi) restava soltanto il compito di smascherarle una per una, che era un incarico, onestamente, facilissimo e molto divertente. Adesso è diverso ed è anche un po’ più complicato. Adesso bisogna prima capire, poi, con mille cautele, scrivere: sapendo che non avremo ragione; mentre prima eravamo sicuri di avere ragione, non ci potevano essere dubbi talmente avevano torto gli altri, e potevamo fare anche un po’ i bulli, e lo facevamo.
Ora è diverso. Ora il neoministro della Pubblica Istruzione dichiara che ci sarà un nuovo concorsone e io, per esempio, benché sia fortemente perplesso sulla modalità, benché continui a pensare che qualsiasi concorso con 300.000 candidati sia un’operazione che non ci porterà niente di buono e che creerà altro precariato per i decenni a venire, io non so se devo scriverlo o no. Perché in fondo è qualcosa; perché è un tentativo, si può fare, magari con qualche aggiustatura, perché non ci credo ma capisco l’intenzione (e capisco l’ansia di chi è fuori dalla scuola da troppo tempo) e mi auguro che porti qualche frutto. Insomma, sono cauto. Come deve esserlo chi parla di politica, cioè del benessere suo proprio e del benessere altrui; come chi sa che il benessere proprio non deve confliggere troppo con quello altrui. Altrimenti altrui si arrabbia e anche proprio non sta più tanto bene. Perchéproprio altrui, in politica, camminano legati insieme. E spesso, se inciampa proprio, inciampa anche altrui.
Ecco perché, nel complesso, io sono felice che finalmente si parli di politica: perché mi pare che ci sia comunque meno spazio per la cialtronerie e per la troppo facile demagogia. Anche se non sono d’accordo su quasi niente di quello che si sta facendo (che il governo Monti sta facendo) apprezzo il clima, diciamo così. Apprezzo il tentativo di costruzione, spero che ci saranno correzioni, conto sul fatto che un clima costruttivo possa portare prima o poi qualche beneficio, nel medio termine. Ed è per questo che faccio un proposito (per me) che vuole essere anche una piccola inutile proposta.
Perché, nel clima che è mutato, c’è un solo partito che non è mutato. Ed è la Lega Nord: che urla, sbraita, appende striscioni, fa propaganda, racconta bugie ai suoi stessi elettori, ci propina falsità e idiozie. E poi ci sono i telegiornali (come quello di Mentana) che riportano le immagini dei leghisti urlanti, e i giornali che commentano quegli urli, e i commentatori che li commentano e i blogger che li criticano e si scandalizzano, e tutto l’andazzo comodo e consueto a cui ci eravamo abituati negli ultimi tre anni. Ecco, per favore, basta. Non parliamone più, facciamo conto che non esistano, lasciamo perdere il «dovere di cronaca» che è soltanto una scusa come un’altra, e lo sappiamo bene. Facciamo come se non esistessero.
Teniamoci invece questo clima politico nuovo, in cui si parla di fatti, di prospettive, di progetti, di idee; in cui si parla anche dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, se proprio vi fa piacere. Ma lasciamo perdere loro, le camicie verdi, quelli che non sanno interpretare la politica se non come propaganda, squallida come lo sono loro, quelli che campano soltanto sull’ignoranza dei loro stessi elettori (perché li conoscono bene), quelli che il potere prima di tutto, prima di qualunque benessere; anzi, quelli che il potere come benessere proprio, mentre altrui è in giro da qualche altra parte a cercare di capire in quale modo, forse, le cose possano andare un po’ meglio di così, per tutti, per proprio e per altrui.
Ecco, nient’altro. Non parliamone più di questa gente a cui ci possiamo disabituare così facilmente, da cui disintossicarsi, chi poteva crederlo, è così facile. Parliamo di politica vera, dopo tanti anni, e lasciamoli in mezzo ai loro urli, a sbraitare come se quello fosse un modo di comunicare. Leggiamo di politica vera e facciamo che sia questo il nostro augurio per l’anno nuovo.

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