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pubblicato: mercoledì, 10 luglio, 2013

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Se la retorica sui “baroni” guida la riforma universitaria

Negli ultimi giorni ha incontrato un certo successo, almeno in termini di condivisioni social, un post del blog di Fabio Sabatini sul sito del Fatto Quotidiano dedicato ai concorsi per i nuovi ruoli di ricercatore con tenure track i quali, in seguito all’acquisizione dell’abilitazione scientifica da parte dei vincitori, condurranno con relativa facilità al ruolo a tempo indeterminato di professore associato. L’autore, ricercatore in Economia politica, nota giustamente che queste selezioni concorsuali, cruciali per l’inizio di carriera, sono demandate dalla legislazione alle singole sedi universitarie, a cui quindi è attribuito un potere enorme e sostanzialmente privo di controlli.

[ad]Viene da chiedersi, però, come mai Sabatini se ne accorga solo ora, visto che la legislazione in questione è stata approvata alla fine del 2010, e i suoi effetti erano facilmente prevedibili. Due punti del suo ragionamento, poi, non convincono granché. In primo luogo, egli concentra l’attenzione sul fatto che troppo spesso le richieste dei bandi di concorso tratteggino profili troppo specifici per i candidati, e ritiene che rifarsi alla lettera della legge Gelmini sui bandi di concorso, che dovevano essere definiti “esclusivamente tramite indicazione di uno o più settori scientifico-disciplinari”, garantirebbe una maggiore trasparenza. Quelle garanzie erano infatti le stesse richieste per i bandi di concorso ai posti da ricercatore precedenti, i cui esiti sono sempre stati discussi e discutibili. Inoltre, la chiusura del ragionamento di Sabatini mostra una ulteriore ingenuità: quando infatti dice che “una riforma nata per ‘togliere potere ai baroni’ (secondo gli annunci del ministro di allora […]), ha di fatto aumentato la discrezionalità e l’arbitrio baronale”, l’autore mostra di cadere in una trappola retorica troppo diffusa la cui ripresa non aiuta in alcun modo a capire storture e criticità del modello di gestione accademica uscito dalla “legge Gelmini”.

Il pettegolezzo concorsuale sul potere accumulato e spesso malamente gestito da alcuni esponenti di spicco della nostra comunità scientifica è ormai un genere letterario buono per tutte le stagioni. Si tratta, del resto, di una pratica discorsiva dalle radici antiche e nobili, visto che già ai primi anni del secolo scorso Benedetto Croce, guardando con sdegno le bassezze di certo sottobosco accademico, poteva affermare:

È noto, colà, il decalogo dell’aspirante a cattedre, il cui primo precetto è: sposare la figliuola di un vecchio professore.

il “colà” di Croce, però, era la Germania, allora da circa un secolo modello e riferimento mondiale per efficienza negli studi e risultati di ricerca in tutti i settori. Nella sua critica, infatti, l’autorevole voce del filosofo di Pescasseroli coglieva un sintomo effettivamente presente, senza però riflettere sulle cause profonde di certi elementi ricorrenti nella sociabilità accademica germanica. Da un lato, il rapporto stretto che si creava tra un docente e gli studenti a lui più vicini, e che portava spesso a far imparentare le varie generazioni di studiosi di uno stesso ambito disciplinare, era un elemento quasi strutturale di una concezione dello studio e del lavoro di ricerca in cui pubblico e privato non trovavano confini netti, in cui il seminario più ristretto, il Privatissimum, era tenuto spesso dal professore a casa propria, mentre moglie e figlia cucinavano per gli ospiti, e in cui la contiguità con gli allievi portava spesso alla maturazione di un affetto filiale. Dall’altro, il potere quasi sovrano che gli ordinari tedeschi avevano sul loro campo di studi nell’ateneo, e che li portava a dirigere sostanzialmente senza ostacoli la scelta dei collaboratori e la loro stessa “successione” in cattedra, era reale, ma rappresentava quasi un “anticorpo” del mondo intellettuale alla pubblica amministrazione invadente e autoritaria del Reich che spesso minacciava di condizionare la vita universitaria con sollecitazioni di carattere politico, ed era in ogni caso corretta dalla necessità dei giovani, nei primi stadi di carriera, di sviluppare un ampio consenso sul loro nome tra i professori di vari atenei al fine di assicurarsi le conferme annuali negli incarichi d’insegnamento e di ricerca.

Allo stesso modo, bisognerebbe usare cautela quando si fanno propri gli aspetti più radicali del diffuso giudizio sul potere decisionale dei “baroni” accademici italiani. Storicamente, le dinamiche opache e inefficienti del sistema di reclutamento italiano derivano dalla tensione tra sistema nazionale e necessità delle sedi locali, che ha trovato un punto di incontro e di reciproca compensazione nelle relazioni interpersonali e nelle trattative tra docenti dello stesso ambito disciplinare. Un sistema del genere può essere scardinato solo con un intervento di ampio respiro, che minimizzi la discrezionalità dei selezionatori (in una parola, col modello dei “concorsoni” per coorti annuali alla francese), o massimizzi la responsabilità dei dipartimenti, a cui sarebbe lasciata più o meno mano libera per le assunzioni ma che poi dovranno rendere conto della loro efficienza (in breve, con il modello inglese).

Troppo spesso, però, ci si limita a una molto più semplice invettiva contro la scarsa moralità di chi presiede allo svolgimento dei concorsi. Ora, finché si tratta di una liberatoria invettiva contro i “cattivi”, non c’è niente di male, e forse può essere utile per sfogarsi.

Le cose però cambiano quando a far propria questa visione parziale e superficiale del problema è chi dovrebbe occuparsene seriamente per cercare di cambiare le cose, rendendo il nostro sistema di reclutamento più legittimo agli occhi dell’opinione pubblica e più efficiente nel soddisfare le esigenze di un sistema ormai da anni sotto sforzo e sotto pressione, che non può più permettersi di assegnare stipendi sicuri a chi non è in grado di contribuire in modo adeguato alla vita degli studi, rischiando di togliere risorse vitali per chi finora è riuscito, pur nelle strette di un contratto precario, di mantenere l’università italiana a un livello accettabile sul piano internazionale. Il processo di riforma coronato nel 2010 ha trovato, nel biennio precedente, proprio nell’attacco al personale universitario truffaldino e immorale che “truccava” i concorsi il propellente per avere un buon consenso come revisione radicale di un malfunzionamento cronico che si voleva causato esclusivamente da pratiche e costumi riprovevoli. Non è stata, del resto, la prima volta: dagli intensi lavori per il riordinamento dell’istruzione superiore italiana promossi dal governo con una commissione apposita a inizio Novecento ai tentativi di intervento nel clima del Sessantotto, passando per le “bonifiche” della cultura di Bottai e De Vecchi, la necessità di moralizzare comportamenti incivili è spesso stata l’avanguardia per far “passare” nell’opinione pubblica le proposte di cambiamento.

Anche in altri di questi casi, come in quello più recente, il risultato è stato quello di rendere più diretto e più forte il controllo verticistico delle istituzioni di formazione superiore. Col 2010, in particolare, proprio nel nome della lotta ai baroni si sono tirati fuori dal cilindro provvedimenti folcloristici come la presenza di un commissario straniero nelle commissioni di abilitazione, quasi ad assentire all’idea che la disonestà sia un “carattere nazionale” dei docenti italiani e che quindi gli stranieri possano dare garanzie, invece di pensare che se certi comportamenti discutibili sono generalizzati lo sono perché nel contesto in cui si opera sono la scelta più razionale, e che quindi anche gli stranieri, essendo razionali, si comporteranno di conseguenza. Ma si sono presi anche provvedimenti che fanno assai meno ridere sul controllo politico della distribuzione delle risorse, sulla determinazione del bilancio del settore, sull’autonomia decisionale degli istituti, sulla “misurazione” di ciò che è buono e di ciò che non lo è nei risultati di una carriera, sulla nomina dall’alto dei commissari e dei gruppi di verifica dei criteri di valutazione; il tutto escludendo con verticismo “giacobino” la partecipazione della comunità scientifica nel suo complesso, con l’obiettivo dichiarato di mettere fuori gioco una categoria professionale strutturalmente bacata e bisognosa di un nuovo disciplinamento forzato al comportamento eticamente corretto.

L’aperta messa in discussione di un’apparenza così diffusamente percepita e condannata ha contribuito a mantenere intatta la sostanza dei rapporti di potere istituzionale che presiedono alla “fisiologia” del sistema italiano. Si è radicalmente modificato il sistema di reclutamento delegittimando quello precedente, ma non solo si sono accettati acriticamente gli esiti di esso non promuovendo il licenziamento di nessuno, e il sistema di assunzione alternativo non tocca le prerogative delle singole sedi e delle loro rappresentanze di potere, ora più illimitato che mai. Si è accentrato il controllo dei fondi disponibili essenzialmente per ridurne l’entità alle quote che si era disposti a spendere per un settore non prioritario, ma i decreti per l’attribuzione dei fondi per i Programmi di ricerca di rilevante interesse nazionale (PRIN), già da due anni, mostrano che in questa ristrutturazione i gruppi corporativi locali non solo sono sopravvissuti indenni all’ondata di “pulizia”, ma continuano ad essere parte attiva nei sistemi di distribuzione. Da questo punto di vista sono significative alcune delle considerazioni che, all’epoca della presentazione degli ultimi PRIN lo scorso anno, aveva presentato sul suo blog l’italianista della Sapienza Renzo Bragantini:

Lascio […] immaginare, visto l’altissimo potere di discrezione conferito alla fase di preselezione e al rettore (il quale ultimo nomina il comitato di preselezione), quale speranza di successo potrebbe mai avere un progetto ideato da chi si fosse solo azzardato a disturbare il manovratore. A parte il caso personale (il vostro blogger, che ha più volte, e invano, chieste le dimissioni del proprio rettore, Luigi Frati, “convivente” nella stessa Università con tre familiari stretti e un nipote, sarà meglio si levi ogni fantasia in merito), non sfuggirà a nessuno come il bando, concepito in modo aberrante e formulato secondo logica deplorevole, sia funzionale a un’Università che tenda a perpetuare se stessa, nella più classica tradizione di un’istituzione vecchia e ormai morta (anche se affetta di non saperlo): non c’è che dire, proprio la ricetta che occorre per rendere il nostro Paese “competitivo”, secondo ogni momento viene strombazzato in via ufficiale.

Diversamente da quanto sostiene in questi giorni Sabatini, insomma, il problema della legislazione attualmente in vigore sul reclutamento universitario non è quello di ostacolare in modo insufficiente i “baroni”, ma caso mai il proprio tentativo di giustificare se stessa con pratiche e retoriche di mortificazione della comunità scientifica, individuata nei suoi esponenti più in vista come capro espiatorio dell’inefficienza di sistema, guardandosi bene dall’andare a toccare i veri nodi strutturali, che evidentemente mettono in gioco gruppi di potere non solo accademico che non si ritiene opportuno toccare.

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