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pubblicato: lunedì, 4 aprile, 2011

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Se la politica è tutta un jingle…

Sabato 3 aprile tutti i notiziari, anche i telegiornali più generalisti e di gran lunga meno “specifici” della vostra affezionatissima rubrica, segnalavano un curioso evento avvenuto nel corso delle consueta telefonata del sabato di Silvio Berlusconi.

Telefonata che questa settimana era diretta a Catania, dove si stava tenendo il congresso regionale del Movimento di Responsabilità Nazionale di Domenico Scilipoti. In realtà, come sanno i più attenti, formalmente in questo neonato movimento avrebbero piena cittadinanza politica personaggi epici come Calearo e Cesario. Ma a quanto pare ragionamenti di stampo neo-democristiano hanno portato Scilipoti ad appaltare l’appetibile Mnr della Sicilia, mentre si presume che iniziative politiche analoghe siano state avviate anche da Calearo e Cesario rispettivamente in Veneto e Campania.

Ma quale è la vera notizia della telefonata a Scilipoti di sabato? Le promesse in merito alla legislazione sull’omeopatia? No. La presenza di un telefono fisso, rigorosamente bianco, da tenere fieramente in mano mentre squilla “la voce del padrone”? No. Qualche anatema contro la magistratura politicizzata e la sinistra che non diventerà mai socialdemocratica (per fortuna, aggiungiamo)? No.

La vera notizia di giornata e il vero scoop berlusconiano sta nel suo elogio al jingle del Movimento di Responsabilità Nazionale che accompagnava tutta la kermesse degli scilipotiani. Addirittura il Presidente del Consiglio ha dichiarato che una musica d’accompagnamento di questo tipo, senza parole, ben si presterebbe per le sue fantastiche serate all’insegna di cene eleganti, bunga bunga e cinema d’autore.

Può apparire strano e a tratti arduo, ma in una frase di questo tipo, e soprattutto nelle motivazioni che spingono alcuni micro-partiti ad adottare curiosi inni, vi è la quintessenza del Berlusconi politico e di parte della sua parabola dal ’94 ad oggi.

Per dovere di cronaca dobbiamo dire che gli inni dei partiti vanno di moda in Italia da qualche anno a questa parte. E ovviamente non dobbiamo considerare né la Prima Repubblica (con “l’Internazionale” o “l’Inno dei Lavoratori Cattolici” come colonna sonora) né tantomeno ci riferiamo ai vecchi canti di lotta del secolo scorso.

Ci riferiamo altresì alla specifica categoria degli inni di partito dove spesso e volentieri sia citato il partito stesso. Se escludiamo l’anomalo caso del Pmli (“Il sole rosso”) la moda partì dall’epico inno di Forza Italia, scimmiottato da una canzone non molto dissimile ma molto meno efficace di An in auge almeno fino al 2006, o “Azzurra Libertà” adottato dai Giovani di Forza Italia (ma Elio e le Storie Tese non si erano proclamati gruppo dei giovani del partito di Berlusconi?) mentre il centrosinistra optava per canzoni già esistenti dall’elevato carico simbolico (“la Canzone Popolare” di Fossati o “Ma il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano, lanciato nel corso del III° Congresso nazionale dei Ds nel febbraio 2005). Ma la vera rivoluzione copernicana avviene con l’inno dei Popolari-Udeur (“Udeur Verrà”) che univa la musica rock ad un profondo e riconosciuto amore nei confronti del pensiero e dell’azione politica di Mario Clemente Mastella.

Molti altri da quel giorno sono stati i casi di inni di partito. Come dimenticare “Nasce la Destra” del movimento di Storace o anche un tentativo, in questo senza successo, da parte dell’Udc di Pierferdinando Casini.

La svolta dei nostri giorni avviene con l’inno dell’Alleanza di Centro per l’Italia (ovviamente sul web spopola il video) di Francesco Pionati e con quello del Movimento di Responsabilità Nazionale dove addirittura non ci sono parole ma solo musica.

Questa breve e quanto mai sommaria ricognizione però non risolve un dilemma: cosa ha spinto Berlusconi ad elogiare un jingle come quello degli scilipotiani? Perché una dichiarazione di questo tipo, così pesante e del tutto gratuita?

La risposta sta nella piega e nella china che ha preso la politica italiana negli ultimi anni. Da una forma di spettacolarizzazione si è giunti alla piena farsa, al ridicolo e a singole personalità che effettivamente si considerano fondamentali per il genere umano. Da qui inni come quella dell’Alleanza di Centro dove il contingente diventa universale e si invita alla responsabilità nazionale e alla moderazione.

Il tutto o è uno spauracchio del berlusconismo, che tramite melodie inascoltabili e inni incomprensibili mostra a che punto è arrivata la sua egemonia cultural-televisiva; o più semplicemente è la raffigurazione plastica, in una fase politica che ha registrato la sconfitta delle ideologie, di un vecchio sogno meramente politico e strategico del Berlusconi sceso in campo: la razionalizzazione, attraverso un unico grande gruppo parlamentare e futuro partito, di tutta quella galassia che egli ha cercato per anni di agglomerare attorno all’asse con la Lega per sventare defezioni dalla sua coalizione. Da qui la portata allo stesso tempo rivoluzionaria e reazionaria di un gruppo come quello di Iniziativa Responsabile. Il nome esteso del gruppo (lo si può leggere sul sito della Camera) ben testimonia come questa unione sia un mix di sigle che hanno nel bene o nel male accompagnato la parabola berlusconiana. E che adesso assumono una connotazione unitaria capace di elevarli a “terza gamba della coalizione” assieme a Pdl e Lega.

Funzionò così nel 1994 quando si ideò la Lega Italiana Federalista. Funzionò così nel 2007 in periodo di rotture, post predellino, con Fini quando nacque La Destra di Storace e con l’Udc quando si rafforzò sensibilmente la Democrazia Cristiana per le Autonomia di Gianfranco Rotondi.

Adesso Berlusconi ha inserito in un agglomerato pienamente trash tutta la galassia micro partitica, che è capace di controllare evitando rischi come le débacle elettorali, per fare un esempio, dei Verdi Federalisti di Laura Scalabrini alle europee del 2004.

Ha unito in unico contenitore i partiti fantoccio. Il fatto che questi stessi partiti abbiano inni di questo tipo ne è la massima rappresentazione.

Uno scenario e uno schema politico che, non a caso, andava molto di moda nella Germania dell’Est o nella Polonia sotto il regime comunista.

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