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pubblicato: martedì, 4 maggio, 2010

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Torna il fantasma del Berlusconi II?

In questi giorni un fantasma turba le notti di Arcore e Palazzo Grazioli. E per quanto la memoria non sia una caratteristica prettamente italiana, Berlusconi difficilmente potrà mettere a freno i tentativi dell’opinione pubblica di confrontare l’attuale periodo storico con quello del secondo e del più breve (2005-2006) terzo esecutivo Berlusconi. Una legislatura cancellata e celata dal governo e dall’impero mediatico berlusconiano per non far riemergere la storia di due governi, complessivamente in carica per tutti e 5 gli anni di legislatura, che come l’attuale promettevano riforme, innovazione, meritocrazia e impresa senza però attuare nessuna riforma degna di nota (a parte la patente a punti). Uno scenario non molto diverso da quello attuale.

Ma nonostante Berlusconi riproponga perennemente la sua persona insieme a tutti i suoi vecchi ministri, il Cavaliere si presenta ed appare sempre come “l’uomo nuovo”, l’uomo del fare che grazie alla sua fantomatica politica dei fatti darà una reale svolta a questo paese. Mentre, se questa svolta non c’è stata dal 1994 al 2006, è probabile che non ci sarà neanche in futuro.

I sonni di Berlusconi infatti sono guastati da due vicende che appaiono come simboli e come paradigmi capaci di riproporre vecchi schemi e vecchie dinamiche che hanno storicamente logorato la politica e l’immagine del Cavaliere.

E’ interessante dunque capire perché c’è fibrillazione nel centrodestra anche per ricordarci di un periodo storico molto recente, contrassegnato dal degrado e dal malgoverno, che qualcuno vorrebbe farci dimenticare.

La prima preoccupazione di Berlusconi ha un nome e un cognome: Claudio Scajola. E si badi che il problema non sta tanto nella figura di Scajola in sé. Anche i sonni di Scajola, nell’ultima settimana, sono stati fortemente turbati (e le sue vicende sono state coperte dai telegiornali nazionali) tanto che il suo viaggio di due giorni in Tunisia (paese in cui Berlusconi ha molti amici, in tutti i sensi) è diventato un viaggio di poche ore, una toccata e fuga per tornare al più presto in ufficio a via Veneto o in ricevimento a Palazzo Grazioli.

Se infatti inizialmente Berlusconi ha “graziato” e parzialmente difeso il ministro consigliandogli le note tecniche di difesa estrema (della serie: i giudici son tutti comunisti) successivamente pare abbia cambiato idea dopo che era evidente l’indifendibilità della posizione di Scajola. Da qui le dimissioni di Scajola dal ministero dello sviluppo economico.

La faccenda si è chiusa qua e sembra riguardare il caso di un singolo, se escludiamo il coinvolgimento del soliti membri della “cricca”. Ma quello che più terrorizza il Cavaliere è il finale della vicenda: le dimissioni.

E da qui la prima preoccupazione: le dimissioni sono state una costante del governo Berlusconi dal 2001 al 2006.

E non ci si riferisce solamente al singolo caso di Claudio Scajola, che dovette dimettersi dal ministero dell’interno per gli insulti nei confronti del giuslavorista Marco Biagi (salvo poi essere ripescato come ministro dell’attuazione del programma nell’estate del 2003…della serie: Claudio non ti rassegnare, hai ancora speranze!) ma anche ad altri casi di dimissioni dal governo dovuti a scandali personali o politici e a frizioni interne alla litigiosa compagine governativa.

Abbiamo parlato del caso di Scajola al ministero dell’interno. Ed è bene ricordare anche il caso del ministero degli esteri con l’allora ministro Renato Ruggiero dimessosi dall’incarico nel 2002 in polemica col forte anti-europeismo tuttora regnante nel centrodestra. Dopo un lunghissimo interim di Berlusconi per la Farnesina fu scelto Franco Frattini che cedette a sua volta il passo al vice-premier Gianfranco Fini dopo che lo stesso Frattini era stato nominato commissario europeo al posto del “bocciato” Buttiglione.

E perché non parlare di via Venti Settembre? Giulio Tremonti dovette lasciare la poltrona che fu di Quintino Sella in una drammatica riunione estiva del 2004 in cui Gianfranco Fini lo accusò di “non capirci nulla di politica” (mai frase fu più azzeccata). Il commercialista di Sondrio fu sostituito da Domenico Siniscalco. Siniscalco che dovette dimettersi nel 2005 per lo scandalo legato alla scarsa vigilanza esercitata in Bankitalia da parte di Antonio Fazio e all’immobilismo del governo in merito alla sua permanenza a Palazzo Koch. E chi prese il posto di Siniscalco? Giulio Tremonti! Che era stato ripescato pochi mesi prima e nominato addirittura vice-presidente del consiglio.

Interno, esteri, economica…i ministeri più importanti! Ma perché non ricordare il caso di Francesco Storace, nominato ministro della salute dopo la sconfitta alle regionali 2005, che dovette dimettersi dopo lo scandalo Laziogate, oppure perché non ricordare il caso del ministro delle riforme Calderoli dimessosi dopo gli scontri a Bengasi dovuti al fatto che aveva indossato una maglietta raffigurante le vignette anti-Maometto?

Il segretario del Pd Pierluigi Bersani non sbaglia quando esclama che il “governo è nella palude”. Si tratta infatti di un revival di un vecchio copione.

Ma è la seconda preoccupazione che veramente allarma il Cavaliere e che richiama i “corsi e ricorsi storici” di Giambattista Vico. Anche questa preoccupazione è sintetizzabile con un nome e cognome: Gianfranco Fini.

All’inizio del quarto governo Berlusconi molti commentatori hanno lanciato o pronunciato una frase fortemente scorretta: “Questo è il governo della storia repubblicana che avrà più poteri”. Questa affermazione dal punto di vista istituzionale è fortemente scorretta (anche i governi instabili della prima repubblica detenevano gli stessi poteri e le stesso competenze del governo attuale) ed appare fondata solo se si tiene conto dell’aspetto propriamente politico che un vede un centrodestra più omogeneo a causa del passaggio dell’Udc all’opposizione.

Il fatto però che fosse un esecutivo più omogeneo non voleva dire che fosse senza una forma di “opposizione” interna. E soprattutto questo non impediva a nessuna delle forze rimanenti di imporre la propria golden share sulla coalizione (è il caso della Lega).

Berlusconi ha spesso accusato Casini e tutta l’Udc di essere stata il freno delle riforme nel suo secondo e terzo governo (mamma mia, che immenso potere ha Casini!). Questa volta secondo il Cavaliere il problema non si sarebbe posto. Invece si è posto, all’interno del proprio partito e con un leader di minoranza ben più autorevole e carismatico di Casini.

Berlusconi tende, nelle numerose pagine della sua storia politica, a incominciare tutto d’accapo, a parlare di storie nuove e ad esporre sempre una pagina bianca piena di candore e verginità.

Ma il Cavaliere questa volta non ha fatto centro: non si tratta di un libro. Si tratta di un film.

Il remake di un pessimo film già visto e sofferto.

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