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pubblicato: lunedì, 11 Lug, 2011

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Tra le righe della manovra

Tra le disgrazie italiane vi è anche purtroppo la poca propensione all’analisi economica asciutta e approfondita, sia da parte della popolazione ma soprattutto dei media. I quali sembrano spesso limitarsi a lanciare slogan e usare frasi fatte come “stangata”o “tirare la cinghia”, o amenità simili.

Lo stesso è successo con la recente manovra, si è arrivati a parlare di “stangata sui pensionati”, per la stretta sulle rivalutazioni delle pensioni che sono all’incirca sopra i 1400€ cosicchè l’aumento per adeguamento ISTAT sarà di un 8€ in meno per coloro che prendono, ad esempio, sui 1500€. Questo è quanto, in un Paese in cui la cultura ecoomica e scientifica è a livelli tanto bassi quanto prevale l’aspetto emozionale e sensazionalistico condito di abbondanti dosi di ideologia.

Tuttavia sono soprattutto due provvedimenti della manovra ad essere interessanti e meritevoli di essere trattati:

Uno è l’aumento dell’imposta sul deposito titoli a 150€ fino a uno stock di 50 mila € e a 380€ oltre.

E’ probabile che chi lo ha deciso abbia pensato soprattutto a esigenze di fare cassa, e non molto di più, tuttavia non può passare inosservato come tale provvedimento di fatto incentivi il ricorso ai fondi di investimento, siano azionari, obbligazionari, misti ecc, in pratica il finanziamento e la partecipazioni ad utili delle aziende, italiane o estere che siano. Ora, sappiamo che in Italia vi è un enorme stock di risparmio, fino a 9 volte il PIL, tra i più alti al mondo, stock in gran parte espresso in immobili, ma non solo. Questo costituisce anche un problema poichè si tratta in parte di fondi provenienti dalla scriteriata generosità del governo italiano soprattutto fino a 20-25 anni fa quando con aumenti di stipendi nel settore statale, baby-pensioni, fior di sussidi agli agricoltori, scala mobile, aveva reso benestante molta parte degli italiani, ovviamente sottraendo fondi a un aumento della produttività delle aziende, attraverso le svalutazioni cui inflazione e deficit costringevano, e il succesivo e necessario rigore che questi sperperi hanno reso necessario impedendo qualunque alleggerimento del fisco.

Naturalmente un ruolo lo gioca l’aspetto culturale, ovvero la tendenza al risparmio, alla parsiomonia, dettata da un certo sospetto contadino verso il futuro, la cultura familiare che impone sia la famiglia a occuparsi del futuro delle nuove generazioni, tramite una casa di proprietà e un gruzzolo assicurato. La stessa diffidenza che ha sempre tenuto lontano l’italiano risparmiatore medio da fondi, azioni, obbligazioni, e finanza in genere.

Ecco che soprattutto questo ultimo aspetto assieme al primo, che permetteva alti rendimenti, ha sempre spinto l’italiano a investire nel suo caro vecchio BOT. Il punto è che in questo modo semplicemente si finanzia un debito, con pochi effetti sulla produttività, mentre l’optimum sarebbe finalmente utilizzare lo stock enorme di risparmio per investirlo finalmente in aziende, creazioni di fatturati e utili.

Questo partendo dall’assunto che comunque il debito italiano è troppo grande per crollare, è in mano per la parte in mano agli stranieri, a Francia e Germania soprattutto, un suo crollo sarebbe la fine dell’euro, e nessuna perdita di appetibilità per i risparmiatori italiani può indurre il timore di un default, nonostante le speculazioni di questi giorni.

Un altro provvedimento che potrebbe avere inaspettate conseguenze, anche positive, è il forfeittone al 5% per le aziende più giovani di 5 anni. Era stato preannunciato solo per le aziende dei minori di 35 anni, poi è stato modificato con l’eliminazione del forfeittone generale del 20% mantenendo un’agevolazione solo appunto per le aziende recenti, ma, come detto, al 5%.

Non si può immaginare che questo fatto rappresenti un’occasione di emersione dal nero? Ancora più che un incentivo alla creazione di nuove aziende.

Qualcuno potrebbe anche chiamarlo “condono mascherato”, ma risulta evidente che per chi è in nero risulta conveniente emergere fingendo di fondare una attività nuova che prima non c’era pagando solo il 5%. Naturalmente si può presentare anche il caso di aziende già avviate che cessino di esistere e rinascano come fossero nuove con qualche escamotage solo per approfittare della fiscalità agevolata e, in un certo senso, auto-applicarsi quella riduzione fiscale a lungo invocata.

Qui si tratta di psicologia e mentalità italiche, elementi culturali che nessuna legge può veramente regolare, ma in pochi Paesi come nel nostro un incentivo simile potrebbe essere foriero di qualche vantaggio anche per le casse dello Stato.

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