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pubblicato: martedì, 30 settembre, 2014

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Tutta colpa di D’Alema

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Nella notte ho fatto un sogno strano. Iniziava il 17 aprile del 2000. L’Ulivo, che era al governo del Paese da quattro anni, usciva sconfitto dalle elezioni regionali. Massimo D’Alema, presidente del Consiglio dall’autunno del 1998, non si dimetteva e si preparava a guidare il centrosinistra alle elezioni politiche dell’anno successivo. Vinceva e iniziava un lungo governa di legislatura. Quella fu una proficua stagione di riforme, frutto della positiva congiuntura finanziaria dovuta all’introduzione dell’Euro e al crollo dei tassi di interesse (lo spread tra BTP e Bund, in quegli anni, viaggiava tra i 10 e i 40 punti base). Berlusconi, nel sogno, non si vede: probabilmente qualche processo s’era concluso, perché la “ex Cirielli” non era stata approvata e il “falso in bilancio” non era stato depenalizzato. Erano altre, del resto, le attenzioni di chi governava: era la stagione della “Terza Via” e D’Alema, con Schröder e Blair, rinnovava la sinistra, riformava il Welfare senza, però, snaturarne la missione di tutela dei più deboli con diritti e ridistribuzione delle ricchezze. L’Italia, che aveva toccato il fondo nel 1992 era in prima fila in Europa: aveva colto la sua occasione.

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Stamattina però ho aperto gli occhi mi sono ricordato che, da giorni, il segretario del Partito Democratico spiega che è tutta colpa di D’Alema, della sinistra e dei sindacati se l’Italia, in realtà, è arrivata sull’orlo del baratro nel novembre del 2011 e, ancora, non riesce a riprendersi. Ma come? D’Alema aveva governato così a lungo solo nel mio sogno.

Dal 2001, infatti, la politica italiana è condizionata da un personaggio che, mentre tutelava i propri personalissimi interessi con tempestivi interventi ad hoc, non ha saputo produrre uno straccio di riforma organica del Welfare e del mercato del lavoro. Mentre Schröder faceva approvare la cosiddetta “Agenda 2010”, Berlusconi provava a cancellare le garanzie dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori: non se ne fece nulla perché quello era un falso problema, era lo sfizio ideologico di chi considera i diritti dei lavoratori un ingiusto ostacolo al profitto spregiudicato.

Anche Matteo Renzi, per riprendere il discorso che Cofferati pronunciò al Circo Massimo nel 2002, non è “figlio della solidarietà”: anche nell’ultima intervista a Fazio ha confermato, piuttosto, di avere “come riferimento il capitalismo compassionevole e la filantropia”. Ma se la “compassione e la fiducia” prendono il posto delle garanzie e delle regole, il Paese non cambia, non cresce, non migliora. Angelo Bolaffi ha ben raccontato “il modello Germania, l’Italia e la crisi europea” in “Cuore Tedesco”: Renzi lo sfogli. Scoprirebbe che sono ben altre le riforme di cui il Paese ha bisogno, imparerebbe che, mentre il Cavaliere si sforzava a cancellare l’articolo 18, il governo “rosso-verde” di Schröder implementava il “Piano Hartz” che ha sì rivoluzionato il sistema di welfare ma non ha toccato le garanzie dei lavoratori tedeschi, ancora oggi meglio tutelati -e meglio pagati- dei loro colleghi italiani. Quel progetto usciva da un lungo e preciso studio della realtà e aveva l’obiettivo di riformare per conservare. Prenda spunto, colga l’occasione che le circostanze gli offrono: si impegni ad immaginare un futuro migliore, che, appunto, non è il ritorno al passato.

Post Scriptum: a chi obietterà che “i vecchi” hanno già avuto più di un’opportunità, ricordo che il primo Governo Prodi –da molti considerato il miglior governo repubblicano– cadde, nel 1998, perché Rifondazione Comunista tolse l’appoggio esterno. D’Alema, e, dopo di lui, Amato, governarono tra il 1998 e il 2001 solo grazie all’UDR di Cossiga e Mastella. Il Professore, dopo la mezza vittoria del 2006, non ebbe mai una maggioranza a Palazzo Madama senza i voti dei senatori a vita che, con Mastella, Dini e Fisichella erano determinanti per l’approvazione di ogni provvedimento. Forse c’è un motivo se allora fu fatto poco.

Andrea Enrici

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