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pubblicato: lunedì, 9 febbraio, 2015

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Twitter cinguetta il “mea culpa”, ma è un po’ anche colpa nostra

“Facciamo pena quando si tratta di affrontare abusi e troll…e me ne assumo tutte le responsabilità”.

E’ quanto ha scritto il Ceo di Twitter, Dick Costolo, in una nota che avrebbe dovuto rimanere riservata ma che è stata diffusa, nelle scorse ore, da The Verge.

Un mea culpa in piena regola, messo nero su bianco dal top manager di uno dei più grandi e pervasivi social network del momento con 500 milioni di utenti nel mondo, sebbene il numero di quelli attivi superi di poco la metà.

“Molti nostri utenti, anche della prima ora – ha scritto ancora Costolo – ci stanno abbandonando perché non sopportano più di essere offesi ed insultati da altri utenti”.

Inutile chiedersi se il manager, nel dirsi preoccupato e dichiararsi consapevole delle responsabilità della società, pensi più all’impatto del fenomeno sul titolo di Twitter in borsa o alle ricadute etico-sociali.

Se Dick Costolo arriva a recitare un mea culpa tanto rumoroso ed inequivoco significa che il fenomeno ha assunto dimensioni davvero allarmanti e che non si tratta più – come era ormai evidente da tempo – di qualche centinaio di utenti, più sensibili della media alle critiche o meno disponibili al confronto ma di un’autentica emorragia, magari lenta ma implacabile.

Capita, evidentemente, sempre più spesso di non riuscire a resistere alla tentazione di cliccare su quel pulsante – neppure tanto facile da trovare – che consente di cancellare il proprio profilo, buttandosi alle spalle, per sempre o fino a che la nostalgia non abbia la meglio, il cinguettio di persone vicine e lontane, famose e sconosciute, educate e maleducate.

Questi i fatti.

Ma come si è arrivati sin qui e quali sono i possibili rimedi?

Come davanti ad ogni fenomeno di questo genere, naturalmente, ognuno ha le proprie spiegazioni e la propria ricetta per risolvere il problema.

Guai a sentirsi depositari di verità ultime e assolute che non esistono quasi mai e certamente non esistono quando il problema riguarda una realtà liquida, in continuo divenire, globale, multiculturale e multicefala come quella delle reti sociali che corrono lungo la Rete delle reti.

In un contesto tanto magmatico, ci sono poche certezze.

La prima è che Twitter, come ogni altra analoga piattaforma, se volesse potrebbe “chiudere il becco” ad un numero di utenti usi a cinguettar insulti ed offese superiore a quello che, sin qui, ha messo alla porta.

Per convincersene basta sfogliare i termini di servizio che governano il rapporto tra la piattaforma ed i suoi utenti: “Twitter si riserva il diritto (ma non avrà l’obbligo) di rimuovere o rifiutare, in ogni momento, la distribuzione di Contenuti sui Servizi, di sospendere o chiudere utenze e di richiedere la restituzione di alcuni nomi utente senza alcuna responsabilità nei confronti dell’utente.”.

Sarebbe sbagliato auspicare che Twitter si trasformi in un cerbero censore della libertà di comunicazione via web e ad un tempo guai a dimenticare che la linea di confine che separa un antipatico e coriaceo troll da un qualsiasi utente che dice la sua, magari, talvolta, usando termini sopra le righe è davvero sottile.

E’ innegabile, però, che se il fenomeno è effettivamente tanto diffuso come sembra specie dopo aver letto le parole del suo CEO, forse, Twitter – anche considerati gli straordinari poteri che si riserva – potrebbe essere più severo nel richiamare i propri utenti al rispetto delle regole e, quando serve, nel metterli alla porta.

Perché questo non accada o accada meno di quanto, forse, sarebbe necessario è una questione che meriterebbe maggiore attenzione e che andrebbe indagata anche in una prospettiva commerciale ed economica cercando di capire se e quanto i numeri ed i volumi di traffico – ivi inclusi quelli generati dagli utenti più molesti – abbiano sin qui pesato in questa scelta.

In questa partita l’annosa questione dell’anonimato online non c’entra perché, naturalmente, Twitter per mettere alla porta un utente reo di aver violato le sue regole non ha bisogno di conoscerne nome e cognome.

E’ però innegabile, e si arriva così ad una seconda constatazione che l’anonimato – o quello che gli utenti percepiscono come tale mascherandosi dietro ad un nick name più o meno fantasioso – ha un ruolo importante nel rendere, talvolta, incivili, offensive e maleducate centinaia di migliaia di persone che, probabilmente, nel loro quotidiano lo sono di meno [ndr difficile credere che non lo siano affatto e che attendano di cinguettare per diventarlo].

“Quello che dici su Twitter può essere visto istantaneamente in tutto il mondo. Sei quello che twitti!”, recitano i termini d’uso di Twitter.

Vero, anzi, verissimo, perché il mosaico complesso della nostra identità è fatto di una miriade di piccoli e grandi tessere, rappresentate proprio da quello che scriviamo, condividiamo e comunichiamo al resto del mondo.

Ma, naturalmente, se si sceglie di cinguettare nascosti dietro ad un nick name di fantasia, il link naturale tra chi siamo e quello che twittiamo viene spezzato e si sgretola così ogni preoccupazione che offendendo il prossimo ci si possa presentare al mondo come persone incivili, maleducate, moleste o ignoranti.

Sarebbe bello se ciascuno di noi rispettasse le regole e si comportasse in modo civile – online come offline – per indole o intima convinzione ma sfortunatamente non è così e la preoccupazione di non incorrere in sanzioni sociali – quali, appunto, una cattiva reputazione – o, addirittura legali, serve a garantire, da sempre, una migliore e più civile convivenza.

Forse, quindi, è davvero arrivato il momento di accettare l’idea che, almeno nei social network, ci si debba necessariamente mettere la faccia salvo eccezioni ovvero salvo che mettendocela non ci si vedrebbe precluso il diritto di denunciare abusi, soprusi e violazioni di altri diritti.

Ma per cinguettare in libertà, senza offendere nessuno, di norma non serve incappucciarsi.

Vietare l’anonimato online, credo, sarebbe un errore ma educare ed educarci a presentarci e metterci la faccia prima di dire quello che pensiamo di qualcun altro, forse, è un processo culturale che sarebbe opportuno avviare prima che sia troppo tardi.

Certo, nessuno – se non per legge – può vietare a nessun altro di entrare in un bar ed iniziare a parlare senza presentarsi ma i più possono convincere i meno che farlo è da maleducati e, forse, le grandi piattaforme di social network, Twitter in testa, potrebbero iniziare a “premiare” – non ha importanza come – chi ci mette la faccia e far sentire fuori posto ed indesiderato chi non ce la mette salvo che naturalmente non mettercela non sia una scelta ma una necessità per esercitare il sacrosanto diritto a denunciare abusi pubblici e privati.

Twitter ha recitato il mea culpa, forse, prima di essere costretti a farlo anche noi, dovremmo provare a cambiare verso per non risvegliarci domani costretti a prendere atto che, con Internet, avevamo una grande occasione di trasformare in realtà un anelito che viene da lontano come quello della libertà di parola ma ce la siamo fatta sfuggire.

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