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pubblicato: sabato, 16 ottobre, 2010

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Un banco di prova per il Pd

La riuscita e per fortuna pacifica manifestazione di sabato della Fiom ha visto sfilare per le strade della capitale centinaia di migliaia di persone (anche se la questura ha calcolato 80.000 manifestanti e il sindacato non ha dato alcuna cifra) dando vita ad una presenza massiccia e molto più numerosa del corteo della Cisl e della Uil della settimana scorsa, che aveva visto al comizio di Piazza del Popolo molte meno persone (Piazza San Giovanni tra l’altro è la piazza più grande della città).

La riuscita manifestazione e gli applauditi interventi di Landini ed Epifani (nel suo ultimo comizio da segretario generale) hanno portato i media a discutere dell’unità sindacale e dei legami tra Cgil da una parte e Cisl-Uil dall’altra, in un periodo in cui l’Ugl senza la Polverini appare molto meno “attraente” e la Confindustria tenta di aprire un canale di dialogo con le parti sociali senza passare per l’intermediazione dell’esecutivo. Per non parlare poi delle dichiarazioni del ministro Sacconi e del sempiterno dibattito sulla mancata unità sindacale: di chi è la causa della rottura? Personalmente ho sempre sostenuto che l’attività di logoramento dell’unità sindacale fosse un’iniziativa del governo (avvenne anche tra il 2001 e il 2006 in primis col “Patto per l’Italia”) con una colpa non indifferente da parte del sindacato incapace di dare risposte efficaci a delle evidenti provocazioni. Ma questa è un’altra storia.

E’ un’altra storia perché la piazza di San Giovanni non ci consegna soltanto un bel dibattito sindacale. Ma anche un importante tema politico.

Molti leader del centrosinistra hanno partecipato alla manifestazione della Fiom: Federazione della Sinistra, Sinistra Ecologia Libertà e Italia dei Valori (assieme ad altre sigle minori del variegato universo politico della sinistra italiana) e ciò ha portato a sfilare in piazza i vari Ferrero, Vendola e Di Pietro (con Maurizio Zipponi al seguito, per fortuna). Non ha aderito alla manifestazione il Pd.

E ovviamente si è aperto il dibattito.

Pur non avendo aderito il partito alla manifestazione hanno partecipato singoli esponenti tra cui Sergio Cofferati, Stefano Fassina, Ignazio Marino, Paolo Nerozzi, Matteo Orfini e Fausto Raciti.

Il responsabile economico del partito Fassina (dipinto non a torto come “il pupillo di Bersani” sulle materie economiche) ha ribadito come il Pd non aderisce all’iniziativa pur prestando attenzione al corteo. Perché ovunque emerge un malessere nel campo dei diritti e del lavoro il Partito Democratico c’è. E chiede al governo Berlusconi di ribaltare la sua agenda politica ponendo al prima posto il tema dell’occupazione.

Una posizione così poteva dare man forte a chi nel centrosinistra intendeva sottolineare questa forma di velato “tentennamento” del Pd sull’adesione alla manifestazione, ma oggettivamente a parte qualche frecciatina non si sono registrati da parte degli alleati del Pd feroci critiche nei confronti di Bersani and co.

In molti dunque si sono interrogati sul seguente quesito: perché il Pd non ha aderito alla manifestazione? Cosa può averlo spinto a compiere questa scelta?

I commenti più banali, e anche erronei, potrebbero partire dal presupposto che il Pd è un partito sostanzialmente riformista e che quindi deplora un certo atteggiamento oltranzista e radicale della Fiom. Mai considerazione iniziale fu cosi sbagliata.

Se infatti senza dubbio la Fiom appare storicamente come il settore più “radicale” all’interno del sindacato, è anche vero che ieri lo stesso Epifani ha rimarcato la comunanza di vedute tra Cgil e metalmeccanici nonostante qualche dissapore e divergenza. Ha addirittura aperto alla proposta di Landini sullo sciopero, e del resto, nonostante un proverbiale “radicalismo” della Fiom, in questi frangenti (trascurando l’investimento complessivo di Marchionne sostanzialmente favorevole all’Italia) la Fiat ha commesso qualche scivolone, basti pensare al tema dei tre operai reintegrati ma non ammessi al lavoro. Da questo punto di vista oggettivamente alcune posizioni dei metalmeccanici della Cgil possono apparire come comprensibili.

Accanto a questa considerazione si è paventato il rischio di un flop dell’iniziativa che avrebbe potuto coinvolgere il Pd ritraendolo come subalterno di un sindacato dimostratosi alfiere di una minoranza sindacale.

Ma in realtà il problema del Pd è un altro.

La manifestazione della Fiom è stato un banco di prova. Ma un banco che la dirigenza del Pd ha lasciato vuoto, disertando il compito in classe.

Non voglio soffermarmi sulla giustezza o no dell’adesione alla manifestazione della Fiom da parte del Pd, ma parliamoci chiaro: il Pd non ha aderito non perché si trova più vicino alle istanze ed alla strategia della Cisl e della Uil. Il Pd non ha aderito perché non ha scelto “con chi schierarsi” e soprattutto non ha scelto la sua idea di lavoro, per non parlare poi di quella di società e di sviluppo.

Si potrebbe giustamente osservare che il Pd, a differenza di Vendola e company, è un partito grande con varie istanze al suo interno e che quindi non avrebbe dovuto scegliere di schierarsi dalla parte della Fiom perché ciò avrebbe registrato la contrarietà di altri.

Questo è un problema che può sussistere ma che va risolto alla radice: il Partito Democratico deve scegliere “cosa fare da grande” e non penso possa a lungo continuare a permettersi di vivacchiare mandando qualche membro della segreteria alle manifestazioni.

Senz’altro in ciò non aiuta la divisione dei sindacati e forse problemi di questo tipo non si porrebbero con un sindacato, anche negli intenti, confederale.

Ma il tema in realtà è declinabile su molte tenzoni: sul tema legge elettorale non ci si esprime come sulla scelta di andare in piazza. E non perché convivono nello stesso partito “proporzionalisti” e “maggioritaristi”. Non è una giustificazione valida, anche se veritiera. In ogni caso c’è un limite all’arte del compromesso, ed occorre compiere scelte chiare. Sempre che si voglia apparire credibile agli occhi degli elettori.

I dirigenti del Pd si devono ricordare che nella “Divina Commedia” gli ignavi, per quanto anomali, sono collocati pienamente nell’inferno. E, per quanto possa apparire un post affascinante, non penso sia la cosa migliore per milioni di elettori che credono in un’alternativa al governo delle destre.

Il Partito Democratico si renda conto che la politica è fatta di scelte: o il maggioritario o il proporzionale, o la Cgil o la Cisl e la Uil, o le primarie o i congressi.

La politica è fatta di scelte. Ma del resto non lo è anche la vita?

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