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pubblicato: giovedì, 28 Gen, 2016

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Zero Inflazione, e se fosse meglio?

«Attraverso un continuo processo di inflazione, i governi possono confiscare, in segreto e inosservati, una parte importante della ricchezza dei loro cittadini: la confiscano arbitrariamente e, mentre questo processo impoverisce molti, ne arricchisce in effetti alcuni». Keynes: “Conseguenze economiche della pace“, 1919. Un testo troppo antico?
Il Trattato che istituisce la Comunità europea assegna all’Eurosistema l’obiettivo primario di mantenere la stabilità dei prezzi. È infatti opinione largamente condivisa che, mantenendo la stabilità dei prezzi, la politica monetaria possa contribuire in misura significativa a una crescita durevole, al benessere economico e alla creazione di posti di lavoro”. Trichet: prefazione al documento BCELa stabilità dei prezzi: perché è importante per te”.

Oggi tanti sostengono che l’inflazione riattiva la crescita vigorosa e riassorbe la disoccupazione. In Venezuela l’inflazione è alle stelle, eppure il PIL e la ricchezza sono in grosso calo. Questo è un caso estremo, ma anche Russia e Brasile hanno chiuso in 2015 con una inflazione rispettivamente del 15,8% e del 10,7% unita a un PIL negativo tra il 4 e il 5% la Russia e tra 0,6 e 1,5% il Brasile.

Ciononostante, in generale si crede che un poco di inflazione, il 2%, serve alla crescita.

Esistono due modi, noti e sperimentati, che le autorità hanno per generare inflazione. Il primo è di stampare banconote senza limiti, la politica della BCE e di altre Banche Centrali. Il secondo, più semplice, immediato ed efficace: aumentare le tasse, in particolare sui consumi, come l’ Iva e le accise. L’effetto finale sui prezzi è analogo. Provoca la stessa inflazione dell’espansione monetaria e con maggiori vantaggi per le casse dello Stato. Perché gli “economisti – guru” quando parlano dell’inflazione come stimolo non propongono di aumentare le tasse per raggiungere lo stesso scopo? La risposta è ovvia: l’inflazione è una imposta “dolce”, ancorché cattiva; colpisce in misura inversamente proporzionale ai redditi ed ai patrimoni, ma è colpa di tanti, quindi di nessuno.
Come mai nessun politico (a parte qualche estremista di sinistra) propugna l’aumento delle tasse per stimolare la crescita?
Perché le tasse sono immediatamente percepibili e chiunque si accorge di quando gli stanno svuotando le tasche. Nessuno si farebbe infinocchiare da chi, sostenendo che l’inflazione (poca) produce benessere, la producesse con un aumento delle tasse indirette.
Con la tassa – inflazione si tolgono risorse ai salariati, ai risparmiatori, ai pensionati, ai ceti meno protetti per trasferirle in silenzio allo Stato, ai debitori, agli oligopolisti, etc. Una tassa subdola, più difficile da percepire, che in sostanza sfrutta l’ignoranza per colpire i più deboli. Il terreno ideale, quindi, per la demagogia di chi reclamizza la crescita di consumi e di occupazione conseguenti. Gli stessi demagoghi però, appena i prezzi salgono e la crisi si acuisce, inveiscono contro i profittatori, i capitalisti, la finanza, i poteri forti e naturalmente l’Euro.
Oggi politici, banchieri ed industriali mirano all’obiettivo del 2% di inflazione. Se ciò accadesse – nella situazione italiana di stipendi e pensioni bloccati – il reddito di salariati e pensionati in 10 anni crollerebbe silenziosamente del 22%. E’ questa una buona notizia per gli Italiani?
L’inflazione zero è invece un bel vantaggio per la maggior parte dei cittadini, se solo si riuscisse a sfruttarne il potenziale positivo.
Una inflazione zero, pur senza aumenti di salari e pensioni, mantiene intatto il potere d’acquisto, riversando alla competitività delle imprese tutti gli aumenti di produttività.
Con vantaggio per i governi dei paesi indebitati come l’Italia, i quali – grazie pure al Quantitative Easing della BCE – possono giovarsi di tassi minimi sul debito pubblico. Bassi tassi sono una panacea per imprese e cittadini che possono indebitarsi a costi limitati. Quale stimolo migliore per il mercato immobiliare di bassi tassi di interesse?
L’inflazione zero in Italia e in Europa è la sommatoria di aumenti e diminuzioni di prezzi dei vari beni. All’aumento dei costi dei servizi e di alcuni beni si contrappone il calo indotto dal crollo del prezzo del petrolio e affini e delle altre materie prime.
Ieri ho fatto il pieno di gasolio (70 litri) accorgendomi di aver risparmiato 50 euro rispetto a un anno mezzo fa. Facendolo tre volte al mese mi ritrovo solo per questo 1800 euro in più all’anno. Come me tutti coloro che usano l’auto, che riscaldano la casa, che viaggiano in aereo. Il calo del costo dei trasporti spinge al ribasso gli altri beni facenti parte della spesa quotidiana.
Lo straordinario vantaggio di questa situazione sono le tasche più piene degli italiani, con un effetto redistributivo ben più grande dei famosi 80 euro. Due mila euro all’anno di minor costo energetico fanno molto più bene a una famiglia di basso o medio reddito e producono uno stimolo molto più grande allo sviluppo, essendo noto che chi ha redditi più bassi tende a spendere tutto o quasi ciò che guadagna.
Aggiungo un ultimo dato e concludo.
Che si riducano le entrate dei paesi produttori di materie prime è di certo un male per quelle popolazioni. Ma se consideriamo che una parte degli introiti da petrolio, metalli e altre materie prime vengono usate da molti regimi dittatoriali per finanziare le loro guerre e il terrorismo internazionale, allora la situazione non è poi così negativa.

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