Sudafrica: Al-Bashir e la credibilità della Corte Penale Internazionale

al-bashir

Il presidente del Sudan, Omar Hasan Ahmad al-Bashir, recatosi per un summit dell’Unione Africana a Johannesburg, è sfuggito all’esecuzione del mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale nei suoi confronti.

Il viaggio in Sudafrica e il mandato d’arresto

Il presidente sudanese si era recato in Sudafrica il 14 di giugno per prendere parte ad un summit dell’Unione Africana, nonostante il mandato di arresto emesso nei suoi confronti dalla Corte Penale Internazionale.

Due mandati erano stati emessi dalla Corte, prima nel 2009 e poi nel 2010, nei confronti di Omar al-Bashir, sulla scorta delle accuse di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio, formulate nei suoi confronti dall’allora Procuratore, per il conflitto in Darfur.

L’effetto del mandato di arresto è quello di limitare sensibilmente la libertà di movimento del presidente sudanese al di fuori del Sudan. Cionondimeno, più volte al-Bashir si sarebbe recato all’estero, in paesi amici, soprattutto in Medio Oriente e in Africa.

Il summit dell’Unione Africana cui aveva deciso di partecipare il presidente sudanese aveva come principale oggetto di discussione la situazione in Burundi. Al-Bashir era stato accolto calorosamente dai leader dell’Unione Africana, nonché dalle autorità del Sudafrica.

L’appello della Corte Penale Internazionale

Avendo appreso dell’imminente visita di al-Bashir in Sudafrica, il Presidente dell’Assemblea degli Stati Parte della Corte Penale Internazionale, Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, l’Unione Europea e gli Stati Uniti avevano richiamato l’obbligo, gravante sul governo sudafricano, di cooperare con la Corte, nell’esecuzione del mandato di arresto, in quanto stato parte dello Statuto di Roma.

Il fermo

Domenica, riporta il Guardian, il giudice dell’Alta Corte di Pretoria, Hans Fabricius, aveva emesso un fermo nei confronti del presidente sudanese. In risposta al provvedimento dell’Alta Corte, il Governo Sudafricano aveva annunciato che avrebbe appellato la decisione della Corte sulla scorta dell’immunità dalla giurisdizione spettante ai delegati del summit dell’Unione Africana, incluso il presidente al-Bashir.

Un’udienza era prevista per Lunedì 15 giugno, alle 9.30, ma, per poter studiare i documenti presentati dal Governo Sudafricano e le ragioni in favore dell’esecuzione del mandato, presentate dal Southern Africa Litigation Centre, ONG sudafricana per i diritti umani, la Corte aveva rinviato l’udienza al pomeriggio.

La fuga e la decisione finale dell’Alta Corte di Pretoria

Tanto è bastato per consentire al presidente al-Bashir di decollare dall’aeroporto militare di Waterkloof, poco fuori Pretoria, alla volta del Sudan, sfuggendo così alla decisione dell’Alta Corte di Pretoria che avrebbe costretto il Governo Sudafricano a dare esecuzione al mandato di arresto, giunta qualche ora dopo la partenza del leader sudanese.

I giudici dell’Alta Corte si sono detti delusi dalla decisione delle autorità sudafricane di lasciar partire il presidente sudanese, in violazione del fermo emesso domenica. Non solo: il giudice Dunstan Mlambo ha sottolineato che la condotta del governo costituisce una violazione della Costituzione della Repubblica del Sudafrica e dello Statuto di Roma.

Le critiche al Governo Sudafricano

Critiche sono piovute da tutti i fronti sul Sudafrica. Il direttore di Human Rights Watch, Kenneth Roth, avrebbe messo in evidenza la contraddizione di un Sudafrica che, da un lato, ha combattuto con successo contro l’apartheid, dall’altro, rimane a guardare quando intere popolazioni civili vengono sterminate in Africa.

Il vice Procuratore della Corte Penale Internazionale ha ribadito che rientrava tra gli obblighi del Sudafrica dare esecuzione al mandato di arresto nei confronti di al-Bashir, e che questi non aveva diritto ad alcuna immunità.

Così pure, critiche al governo di Jacob Zuma sono giunte dall’ONU e dagli Stati Uniti.

La crisi di credibilità della Corte Penale Internazionale

Al di là dell’ennesima fuga del presidente sudanese dalla giurisdizione della Corte Penale Internazionale, quel che emerge con chiarezza da quanto accaduto, è la continua perdita di credibilità della Corte dell’Aia.

La fuga di al-Bashir poteva essere facilmente preannunciata già domenica sera, quando il Governo Sudafricano aveva pubblicamente criticato la Corte, per prendere di mira solamente leader africani, bollandola come “non più utile”.

Vari Stati africani si uniscono da tempo al coro, accusando la Corte di “colonialismo giudiziario”, e di fallire nella missione di porre fine all’impunità di cui certi leader, non solo africani, godono. Il riferimento è senza ombra di dubbio alle condotte dell’esercito israeliano in Palestina e a quelle dell’esercito britannico in Iraq, situazioni entrambe al vaglio preliminare della Corte da molto tempo.

Non stupisce, dunque, la richiesta dell’Unione Africana di riformare lo Statuto della Corte, prevedendo un sistema più equo e imparziale.

Impunità

Cionondimeno, vale la pena ricordare che la dittatura di al-Bashir ha provocato in Darfur circa 300.000 vittime e quasi 2 milioni di rifugiati. Sebbene le critiche degli Stati africani possano sembrare non del tutto infondate, non sembra questa essere una valida giustificazione per venire meno agli obblighi incombenti sugli Stati Parte dello Statuto di Roma, soprattutto alla luce dei numeri appena citati.