Dal Blog: Di (seconda) madre ignota

madre

Al nostro primo incontro, al lavoro qualche mese fa, S. indossava una leggera giacca autunnale e, con questa, riusciva a nasconder bene le forme arrotondate. Ora, invece, le nuove curve sono evidenti e, quando qualcuno le chiede della gravidanza, si schernisce con dolcezza.
Così, a sorpresa, durante l’ultimo incontro prima del suo congedo maternità, mentre si pianificavano le scadenze primaverili, lei – che è sempre stata cordiale, ma senza sfumature confidenziali – sorridendo ha confessato: «Ancora non ci sentiamo pronte». La collega già mamma, ridendo, le ha risposto: «Ma tanto sono loro, i bambini, a esser pronti!».
Il bimbo (o la bimba) è infatti atteso per le prossime settimane e S., originaria dell’Europa del Nord, ha deciso di partorire nel nostro paese per essere vicino alla compagna italiana. Che tecnicamente, però, rischia di non contare nulla nel suo – nel nostro – paese: i gameti che hanno permesso la nuova vita non sono i suoi e in Italia la fecondazione eterologa tra donne (così come la maternità surrogata) è vietata dalla legge.
Se sarà lei a recarsi all’anagrafe per denunciare la nascita, il funzionario che si troverà davanti e cui spiegherà la sua storia quasi certamente dirà «Ah», tra il rassegnato e lo sconsolato. Si ritirerà a colloquio con il suo superiore e, con tutta probabilità, tenterà di non trascrivere l’atto di nascita, giustificandosi dicendo che sarebbe contrario all’ordine pubblico.
In definitiva, il bimbo (o la bimba), quando nascerà in Italia (da stranier*), avrà senz’altro una madre (straniera); non ci sarà un padre, ma una “non madre” (italiana). Quest’ultima sarà compagna della madre “legale” e continuerà ad amarla, si sentirà madre della creatura che sentirà su* figli*, ma per la legge questo non conterà niente. Sarà difficile per le due donne spiegarlo alla vita che nascerà, come sarà difficile spiegare senza un filo di rabbia e indignazione che, giusto pochi giorni prima della nascita, poche centinaia di persone in Parlamento non sono riuscite ad accordarsi nemmeno per consentire a una persona l’adozione “d’affetto e di cura” al partner del genitore del figlio, solo perché i due adulti hanno lo stesso sesso.
Sarebbe bello se la mamma nordica trasmettesse al piccolo (o alla piccola) gli occhi azzurri e i modi gentili, e quella italiana il desiderio di veder riconosciuta la propria dignità. Sarebbe bello, soprattutto, se il nostro – il suo – stato fosse in grado di regalargli dei nuovi diritti.

L.S. e G.M.