Israele, funerali Peres: una occasione storica?

Peres-Arafat

Israele, funerali Peres: una occasione storica?

La morte di uno dei più influenti leader israeliani, Shimon Peres (premio nobel per la pace nel 1993)  ha permesso di riunire l’elite globale in occasione dei suoi funerali. E la stretta di mano tra Abu Mazen (leader palestinese) e Benjamin Netanyahu (primo ministro d’ Israele) è già storia.

La elitè mondiale ai funerali dell’ ex-presidente Peres.

La scomparsa del 93enne Shimon Peres ha permesso di riunire una buona parte della elite politica di tutto il mondo. Da Barack Obama a Bill Clinton (presenze quasi obbligate per i forti legami tra Israele e Stati Uniti) fino a vari leader europei (a partire dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, il primo ministro francese Hollande, il premier Renzi e la corona spagnola). Nonostante la formalità e la sobrietà della funzione, la possibilità di riunire i principali rappresentanti è stata una occasione per riprendere più da vicino la questione Israelo-palestinese. Lo stesso Shimon Peres fu insignito del premio nobel per la pace – insieme all’ ex-leader della OLP, Yasser Arafat – per aver raggiunto una serie di importanti accordi distensivi (firmati ad Oslo nel 1993).

Funerali Peres: storica stretta di mano tra Netanyahu e Abu Mazen.

I veri protagonisti della funzione in ricordo di Peres sono stati i due massimi rappresentanti di Israele e Palestina: rispettivamente Benjamin Netanyahu e Abu Mazen. I due si sono resi protagonisti di una stretta di mano che, sul piano simbolico, potrebbe rappresentare il primo, timido atto di distensione, dopo un lungo periodo di gelida tensione. Gli ultimi anni si sono caratterizzati per una certa stabilità (con alcuni picchi di violenza e offensive, prevalentemente a scapito del territorio palestinese) senza poter rilevare alcun tipo di progresso. Il governo di Benjamin Netanyahu non si è mai espresso a favore di una risoluzione di uno dei conflitti più duraturi della storia moderna. Ciò nonostante, il contesto della funzione per Shimon Peres, acclamatissimo ex presidente moderato e protagonista dei processi di pace con la Palestina, era l’ ideale per lanciare un messaggio. Una stretta di mano, quanto mai simbolica, che permette di accrescere la speranza (seppur in minima parte) in un futuro più sereno, libero da sequele di attacchi fratricidi.

Un conflitto tra i più duraturi del XX e XXI secolo

Tra le cause che rendono estremamente difficili sia negoziati che qualsiasi altro tipo di distensione, è la durata del conflitto. Secondo le teorie di Johan Galtung, norvegese, fondatore del primo istituto per studi sulla pace, si intravedono tre tipi di danni da riparare, per poter chiudere un conflitto. Oltre ai danni legati alla violenza fisica (quindi feriti, vittime, mutilati) vi sono anche i danni strutturali (a edifici, infrastrutture, macchinari) e, specialmente, quelli morali, legati indissolubilmente alla durata del conflitto. Questi ultimi si caratterizzano per la creazione e il rafforzamento di un sentimento negativo verso l’altro, che va ad incidere direttamente sulla percezione della propria identità. Ovvero, il conflitto viene interiorizzato culturalmente, e si considera una determinata alterità come necessariamente ostile. E questo è sicuramente uno dei maggiori ostacoli a qualsiasi tentativo di conciliazione. Certo, da qualche parte bisogna pur cominciare (o meglio, ricominciare). Anche da una semplice stretta di mano.