Elezioni USA, triste fine di una campagna vuota

Ci siamo quasi, finalmente. Siamo a meno di una settimana dalle elezioni presidenziali americane; a breve quindi si chiuderà la lunga campagna elettorale che, dalle primarie fino allo scontro finale Trump-Clinton, ci ha un po’ intrattenuti, e parecchio annoiati. Certo, la seconda è solo un’opinione personale, ma nelle righe che seguono cercherò di spiegare il perché.

Perché seguire la campagna elettorale americana, se siamo in Italia e ci occupiamo di comunicazione pubblica?

Perché, che piaccia o no, siamo legati agli USA in modo quasi indissolubile. Gli USA guidano l’Alleanza Atlantica, trainano la finanza globale (e le sue crisi) e sono il Paese incaricatosi di tenere a bada gli equilibri politici mondiali. Noi siamo un Paese loro alleato, strategicamente molto importante soprattutto vista la posizione geografica che occupiamo.

Il prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America dovrà affrontare delle situazioni molto delicate in materia di politica interna ed estera. A noi, sicuramente, interessa più la seconda. Di certo c’è la curiosità di vedere come verranno affrontati il tema immigrazione, la ripresa economica, il discorso legato all’utilizzo delle armi e l’annosa questione fra polizia e popolazione con la pelle nera. Ma a coinvolgerci di più saranno i rapporti fra Washington e Mosca, la guerra in Siria, l’Isis, il ruolo dell’Arabia Saudita in Medio Oriente e i trattati di libero scambio fra USA e UE.

Una campagna rumorosa e un po’ scarna

La campagna elettorale che abbiamo vissuto, e che ho definito un po’ noiosa, era iniziata certo in maniera abbastanza attiva. C’erano Jeb Bush che sognava di prolungare la dinastia Bush a capo dell’America, il magnate Trump che si voleva fare pubblicità, il giovane Rubio che incalzava, il quotato Cruz, il saggio Sanders che accendeva gli animi dei giovani, e la Clinton che passeggiava verso una vittoria che appariva un po’ scontata, cercando solo di non fare grossi passi falsi.

 

 

Comunque andrà, sarà ricordata come la campagna elettorale di Donald Trump. Il plurimiliardario imprenditore classe ’46 ha catturato l’attenzione dei media e dell’elettorato sparandole, spesso, molto grosse. Si è comportato da celebrità, cavalcando quasi trionfalmente prima di iniziare a zoppicare un po’ durante i confronti televisivi contro Hillary Diane Rodham nota come Clinton in quanto moglie dell’ex Presidente Bill. Tutto o quasi iniziò con la “bomba” del muro al confine del Messico, che Trump ha promesso di costruire a spese del Messico stesso. Da lì in poi il palcoscenico è stato suo ed è arrivato il successo alle primarie.

Trump è diventato nuova icona di un modo di fare comunicazione politica che paga sempre di più, fatto di megalomanie e spettacolarizzazione, e così facendo attiva una parte di elettorato “emotivo”. Elettorato traversale, composto non soltanto de repubblicani puritani (da notare che lo stesso Partito Repubblicano non ha dato l’idea di vedere di buon occhio Trump come candidato alla presidenza). L’elefante avrebbe preferito un candidato più “tradizionale”, e forse soprattutto un po’ più ostile alla Russia.

Dall’altra parte il vincitore morale delle primarie è stato Bernie Sanders, senatore settantacinquenne in grado di ammaliare con la sua retorica e le sue idee autodefinite di matrice socialista. Soprattutto grazie ai voti dei giovani è riuscito a tenere testa fino all’ultimo alla strafavorita Hillary Clinton. Lo sforzo non è bastato, e per una mera questione d’età sarà difficile per lui tentare di replicare l’esperimento in futuro.

Vince invece Hillary, protagonista di una campagna di cui ricorderemo poco. Soprattutto forse ricorderemo le accuse nei suoi confronti per la questione “mail-gate”. Ha avuto come punto di forza il voto delle donne, in quanto unica donna in corsa per la Casa Bianca. A spianarle la strada in questa direzione sono state soprattutto le abbondanti cadute di stile di Trump in materia “donne”. Accuse, arrivate proprio al clou della campagna, per presunte violenze sessuali di cui si sarebbe reso protagonista, allusioni poco rispettose e atteggiamento spesso machista hanno dato modo alla sua rivale di dare stoccate che le hanno portato parecchi punti.

L’ultimo confronto, il vuoto

Ma veniamo al punto: la noia. Finite le primarie, spostata l’attenzione sulla corsa Trump-Clinton, si è spenta la lampadina. La campagna elettorale è stata tutto un rincorrersi di accuse, trite e ritrite, su temi ormai più che noti. Dopo i primi due confronti televisivi, descritti minuziosamente da Pierluigi Schiano Moriello qui e qui, ho seguito con attenzione il terzo, di giovedì 20 ottobre. Novanta minuti che non lasciano nulla di concreto per quanto riguarda il futuro possibile degli Stati Uniti, anzi, se possibile lasciano un alone di incertezza poco rassicurante.

Innanzitutto, se due che si giocano un ruolo da protagonista nello scenario geopolitico mondiale entrano in scena senza essere capaci di darsi la mano, prepariamoci al peggio. Ma guardiamo oltre. In tutto il dibattito non ho sentito niente di bello, interessante, nessuna visione politica di ampio respiro. Niente in grado di tranquillizzarmi in merito al futuro loro e nostro. Di base solo un ping-pong di accuse: Hillary che “abbasserò le tasse” e Donald che “no, tu le alzerai. Io le abbasserò”, Trump che nega le sue malefatte con le donne e dice alla Clinton di mostrare le sue mail, la Clinton che dice di essere tranquilla per le sue mail e dice a Trump che lui non rispetta le donne. Il tutto culmina con Trump che dice alla Clinton “sei cattiva”.

 

 

Bullo Vs Secchiona

Se Trump ha l’atteggiamento da bullo, la Clinton prova a fare la secchiona, ma non di quelle particolarmente brillanti. Stretta nel suo abito candido non è mai sembrata realmente sciolta, ma sempre in allerta e pronta a fare da scudo alle accuse che sapeva sarebbero piovute. Viene da mesi di studio e di sacrifici, e adesso che l’esame è arrivato lei è un po’ stanca ma vuole arrivare fino in fondo. Interrogata su una materia difficile, la guerra in Siria, nello specifico sulla sua volontà di istituire una no-flight zone con tutti i rischi del caso (se un aereo, ad esempio, russo non dovesse rispettare l’eventuale flight-zone gli americani dovrebbero abbatterlo, a apriti cielo) lei tituba. In pratica risponde “Sì, ma forse non adesso. O magari anche no. Dobbiamo proteggere i Siriani”. Dice di non pensare a un’invasione con truppe di terra ma che l’America continuerà ad occuparsi della questione.

Trump in materia di politica estera ha dalla sua il fatto di non aver avuto fino ad ora le mani in pasta, quindi può pontificare sul passato accusando la sua rivale di esserne stata la protagonista in negativo. Hillary e Obama avrebbero creato l’Isis, l’America non è più la potenza di una volta (il suo slogan è, appunto, Make america Great Again) e, dulcis in fundo, “Che male ci sarebbe ad andare d’accordo con la Russia?”. La Clinton in risposta a questa domanda ha saputo solo definire Trump come il bamboccio che Putin sogna di avere alla Casa Bianca.

Un confronto noioso perché in questi mesi si è parlato poco di idee e di sogni, non c’è stato loYes, We Can che almeno in quanto a promesse qualche speranza la dava. Resta l’idea di una sfida al titolo di “meno peggio”. Anche gli americani, protagonisti di questa sfida, sembrano indecisi in merito. Sondaggi di martedì 1 novembre danno la situazione in parità, alcuni addirittura il vantaggio di Trump.

 

A breve sapremo chi vincerà questa corsa. Ci resta una campagna elettorale improntata quasi unicamente alla gestione delle crisi, a mettere delle toppe a evidenti punti deboli dei candidati, e con pochissimi contenuti in grado smuovere le coscienze. A meno che non si voglia considerare il super muro di Trump come “contenuto”. Vedremo l’effetto di questo tipo di campagna dai risultati, soprattutto in termini di astinenza al voto. Per osservare le conseguenze a medio-lungo termine, soprattutto quelle che più ci toccano, c’è tempo.

 

Fonte immagine: Flickr

Luigi Conenna su Comunicatore Pubblico (Fb: Comunicatore Pubblico)