Pannella, quattro libri per ricordarlo

Pannella

Un anno fa, in questi giorni, era forte il cordoglio per la scomparsa di Marco Pannella. Il 19 maggio 2016 scompariva una delle figure che maggiormente hanno segnato indelebilmente la politica italiana e i suoi riti. L’area politica da lui formata, plasmata e guidata sta attraversando un periodo difficile; il Partito radicale transnazionale è in difficoltà economica e si è dato l’obiettivo dei 3mila iscritti annui per non sciogliersi; i rapporti con Radicali italiani e altri soggetti della “galassia radicale” sono per lo meno tesi da tempo. Nonostante questo, il patrimonio di pensieri, riflessioni e provocazioni di Pannella è ancora lì, a disposizione, per chiunque.

Non stupisce che la figura di Marco Pannella sia finita al centro di vari libri pubblicati in questi dodici mesi. Il primo a uscire era stato quello – aggiornato rispetto alle due edizioni precedenti – di Mauro Suttora; in seguito, invece, sono stati pubblicati altri volumi, anche molto diversi tra loro, benché ruotino attorno allo stesso personaggio. Ne ho scelti quattro, per la singolarità del punto di vista o il rispetto “filologico” dell’uomo o del politico Pannella. Nessuna santificazione, nessuna agiografia in questo; solo l’unione di quattro prospettive diverse, per cercare di far emergere un ritratto completo. Un ritratto che accosta luci a ombre, doti insuperate e debolezze innegabili, ma certamente mai a tinte piatte.

La “libertà felice” di Pannella

Si può scegliere di farsi guidare dalle parole pressoché fedeli dell’ultimo Pannella. Quello più doloroso, ma anche sorprendente. Quello che non perde il sorriso e la voglia di darsi appuntamento «A subito», anche quando i referti dicono altro. Lo si ritrova in Una libertà felice (titolo alla Rimbaud, somigliante al soggetto ritratto), libro uscito per Mondadori. Lo firma Pannella, lo ha curato Matteo Angioli; lui, assieme alla moglie Laura Harth, ha condiviso quasi ogni momento degli ultimi mesi di vita del leader radicale.

Il libro racconta in prima persona quei giorni e la «meravigliosa processione» al quinto piano di via della Panetteria; tra ricordi, sorrisi, sofferenze taciute e momenti di gioia, si ripercorrono episodi cardine pannelliani, in un continuo rimando d’esperienze. Dall’amore e dalla lotta per gli altri si passa a parlare del corpo; si arriva agli scioperi della fame, dal 1969 in poi, sostenuti dai cappuccini che davano il minimo di calorie per affrontare le attività da portare comunque avanti. Alcune considerazioni sul valore della memoria danno lo spunto per parlare della missione di Radio Radicale («eliminare le versioni dei fatti», ad esempio trasmettendo quanto si dice in Parlamento), e così via.

La malattia e il diario

Il viaggio inizia a metà luglio del 2014, quando a Pannella viene diagnosticato un tumore. «Da questo momento – si legge – comincio ad annotare quel che avviene. Non l’avevo mai fatto prima. Non so nemmeno spiegarmi bene il perché, ma sento che tenere una specie di diario è qualcosa di cui ora ho bisogno». Dall’inizio del 2016, il racconto procede quasi giorno per giorno; il carico di sofferenza, sonni travagliati e “fatica di vivere” aumenta, con la voglia di continuare a vivere, in compagnia. Basta un’idea di Pannella – «E se facessimo venire un po’ di amici a casa?» – e parte «la grande parata» di persone dalla Panetteria, di cui i media hanno dato ampiamente conto. Non un pellegrinaggio, ma un’ennesima occasione politica.

La democrazia attraverso un abbraccio

Militanti radicali storici, amici di vario colore, giornalisti e artisti, esponenti politici; passano tutti da quella soffitta trasformata in casa-studio. Pannella li aspetta per stare bene con loro, continuare le battaglie e – tra un saluto e l’altro – proseguire il racconto. Perché la vita sarà anche stata per Pannella «una lunga riunione politica», ma il tempo serviva. Per narrare la propria formazione, i propri amori, le lotte fatte da solo o in compagnia e da proseguire. «So benissimo che il mio tempo stringe – si legge – ma finché ce l’ho, rimango il solito Pannella».

Il racconto, tra un passato traboccante d’esperienze e un presente di lotta debilitata, «fino a che succede tutto», restituisce in modo credibile gli ultimi mesi di battaglia. Qualcuno può trovarlo patetico o di cattivo gusto; altri s’immergono nell’autoritratto a viva voce e a mano guidata, certi della sua autenticità, pregna di calore e valore politico. Su tutto emerge un frammento della lezione pannelliana: «La conquista della democrazia passa anche in un abbraccio, in una discussione sul liberalismo e un’altra sulle rivoluzioni, passa per ogni uomo e per ogni idea capace di migliorare il mondo. L’importante è osare e usarsi, l’importante è accettare ogni sfida che può guadagnare un grammo in più di libertà».

Pannella, l’Illuminato

Ha ricordato la figura di Pannella pure chi l’ha incrociata a lungo senza archiviarla, anche quando ha scelto la distanza. È il caso di Giovanni Negri, autore di L’illuminato, pubblicato da Feltrinelli. Lui è stato segretario del Partito radicale (1984-1988), deputato per due legislature; si è poi allonanato dalla politica e da Pannella. Si è rimesso in gioco come viticoltore, ma è tornato sulla scena guidando il nuovo soggetto politico La Marianna.

Il racconto dell’evoluzione di Pannella si dipana dalla notte del 21 giugno 1976 (quando i radicali riuscirono a entrare in Parlamento) ai tentativi di guardare oltre le frontiere nazionali, che secondo Negri hanno portato alla distruzione del partito e alla progressiva solitudine del leader. Questi sarebbe emerso con una statura mondiale, ma con ben altro seguito rispetto al passato. Ciò a dispetto delle occasioni per creare «un partito numericamente forte», come la campagna del 1999 Emma for President (che Negri seguì in prima persona).

Pannella e il “Fiume carsico”

Parlare di Pannella permette all’autore di ripercorrere tutta l’ispirazione radicale: dalle radici di Hume, Bentham e Mill, si passa ai fratelli Rosselli, fino ai veri fari pannelliani, Ernesto Rossi e Mario Pannunzio (e, nella sua visione, Croce). Tutti loro sono, per Negri, «il Fiume carsico», la fonte senza la quale Pannella non sarebbe mai diventato Pannella. È lo spunto per intuire l’evoluzione di uno che non è nato leader ma lo è diventato presto. A vent’anni era a capo dell’Unione goliardica italiana; passò poi alle varie marce e battaglie (referendum compresi), fino alla guida dei radicali anche quando gli incarichi spettavano ad altri (e lui, magari, non era nemmeno tesserato).

Negri traccia un profilo di Pannella in tre stadi. Il primo ferma il non violento degli anni ’70 «che studia, concepisce, insedia un nuovo metodo, uno strumento inedito di lotta politica»; il secondo, degli anni ’80, intende la non violenza come «strumento anche e soprattutto della lotta per la vita»; il terzo – il più duraturo, ma poco affine all’autore – assume «la non violenza come fine e scopo, regola di vita e insieme obiettivo politico universale», facendo del digiuno uno strumento abituale.

Pannella, un moderato intransigente

Di Pannella “l’illuminato” (o, volendo, l’illuminatore della politica italiana) esce un’immagine complessa; accosta la faccia del guitto, del «più efficace tribuno italiano del dopoguerra» dalla teatralità istintiva (che parlava pure con il suo abbigliamento, cravatte comprese) e quella del «moderato intransigente», come si autodefinì lui, dedito alle regole democratiche e al loro rispetto. Al personaggio calza la descrizione tracciata da Sciascia: il «predicatore del “chi non è con me è contro di sé”». Pur essendo laico e anticlericale, mostrava un atteggiamento da protestante (e protestatario), riformatore e desideroso di dialogare anche con le forze più lontane da lui. «Il vero avversario di Pannella – spiega Negri – non è chi davvero crede anche in altro che nella religione civile della libertà. Il nemico è nel cinismo e nell’indifferenza che si stendono nei mari delle passioni rinnegate e delle convinzioni piegate a ogni avere».

Il partito radicale muore con lui

L’uscita di scena di Pannella per Negri fa calare il sipario sulla storia del partito. Per l’autore, «morto un leader, un segretario o un papa, non necessariamente nel Partito radicale se ne fa un altro». Secondo lui Pannella voleva «fare coincidere per intero la propria avventura esistenziale con la parabola politica di quello che fu il suo partito». Come leader era «unico e difficilmente emulabile», almeno nella capacità di «mandare a sintesi o almeno tenere insieme sensibilità, culture, posizioni che all’interno della stessa comunità radicale potevano convivere solo grazie a un minimo comun denominatore che più che politico era umano, e che aveva il nome di Marco Pannella».

Le parole trovano triste conferma nelle cronache politiche nell’ultimo anno (e oltre); per Negri però non deve desistere dall’impegno politico chi si è ritrovato in quell’esperienza. Si torna – di nuovo – al fiume carsico, a «un passato che si fa futuro» spesso citato nel libro.

Vita ed eredità di Pannella

La storia di Marco Pannella è stata ripercorsa anche da Diego Galli, in un volume pubblicato da Castelvecchi (Pannella. La vita e l’eredità); community organizer, dal 2003 Galli ha lavorato a Radio Radicale. I libri firmati da Angioli e Negri sono più soggettivi, partendo dal punto di vista dell’autore o del curatore; quello di Galli è soprattutto (e prima di tutto) ben documentato. Si avvale di una mole ricchissima di scritti, testimonianze e altro materiale, tutto puntualmente citato in 38 pagine di bibliografia; una vera miniera per ricercatori e studiosi di varie discipline.

Anche qui al centro c’è l’evoluzione di Marco Pannella, con gli inizi al Mondo, in via Frattina dai liberali e all’Ugi (e intanto l’autore torna sulle origini del pensiero radicale, passaggio non inutile). Ci sono le posizioni antimilitariste, anticlericali – ma comunque “religiose”, riprendendo un’espressione di Angiolo Bandinelli e come dimostrato spesso – e successivamente pure liberiste; c’è l’impulso alla rivoluzione statutaria del partito nel 1967. Emerge come denominatore comune «la condizione minoritaria, quasi eretica» delle correnti di pensiero cui Pannella si è ispirato, all’inizio come in seguito; il ventaglio di idee è però abbastanza vasto da permettere al leader di cercare consenso su più fronti.

Battaglie da comunicare

Nei capitoli che seguono l’attenzione è rivolta soprattutto all’azione del Partito radicale (senza un focus esclusivo sul leader); nel decennio successivo appare il gruppo maggiormente capace di leggere in anticipo tendenze e battaglie da sostenere, a partire da quella per il divorzio. Si analizza il potenziale persuasivo del partito e delle iniziative da questo praticate (come la fondazione della Lega italiana per il divorzio e lo sciopero della fame), pur nella distanza dalle aule parlamentari; altrettanto si fa con l’aborto, partendo dalla fondazione del Centro italiano sterilizzazioni e aborto.

Emerge il ruolo fondamentale dei media per dare voce alle istanze radicali; prima i settimanali Panorama e L’Espresso, poi l’accesso alla televisivione (a prezzo di proteste eclatanti) nel 1976, determinante per far arrivare il Partito radicale in Parlamento. Non manca l’analisi di momenti drammatici (come l’uccisione di Giorgiana Masi nel 1977 o i rapporti coi “compagni assassini”) e di forme di propaganda storiche, come la Tribuna referendum imbavagliata del 1978. Gli anni ’70 si chiudono col partito che aumenta il consenso ma non sfonda, non è compatto e viene ridimensionato dal sistema dei partiti.

Galli dedica spazio all’attenzione posta dai radicali all’informazione e alla comunicazione; essa passa attraverso il consolidamento di Radio Radicale e altri strumenti comunicativi (compreso l’uso pionieristico di Internet). Si approfondisce anche alla “transnazionalità” radicale, già dimostrata nei decenni precedenti ed accentuatasi alla fine degli anni ’80; il Pr si trasforma in Partito radicale transnazionale (a costo di una dolorosa diaspora) e si adottano varie strategie per raggiungere l’obiettivo (congressi itineranti, sedi, campagne, periodici, manifestazioni).

Lottare per “creare l’attualità”

L’autore riconosce che dagli anni ’80 le azioni dei radicali hanno mirato più a difendere i diritti ritenuti violati che a farne affermare di nuovi; le stesse azioni non violente hanno finito per legare il loro successo all’impatto mediatico ottenuto dai leader che le praticavano. Nonostante ciò, prosegue lo sforzo di “creare l’attualità”, di imporre all’attenzione di eletti e governanti temi diversamente al margine; dalla lotta allo sterminio per fame, agli argomenti oggetto dei tanti referendum proposti, non contando sempre sull’apporto informativo dei media.

Debito spazio è riservato a grandi battaglie radicali; da quella per una legge elettorale maggioritaria nata a metà degli anni ’80 come strumento contro «il regime partitocratico», a quella per una “giustizia giusta” (per riformare il sistema giudiziario, eliminare norme di stampo fascista, ottenere l’amnistia e rendere umana la detenzione in carcere).

Leader anche nei difetti

Nel libro, Pannella appare «il vero dato di identità e continuità dell’esperienza radicale»; l’eredità pannelliana sembra «più ideale ed esemplare che riconducibile alle organizzazioni cui ha dato vita e alla leadership politica formatasi» con lui. Un’eredità che Galli individua pure quando la storia del leader mostra «i suoi limiti più evidenti». Si pensi alla «disorganizzazione scientifica», tradotta in litigiosità e frammentazione (specie una volta nata la “galassia radicale”) e alla scarsa tolleranza di alcuni verso la leadership carismatica di Pannella. Il suo “potere della parola”, peraltro, anche quando i suoi discorsi si fanno meno facili da seguire, non si discute; basta immaginare i frammenti citati da Galli e immaginarli pronunciati dalla sua voce per averne prova.

Pannella e la non violenza

Il modo migliore per ricordare Pannella, senza mediazione, è rileggere le sue parole; si può cercare di seguire l’evoluzione della complessità del pensiero pannelliano e dell’identità via via impressa al Partito radicale. Vale la pena allora leggere il libro Il Partito radicale, la non violenza. Lo ha pubblicato l’anno scorso Reality Book; lo hanno curato in modo filologico Maurizio Turco e Laura Arconti, con «la forza di militanti che in quelle radici affondano la propria formazione, il proprio senso di responsabilità, il proprio continuo tentare di essere speranza».

Il volume ripropone gli atti del convegno I radicali e la non violenza: un metodo, una speranza (1988). Dalla lettura di quegli interventi emerge con forza la non violenza intesa come strumento di dialogo; è tratto necessario dell’azione radicale (come messo in luce da Arconti) ma soprattutto «completamento della democrazia», secondo Pannella.

Il leader radicale aveva parlato, al convegno, della propria storia come «storia di una convinzione», quella sulla non violenza. Questa storia è costellata di episodi; lotte, digiuni, discorsi, apparizioni televisive conquistate a fatica, interviste, congressi decisivi («O li scegli, o li sciogli»), referendum richiesti, firme raccolte e tragedie mai rimarginate.

Un “preambolo” ancora attuale

Ogni episodio è occasione, fonte di parole per Marco Pannella; alcune – quelle più legate alla non violenza, pronunciate o scritte tra il 1968 e il 1993 – trovano posto nel libro. Introducono quei testi due dei principali documenti del Partito radicale concepiti da Pannella. Innanziutto il Preambolo allo statuto adottato nel 1980; leggere che il partito «proclama il dovere alla disobbedienza, alla non-collaborazione, alla obiezione di coscienza, alle supreme forme di lotta nonviolenta per la difesa – con la vita – della vita, del diritto, della legge» mantiene oggi tutta la sua potenza. Poi viene il manifesto-appello contro lo sterminio per fame, sete e guerre nel mondo (sottoscritto da oltre 120 premi Nobel) del 1981.

Gli interventi inseriti nel libro aiutano a fare luce sulla non violenza come carattere distintivo di Pannella e del partito. Sono però anche un’occasione per capire meglio, forse, con quale spirito i radicali si impegnino in altre battaglie. A partire da quelle in cui il Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito è più impegnato in questi anni. Sul piano innanzitutto interno c’è il ripristino della legalità e dell’umanità nelle carceri; su quello transnazionale, in seno all’Onu, ecco la transizione verso lo Stato di diritto, il riconoscimento del diritto alla conoscenza.

L’unico Ghandi italiano

Si tratta di battaglie ambiziose, impegnative, a volte persino difficili da comprendere e inquadrare nella loro essenza. Appare tuttavia meno arduo coglierne il senso ricordando – grazie anche al libro di Turco e Arconti – un punto di partenza. La non violenza, cioè, come strumento per provare a cambiare le cose combattendo gli errori, mai le persone; di queste, anzi, si cerca di far emergere la parte migliore instaurando un dialogo. Il miglioramento delle condizioni degli esseri umani sembra passare anche attraverso questo; la lezione è di Gandhi, ma in Italia Marco Pannella l’ha incarnata più di chiunque altro. Il suo corpo, dopo chissà quanto tempo passato a digiunare, girare e affaticarsi, lo sapeva fin troppo bene.