Salvini e i Radicali: referendum sulla giustizia

Salvini e i Radicali vogliono un referendum sulla giustizia per una riforma complessiva del sistema della magistratura.

Fino ad oggi, nel nostro Paese, i referendum abrogativi sono stati sessantasette, di cui trentanove validi. Il primo fu il divorzio, nel 1974, e da allora lo strumento della consultazione popolare è stato utilizzato più volte su temi molto delicati: dai diritti civili, al diritto penale, passando per tematiche ambientali ed economiche di notevole rilievo (si pensi, ad esempio, al referendum sull’energia nucleare).

Spesso contestato, soprattutto dalle forze della maggioranza parlamentare del momento che si vede minare la propria attività politica e la propria agenda (ed è naturale che sia così, dato che è pensato proprio come strumento di democrazia diretta, eccezione al principio cardine della democrazia rappresentativa), il referendum è il grande strumento di epocali battaglie del Partito Radicale ed è proprio a loro che si è rivolto Matteo Salvini, leader della Lega, pochi giorni fa.

La proposta di Salvini ai radicali

A “Porta a Porta”, trasmissione di Rai 1 in cui i politici hanno spesso lanciato proposte e iniziative, che Matteo Salvini, Senatore e leader della Lega (attualmente primo partito in Italia secondo i sondaggi, ma gruppo minoritario nelle aule parlamentari composte dopo le elezioni politiche del 2018, prima dell’exploit del nuovo Carroccio), ha lanciato l’idea del referendum sulla giustizia con i Radicali: secondo Salvini, infatti, la maggioranza a trazione PD e Movimento 5 Stelle non sarebbe in grado – o non avrebbe la volontà – di proporre ed approvare una vera riforma della giustizia e allora l’unica strada rimane quella della “riforma di popolo”.

Per farlo, quindi, Salvini lancia l’idea al Partito dei Radicali, che risponde positivamente: si tratterà di quesiti di referendum sulla giustizia, da depositare in Cassazione prima della raccolta delle 500.000 firme necessarie (art. 75 Cost.), in cui dovrebbero essere toccati molti punti critici e tema di dibattito politico. Salvini ne ha annunciati tre: la Legge Severino, la responsabilità dei giudici e la separazione delle carriere; ma potrebbero essere, secondo altre fonti, anche di più, toccando il delicato tema del CSM e dei trojan.

I temi proposti

Il macro-contenitore proposto da Salvini e dai radicali per i referendum è quello della giustizia: una riforma, secondo i promotori, che si attende da anni, e che invece tarda sempre ad arrivare per le resistenze giustizialiste e timorose nel toccare privilegi della casta dei magistrati da parte della sinistra nel nostro Paese; e allora, la strada del referendum dovrebbe sciogliere alcuni nodi o per lo meno costringere il legislatore a porre rimedio ad alcune annose questioni.

La responsabilità dei giudici

Punto molto delicato, attualmente regolato da una legge (la Legge Vassalli n. 117/1988, modificata poi dalla L. 18/2015) che prevede la sola responsabilità civile quando il giudice, nell’esercizio delle sue funzioni, produce un atto o un provvedimento illecito con dolo o colpa grave oppure ritarda o rifiuta un atto dovuto del suo ufficio in quello che si chiama “diniego di giustizia”.

La questione, come si è detto, è delicata poiché investe da una parte il diritto al risarcimento del danno da parte di chi abbia ricevuto un ingiusto giudizio, ma dall’altro riguarda anche i principi di autonomia e indipendenza dei giudici, che devono essere soggetti solo alla legge (art. 101 Cost.) e non possono essere messi nella condizione di temere ripercussioni economiche nel caso di un errore, che in ogni caso, in quanto esseri umani, potrebbero commettere.

La separazione delle funzioni

Ci ha provato il Ministro Castelli, con la legge che portava il suo nome, nel 2005 a dire che i magistrati non possono saltare da una funzione all’altra, dalla magistratura giudicante a quella requirente, poiché se così non fosse i cittadini si potrebbero trovare davanti ad un giudice non imparziale, che fino a pochi mesi prima aveva rivestito il ruolo di pubblica accusa.

La Legge Castelli, quindi, prevedeva la separazione delle funzioni: il magistrato, in sede concorsuale, doveva scegliere anche la funzione (giudicante o inquirente) e poteva cambiarla una sola volta, nei primi anni di servizio.

La Legge Castelli non prevedeva la separazione delle carriere, come molti avrebbero voluto, ma solo quella delle funzioni: l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, infatti, aveva osservato che la separazione delle carriere sarebbe stata probabilmente incostituzionale, e così il Governo ha optato per un intervento sulle sole funzioni, comunque risolutivo del problema di principio.

Nel 2007, però, il Governo era cambiato: da Berlusconi a Prodi, dal centrodestra al centrosinistra; e allora la Riforma Castelli venne smantellata con la Riforma Mastella che, accogliendo le lamentazioni dei magistrati, reintroduceva la possibilità del cambio di funzioni con alcune blande limitazioni: la permanenza in una funzione per almeno cinque anni prima di poter chiedere un cambio, il massimo numero di quattro “salti” da una funzione all’altra, e l’obbligo di cambio Regione da parte del magistrato che cambiava funzione (ad eccezione del caso di passaggio alla giustizia civile o del lavoro in cui era sufficiente cambiare provincia).

La Legge Severino

Si tratta di una legge (L. 190/2012) finalizzata a combattere la corruzione, che inasprì le pene del Codice Penale ed introdusse l’ANAC, l’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Tra i punti più dibattuti della Legge Severino non ci sono tanto le misure direttamente contenute, bensì quelle derivanti dalle deleghe al Governo che tale legge conteneva. Il Decreto Legislativo 235/2012, infatti, ha portato un dibattito molto ampio a livello politico.

In forza di questo decreto, il Senatore Silvio Berlusconi, nel 2013 venne dichiarato decaduto dal suo seggio senatorio per aver ricevuto una condanna a quattro anni (di cui tre condonati da indulto) con la pena accessoria dell’interdizione per due anni dai pubblici uffici

Anche il Sindaco di Napoli Luigi De Magistris e il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca sono stati investiti dalla norma e si sono visti sospendere la carica che avevano appena conquistato alle urne in attesa di giudizio per procedimenti penali a loro carico che erano in corso: in questi due casi, però, sia il TAR Campania che il Tribunale civile di Napoli hanno ritenuto di sospendere il provvedimento di sospensione, poiché la Corte Costituzionale stava esaminando proprio il caso della Legge Severino e della sua eventuale incostituzionalità.

Ad oggi, quindi, fatti salvi casi minori o meno noti, il caso di Berlusconi rimane l’unico in cui la Legge Severino, o meglio il D.Lgs. 235/2012, abbia trovato concreta applicazione ed abbia determinato la decadenza effettiva di un politico di spicco.

Il CSM

Il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo di autogoverno dei magistrati: ad esso competono le nomine, le decisioni sulle carriere, i provvedimenti disciplinari, e tutto quello che riguarda la vita della magistratura, che è costituzionalmente dotata di indipendenza ed autonomia per garantirne la separazione dalla scena politica.

Eppure il CSM in questi anni ha fatto parlare di sé per gli scandali che lo hanno investito: da una parte la corruzione dilagante, dall’altra la commistione proprio con quella politica da cui dovrebbe garantire autonomia e indipendenza dei magistrati.

Il caso Palamara prima, poi il caso Amara-Davigo, hanno messo in serio dubbio il prestigio del Consiglio e dei suoi membri e questo ha compromesso e intaccato la fiducia dei cittadini nei giudici.

Così, la proposta di modifica del funzionamento dell’organo, non avendo trovato risposta in Parlamento (PD e Movimento 5 Stelle, infatti, sarebbero i partiti maggiormente investiti dagli scandali, poiché sono proprio esponenti di tali partiti ad essere direttamente coinvolti nelle accuse di scambio di favori ed informazioni riservate, secondo quanto si sta ricostruendo dalle dichiarazioni di magistrati come Palamara) ora potrebbe trovarla nel voto popolare.

I trojan

Si tratta di programmi informatici che la magistratura ha spesso usato al posto delle tradizionali microspie per ottenere informazioni su persone sottoposte ad indagini; dapprima la Cassazione ha ritenuto di ammettere l’uso di questi programmi per i soli reati di terrorismo e criminalità organizzata e, nel 2020, ha esteso l’uso ai reati che prevedono l’arresto in flagranza fino poi allargare le maglie anche ai reati dei pubblici ufficiali ed incaricati di pubblico servizio.

L’ultima decisione in materia è di pochi mesi fa: la Cassazione ha ribadito che l’uso dei trojan è lecito e non richiede nemmeno autorizzazione come nel caso delle intercettazioni, poiché si tratta di uno strumento che non produce influenze sulla libera determinazione dei soggetti.

Ovviamente il tema è delicato poiché investe il diritto alla riservatezza ed il fatto che nessuno, secondo Costituzione, può essere sottoposto ad intercettazioni se non per legge e con una riserva di giurisdizione: che la Cassazione affermi che i trojan non sono intercettazioni, di fatti, rischia di minare proprio il diritto alla riservatezza, con un artificio di linguaggio molto spinto, che permette la dissimulazione dell’intercettazione sotto altra forma ed altro nome, quello appunto dei trojan.

L’iter dei referendum abrogativi

I quesiti che verranno proposti dalla Lega e dai Radicali dovrebbero essere tra gli otto e i dieci.

La legge sui referendum abrogativi (L. 352/1970) dettaglia il disposto dell’articolo 75 della Costituzione: i promotori del referendum devono essere almeno dieci (e in questo caso ci sarà, appunto, Matteo Salvini, assieme ad altri esponenti del Partito Radicale) e depositano in cancelleria della Cassazione i quesiti; la Cassazione quindi, previa pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, dà tempo tre mesi ai promotori per la raccolta delle 500.000 firme necessarie: sarà questo il momento in cui vedremo nelle piazze e nelle strade i banchetti della Lega e dei Radicali per la raccolta delle sottoscrizioni.

Raccolte le firme, e depositate entro il 30 settembre, l’Ufficio centrale per i referendum della Cassazione dovrà, entro il 31 ottobre, verificare la conformità alla legge (ordinaria dei quesiti), chiedendo eventualmente ai promotori di sanare eventuali irregolarità, e quindi decidere con un’ordinanza definitiva entro il 15 dicembre , prevedendo anche eventuali accorpamenti per quesiti simili.

L’ultimo passaggio è quello alla Corte Costituzionale che valuta l’ammissibilità delle materie da sottoporre a referendum: questa volta il metro non è più la legge ordinaria, ma l’articolo 75 della Costituzione (che sottrae alla consultazione popolare le materie tributarie, di bilancio, di amnistia e indulto e le leggi di autorizzazione di ratifica ai trattati internazionali) e il principi costituzionali che derivano da tutto il dettato costituzionale; la Corte decide entro il 10 febbraio dell’anno successivo.

A questo punto, se i quesiti passeranno il vaglio, il Presidente della Repubblica dovrà indire il referendum tra il 15 aprile e il 15 giugno (parliamo, qui, del 2022).

Il referendum abrogativo per essere valido deve raggiungere il quorum, la cui verifica spetta sempre all’Ufficio centrale per i referendum della Cassazione: dovranno partecipare la maggioranza (ovvero il 50% + un elettore) degli aventi diritto, che sono i maggiorenni iscritti alle liste elettorali per la Camera dei Deputati.

Se i “sì” supereranno i “no”, i referendum avranno centrato il loro obiettivo ed il Presidente della Repubblica provvederà a dichiarare l’avvenuta abrogazione delle disposizioni sottoposte a consultazione, con decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale e efficace dal giorno seguente la pubblicazione (eventualmente rinviabile, su richiesta del Governo, per un massimo di 60 giorni, al fine di colmare eventuali vuoti normativi).

Come verrà riformata la giustizia?

Per comprendere come effettivamente le proposte di Salvini e dei radicali di referendum intendono modificare le disposizioni di legge sulla giustizia, comunque, occorrerà attendere il deposito dei quesiti in Cassazione e la loro pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Come si è visto, la materia è molto ampia, i temi sono tanti, e i referendum abrogativi possono sì chiedere la soppressione di intere leggi, ma anche di parti di esse e, in questo caso, si può assistere ad un fenomeno manipolativo in grado di creare nuove norme grazie alla soppressione di specifiche parti di leggi e disposizioni vigenti (come avvenuto, ad esempio, nel referendum di soppressione di alcune parti della legge elettorale del Senato nel 1993 che ha trasformato il sistema da proporzionale a maggioritario).

In ogni caso, stando alle informazioni rilasciate da radicali e leghisti, non dovremo attendere molto, dato che già nei prossimi giorni dovrebbe avvenire il deposito.

Le reazioni delle altre forze politiche alla proposta di referendum

Interesse ha suscitato la dichiarazione dei Senatore Salvini nelle forze politiche di maggioranza e di opposizione.

Il centrosinistra

Da una parte, come era da aspettarsi vista la storia e le difficoltà di digerire riforme della giustizia in senso garantista e abolizionista di privilegi, le forze di sinistra hanno accolto con un secco rifiuto la proposta leghista, asserendo che spetti al Parlamento riformare la magistratura (salvo poi, nei fatti, assistere proprio all’inerzia del Parlamento dagli anni Ottanta ad oggi o, al limite, la regressione sulla materia, come la Riforma Mastella).

Il Partito Democratico, con Enrico Letta, ha aperto quindi una polemica sul tema con l’alleato di governo Salvini, asserendo che la proposta referendaria minerebbe il Governo stesso e la Ministra della Giustizia Cartabia. Dal canto suo, Salvini ha espresso massima stima e fiducia nel Governo e nella Ministra, rilevando però come sia oggettivamente impossibile trovare una maggioranza parlamentare per una riforma come quella richiesta, per la composizione del Parlamento a trazione dem e grillina. Non si tratterebbe quindi di minare il lavoro della Ministra Cartabia, ma di una vera e propria proposta politica di ampio respiro, che non può trovare attuazione anche con lo sforzo di Cartabia in materia.

Più calda invece l’accoglienza di Emma Bonino, storica esponente e protagonista di battaglie dei Radicali, che vede di buon occhio l’apertura di Matteo Salvini ad una proposta di referendum di riforma della giustizia come i Radicali chiedono da vent’anni; plausi anche da Italia Viva, che da sempre si schiera con il fronte garantista e la maggior tutela per gli imputati ed i cittadini che hanno a che fare con la magistratura e la giustizia in generale.

Il centrodestra

Il centrodestra, da Meloni a Forza Italia, si dice interessato ai temi proposti: un referendum in materia di giustizia, come quello proposto da Salvini con i radicali, potrebbe essere effettivamente un terreno comune per ritrovareI l’unità in vista delle prossime elezioni politiche, viste le difficoltà di convivenza soprattutto tra Fratelli d’Italia e gli alleati leghisti e forzisti, che si trovano da parti opposte rispetto al sostegno del Governo Draghi. E in ogni caso, al netto del risultato che potrebbe avere il referendum, trovare un’intesa sul tema della giustizia potrebbe essere per loro anche un punto programmatico da mettere poi in atto, per via parlamentare, nella prossima legislatura, se effettivamente i cittadini dovessero affidare loro, come sembrano affermare i sondaggi ad oggi, il governo del Paese.