Se gli intellettuali sono cattivi maestri, potremmo ascoltare i buoni esempi

Non passa settimana senza che gli stimati colleghi pubblicizzino e diffondano le sparate dei cosiddetti “intellettuali”. Perché?

Se gli intellettuali sono cattivi maestri, potremmo ascoltare i buoni esempi.
Se gli intellettuali sono cattivi maestri, potremmo ascoltare i buoni esempi.

Non passa settimana senza che gli stimati colleghi pubblicizzino e diffondano le sparate dei cosiddetti “intellettuali”. Perché? Bè, come vi ho detto, perché fanno traffico. Per il principio del cane che si morde la coda, gli intellettuali a loro volta si affrettano a spararne di sempre più grosse. Per questo hanno smesso di produrre pensiero critico e preferiscono gli slogan. Solo che questo li ha declassati da pensatori a buffoni di corte.

Perché dovremmo prenderli sul serio?
Chi di loro, soprattutto?

Oliviero Toscani, quello che Tiziana Cantone se l’è cercata? Gad Lerner, quello che l’attentato terroristico è colpa degli italiani che odiano i migranti? La Murgia che fa il fascistometro e poi si mette a fare il paragone col CV di Salvini e stranamente non con quello di Berlusconi? Eugenio Scalfari, quello che vuole fondare una nuova razza unica, poi reputa l’oligarchia la sola forma di governo accettabile e scrive interviste al Papa che il Papa smentisce di avere mai rilasciato? Tutti quegli intellettuali di serie B perché sprovvisti di reddito, i quali combattono i fascisti al Salone del libro perché nelle periferie è scomodo? Gli scrittori, che si augurano che a bordo delle navi “muoia un bambino” per mettere in crisi il governo?

Davvero sono queste le persone che ci serve ascoltare?
Ma soprattutto: a chi si rivolgono?

Il compito dell’intellettuale credo dovrebbe essere dare un punto di vista differente. Aggiungere dettagli scomodi; affrontare temi difficili, sguazzare nelle realtà nascoste e farle conoscere. Un intellettuale è un esploratore, non un conquistatore. Sa di non sapere, dubita di chi ha tutte le risposte, è scettico del pensiero unico e più che dar contro ai potenti, gli interessa dare voce ai deboli.

Lo faceva Pasolini con le sue periferie, Calvino con il suo Marcovaldo e l’uomo qualunque, Moravia con gli indifferenti. Chi divide il mondo in giusto e sbagliato (o buoni e cattivi) è un idiota che non ha letto Chechov, Vicky Baum, Shakespeare, Virginia Woolf, Tolstoj, o non li ha capiti. Perché oggi la nostra classe intellettuale non racconta più l’Italia?

Provo a dirlo io, anche se lo pensiamo in tanti: perché ci disprezzano.

Schifano i poveri, gli ignoranti, gli sfortunati, i dissidenti, gli immigrati reali e i braccianti; quelli con solo il diploma non li conoscono e non li vogliono conoscere. Dicono di voler dare voce ai poveri, ma è solo un modo per manipolarli e far loro dire quel che gli torna comodo. È per questo che hanno perso carisma e seguito: puoi truffare e manipolare chi vive in provincia, ma non puoi mascherare il disprezzo che provi verso di loro.


Ha ragione Aboubakar: quanti di questi solidalissimi intellettuali si sono messi un paio di stivali? E almeno lui e la sua sacrosanta battaglia è stato accolto con tutti gli onori nella sala oro del Salone del libro di Torino; chi vive nelle periferie, nelle province, oggi, non ha Pasolini. Se gli va davvero bene ha chef Rubio e Barbara D’Urso.

È giusto? Non lo so.
È così strano le periferie stiano finendo in mano a Casapound? Non lo so. Che alternativa hanno?

Continuiamo a dire che Salvini e il M5S hanno guadagnato terreno grazie ai social. E Casapound? Forse stiamo infilando la testa nella sabbia come ai tempi di Berlusconi, raccontandoci la rassicurante favoletta dell’uomo nero, il sempiterno regime fascista strisciante. Se vogliamo l’opposizione abbia qualche possibilità bisogna smettere di dar voce ai giocolieri TV e far sì che siano loro ad ascoltare i politici, persone che il territorio lo vivono e lo conoscono.

Gli elettori non equivalgono solo ai like.

Vogliono qualcuno che voglia bene a loro, al loro paese, al loro popolo e non abbia paura di starci in mezzo. Bisogna andarci, raccontarlo, prendersi vaffanculi e insulti, per poi guadagnarsi la loro fiducia e non tradirla. È quello che fanno persone come Aboubakar, è quello che fanno ancora oggi (alcuni) preti, è quello che fa Di Maio quando bacia il sangue di San Gennaro, è quello che Salvini (o meglio, il suo staff di comunicazione) ha capito che bisogna fare.

È ora di silenziare gli snob e dare voce a chi gli stivali nel fango li ha, o ha voglia di metterli.