L’evoluzione della forma-partito

L’evoluzione della forma-partito

 

 

Per tentare di riuscire a comprendere i meccanismi che regolano il “gioco” della politica attuale è necessario prima chiarire i cambiamenti nel rapporto tra cittadini e politica che sono intercorsi fin dai primi anni Novanta.

 

In primo luogo, bisogna segnalare il tramonto dei paradigmi ideologici propri del ventesimo secolo all’interno del panorama dei partiti italiani.

 

Nel nostro Paese la caduta delle grandi ideologie del Novecento ha travolto e letteralmente “scombussolato” l’assetto dei partiti. La forma-partito tradizionale, quella che aveva permesso la costruzione e il successivo sviluppo dell’impianto democratico italiano nel dopoguerra, è entrata in una crisi senza ritorno.

 

Parallelamente a quanto affermato, si è verificato un secondo grande fenomeno, che si potrebbe sintetizzare con il passaggio dalla democrazia dei partiti alla democrazia dei cittadini. Con questa formula si intende la progressiva crescita dell’esigenza di un rapporto diretto tra elettori ed eletti, non più  mediato dai partiti.

 

Questo mutato scenario è apparso mentre stiamo assistendo all’ulteriore fenomeno della mediatizzazione della politica, avvenuta successivamente alla mediatizzazione della società. I media rappresentano senza dubbio un elemento essenziale della società post-industriale. L’avvento della televisione, sicuramente più di quanto la stampa nell’età industriale, è in grado di influenzare sia la formazione delle mode e dei gusti, che la circolazione di idee e conoscenze.

 

Oggi viviamo in un’epoca che consente la simultanea presenza di tre tipologie storiche di media comunicativi: quelli della Galassia Gutenberg (giornali e libri), quelli della Costellazione Marconi (cinema, radio e televisione) e quelli che potremmo denominare della Costellazione McLuhan (personal computer e reti telematiche).

 

Nel loro insieme, i media sono in grado di offrirci la rappresentazione di ciò che accade nel mondo in una visione sempre più continua e globalizzata. Come accennato sopra, lo stretto legame che si è venuto a creare tra i media e la società ha finito per trasformare l’agire politico. La letteratura su questo tema è in continuo aumento, e molti aspetti diversi di questa complessa relazione vengono di volta in volta sottolineati.

 

I media di massa hanno portato alla creazione di un sistema di forme espressive della politica in chiave comunicativa e spettacolare, dalla personalizzazione della competizione elettorale alla più generale politica-spettacolo. Essi hanno imposto nuovi stilemi comunicativi adatti alla tempistica televisiva, dove brevità, sintesi, semplificazione delle issues e tenuta comportamentale del personaggio politico a contatto del mediumsono caratteristiche dominanti.

 

I media, inoltre, hanno offerto canali promozionali e di presenza ai messaggi di provenienza politica, che si sono manifestati più efficaci rispetto alle tradizioni comunicative del passato (comizi, raduni e assemblee). Gli spazi per la comunicazione politica si sono progressivamente ampliati, sono stati inseriti, per esempio, contenuti politici in programmi informativi, in programmi specializzati, ma anche in programmi di intrattenimento (infotainment).

 

I media hanno gradualmente conquistato nella società il ruolo di agenzia di socializzazione, indebolendo le altre agenzie tradizionali: scuola, partiti e Chiesa. Alla crisi di identità dei partiti dovuta all’abbandono delle grandi ideologie si è aggiunta una crisi di credibilità degli stessi, dovuta all’emersione di scandali come Tangentopoli. A completare il quadro bisogna infine annotare la nascita del “filone della critica alla politica” che a partire da Tangentopoli fino all’odierno “grillismo” non ha più lasciato l’arena politica italiana.

 

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Oltre alla sfiducia dilagante nella classe politica ed alla maggiore facilità di circolazione delle informazioni, garantita dalle nuove tecnologie mediatiche, ad accrescere la necessità di un rapporto più diretto tra cittadini e politico troviamo l’affermazione del principio di cittadinanza attiva, la costituzione in soggetto autonomo dell’opinione pubblica e infine il fortunato esperimento di alcune riforme istituzionali come l’elezione diretta dei sindaci e degli amministratori locali.

 

Questa serie di cambiamenti ha avuto come conseguenza, da un lato, l’avvento del processo di personalizzazione della politica, che ha comportato la crescita di importanza dei leader e dei personaggi con buone doti comunicative; dall’altro, l’adeguamento dei registri comunicativi dei partiti alla sintassi dei mezzi di comunicazione di massa. Inutile negarlo, si è affermato il modello del “partito personale”, una forma di partito-persona, partiti che si identificano nel loro leader e riescono così ad apparire più credibili agli occhi di segmenti significativi di opinione pubblica italiana.

Si tratta ovviamente della storia di Forza Italia, ora Pdl, di Silvio Berlusconi, dell’Italia dei Valori con Antonio Di Pietro e della Lega Nord con Umberto Bossi; partiti che sembrano non avere vita autonoma da quella del proprio leader.

 

Il leader moderno soddisfa le esigenze di visibilità, velocità e protagonismo, imposte dai mass-media nella contemporaneità e la ricerca del consenso si sposta così da una adesione ideologica a un rapporto personale, instaurato con il telespettatore-elettore, nel corso di frequenti apparizioni televisive. Nelle motivazioni di voto, un ruolo crescente è giocato dal rapporto fiduciario con il leader, dove il corpo e il fisico del politico, per lungo tempo taciuti e nascosti, riconquistano ora un improvviso protagonismo.

 

Qualche anno fa, registrando i primi segnali di una sempre più rilevante importanza dell’immagine nello status dei leader, Neil Postman commentava: «La Costituzione americana non lo dice, ma nessun ciccione potrebbe oggi concorrere per un alto incarico pubblico. Neanche un calvo potrebbe. Come pure nessuno che la cosmesi non riesca a rendere telegenico».