Cosa ci insegna il voto di Parma

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Cosa ci insegna il voto di Parma

 

Nel secondo turno non ci sono i partiti. O meglio: ci sono. Ma sono collocati sotto il nome del sindaco. E la competizione elettorale in una tornata amministrativa come questa tende alla personalizzazione. Conta ovviamente il sostegno che talune forze politiche danno ai loro candidati e conta senz’altro anche il divario elettorale tra i due più votati al primo turno. Tanto che l’attenzione dei media in queste due settimane alle due città più popolose (Palermo e Genova) è stata limitata. Proprio perché l’oltre 48% dei voti presi da parte di Orlando e Doria, soprattutto alla luce dei dati di Ferrandelli e Musso entrambi nettamente sotto il 20%, non dava spazio a dubbi.

Invece a Parma la storia era diversa. C’era un divario netto tra Bernazzoli e Pizzarotti. Ma non così netto come quello registrato a Palermo e Genova. E dunque la partita si è potuta giocare. Assumendo i contorni e le caratteristiche di una vera e propria battaglia campale in cui la personalizzazione e il simbolismo hanno superato qualsiasi alchimia partitica e progetto amministrativo.

In una città simbolo del malgoverno amministrativo ha vinto quella forza politica e quel candidato che rappresentava più nettamente la discontinuità rispetto ad una giunta, quella di Vignali, nota per il clientelismo e per il dissesto di bilancio. Ha vinto il messaggio più “indignato” a questa situazione, pur essendo Parma e Bernazzoli rappresentanti di quella sinistra che negli ultimi 14 anni, praticamente nel corso di tutta la Seconda Repubblica, aveva subito il dominio in città del civismo di centrodestra. Un ballottaggio quello parmense che a mio parere ha molte assonanze col secondo turno napoletano dell’anno scorso. Anche in quel caso Napoli era una città simbolo e l’emergenza rifiuti rappresentava a suo modo una grave emergenza politica ed amministrativa. Anche in quel caso vi era un candidato, Gianni Lettieri, che nettamente aveva vinto al primo turno. Ma con un divario non eclatante rispetto a Luigi De Magistris che, come Pizzarotti, non era il rappresentante di uno dei due schieramenti maggioritari a livello nazionale. E dunque tra primo e secondo turno si è personalizzata la campagna elettorale. E come a Napoli vinse nettamente, nonostante i dati di due settimane prima, De Magistris, a Parma ha vinto Pizzarotti. Tanto che secondo molti queste elezioni testimoniano ulteriormente come il meccanismo dell’apparentamento tenda ad essere una pratica desueta: i cittadini al secondo turno scelgono quello che considerano il più adatto, e poco importa se il partito x lo sostiene o meno.

Con la differenza che, mentre a Napoli si rifletteva su come una città fosse stata sottratta in maniera così lesta e barocca alla destra, oggi come oggi Parma è il primo capoluogo di provincia ad essere governata da un esponente del movimento di Grillo. Per certi versi una continuità del civismo parmense che mai ha visto, in piena zona a “subcultura rossa”, il consolidarsi di un forte centrosinistra o di un centrodestra “classico” realmente alternativo (la candidatura di Elvio Ubaldi anche a queste elezioni è quanto mai sintomatica).

Ha ragione Bersani quando parla di “non-vittoria” a Parma in quanto la giunta uscente era di centrodestra. Ma resta il fatto che, nonostante un clima di cosiddetta “antipolitica” strisciante e nonostante l’eccezionalità del caso Parma rappresentata plasticamente dalle dimissioni anticipate della giunta uscente, il Pd dovrebbe porsi anche un problema legato alla sua classe dirigente nelle amministrazioni locali.

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E non solo perché secondo alcuni il Nazareno sta andando troppo a traino nei confronti di candidati che non appartengono alla casa democratica ma a Sel, Idv o movimenti civici di sinistra (del resto se si è in coalizione è nel novero delle cose possibili non avere tutti i candidati del proprio partito), ma perché nel Pd e nel centrosinistra tutto si deve capire che di fronte ad una sfiducia così forte da parte dei cittadini molto spesso, se dilagano poi fenomeni come quelli di Grillo e di Pizzarotti, profili politici come quelli di Vincenzo Bernazzoli, presidente della provincia, non appaiono come la soluzione ai mali di una città che comunque deve le sue stesse disgrazie ad una giunta di destra. La candidatura del vice sindaco di Vignali ha portato il PdL sotto il 5% in città e senza propri rappresentanti in consiglio comunale. Ma questa situazione ha rappresentato plasticamente come una certa ordinarietà dei dirigenti locali “classici” non è considerata la soluzione ad un’amministrazione pubblica che necessità di un cambio veramente radicale. E in certi casi sembra quasi che la buona amministrazione, che i molti Bernazzoli in giro per l’Italia hanno garantito a quelle terre, molto spesso non è del tutto sufficiente ad una città di fronte ad uno shock così enorme. E si tende a desiderare ancora qualcosa in più.

Non solo il pane, ma anche le rose. E soprattutto il sogno.