La Siria verso il voto dopo 9 anni di guerra civile

Tra poco meno di un mese, il 13 Aprile, i cittadini siriani saranno chiamati alle urne per eleggere i 250 rappresentanti del Consiglio del Popolo, il parlamento nazionale. Si tratta della terza tornata elettorale da quando, nel 2011, scoppiò la guerra civile siriana, che fino ad oggi ha provocato più di 500.000 morti, 7 milioni di sfollati e 5 milioni di rifugiati.

 

Dal 1973 in poi, tutte le elezioni siriane sono state vinte dal Partito Arabo Socialista Ba’ath, guidato prima da Hafez al-Assad (al potere fino alla sua morte, nel 2000) e dal figlio Bashar al-Assad poi. Fino al 2012, Ba’ath era l’unico partito autorizzato a partecipare alle tornate elettorali; in quell’anno, alcuni partiti d’opposizione poterono comparire sulla scheda elettorale, conquistando solo sei seggi su 250. Nel 2016, l’opposizione boicottò le elezioni, il cui risultato non è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite.

 

I 250 membri del Consiglio del Popolo sono eletti tramite un sistema proporzionale in 15 circoscrizioni; di questi 250, la metà dei membri devono essere agricoltori o operai. Sulla carta, si tratta di elezioni multipartitiche, anche se non sono ammessi partiti religiosi (per esempio, i Fratelli Musulmani) o i partiti etnici (per esempio, i partiti curdi). Secondo Freedom House, la Siria rimane il peggior paese al mondo per il rispetto dei diritti umani, con 0 punti su 100 (e addirittura con -3 punti su 40 per i diritti politici).

 

Queste elezioni sono una tappa fondamentale nella guerra civile in Siria, poiché eleggeranno il Parlamento che, molto probabilmente, gestirà la chiusura della guerra e la ricostruzione del Paese: il conflitto interno è ormai agli sgoccioli, come dimostra la mappa qui sotto.

 

La situazione in Siria a Gennaio 2017 e ora

 

Come si può vedere chiaramente, le forze governative di Assad (supportate da Russia e Iran) hanno ripreso il controllo di oltre il 60% del territorio nazionale, ed in particolare delle principali città.

 

Le Forze Democratiche Siriane (formate principalmente dai Curdi e sostenute dagli Stati Uniti) controllano il nord-est del Paese (la regione del Rojava) e, insieme alle forze armate siriane, hanno liberato Raqqa, la capitale dell’ISIS in Siria.

 

Le forze ribelli islamiste, sostenute soprattutto da Ankara, sono ormai in disfatta, controllando di fatto soltanto le zone al confine con la Turchia. In particolare, quest’area è passata sotto il controllo turco in seguito all’operazione militare “Primavera di Pace” lanciata da Erdogan a Settembre 2019, ed è il risultato dell’accordo raggiunto tra Ankara e il Cremlino per creare una zona cuscinetto tra le zone curde e la Turchia: è importante ricordare che Erdogan considera le Forze Democratiche Siriane come un’organizzazione terrorista, a causa dei loro legami con i curdi turchi.

 

L’ISIS è stato sconfitto sul terreno, e l’unica area rimasta sotto il controllo di gruppi terroristici è la provincia di Idlib, nel nord-ovest del Paese: è qui che il regime sta concentrando gli sforzi militari nelle ultime settimane, causando un ennesimo flusso di richiedenti asilo che si è riversato prima in Turchia e poi in Europa.

La situazione ad Idlib

 

Nonostante la guerra civile stia volgendo al termine, gli interrogativi rimangono tanti: il governo ha riconquistato la maggior parte del territorio, ma rimane screditato internamente e internazionalmente; la questione curda è complessa, dato che nel Rojava le Forze Democratiche hanno costituito un sistema autogestito democratico e, sebbene si siano dette pronte a negoziare con Assad, è difficile immaginare che tale democrazia possa essere contemplata nel regime siriano; la ricostruzione è mastodontica (secondo le Nazioni Unite, ammonta a oltre 250 miliardi di dollari), e quasi un quarto della popolazione si è rifugiata in altri Paesi. I complessi negoziati di pace continuano ma, nonostante ad Ottobre si sia insediata sotto l’egida dell’ONU a Ginevra la Commissione Costituzionale Siriana (che include rappresentanti governativi e dell’opposizione), il futuro della Siria rimane incerto.