Giappone, il dopo Shinzo Abe 

Shinzo Abe, lo scorso 28 agosto, durante una conferenza stampa da lui indetta, ha annunciato pubblicamente le sue dimissioni a causa del suo stato di salute. Una scelta, quella del leader nipponico, che l’ha portato a porgere le proprie scuse all’intero popolo giapponese, reo di essere costretto ad abbandonarli in un periodo storico così duro e complicato. Nell’annunciare le sue dimissioni, tuttavia, ha ribadito che rimarrà in carica fino a che il Partito Liberal-Democratico non avrà scelto il suo successore nell’elezione interna al partito il 14 settembre. Dopo otto anni al governo, con il primo mandato che si attesta nel 2012, Abe è il più longevo Primo Ministro del Giappone e leader del Partito Liberal-Democratico di area conservatrice.

Proiezione della conferenza stampa del 28 Agosto durante la quale annuncia le sue dimissioni.

Decisione combattuta ma resasi necessaria a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute a cui hanno fatto seguito vari ricoveri ospedalieri. Nei mesi passati era ricomparsa una colite ulcerosa che era stata riscontrata in un esame di routine effettuato dallo stesso Abe nel mese di Giugno; stessa malattia che già lo portò a dimettersi nel 2007. La necessità di cure e tutto il percorso ad esse affiliate gli impedirebbe inevitabilmente di rispettare il mandato che gli elettori gli hanno rinnovato durante le ultime elezioni. Ringraziando il popolo giapponese per aver reso possibile il raggiungimento di certi risultati, ha anche assicurato che gli obiettivi prefissati dal suo governo e non ancora ottenuti saranno i primi che il suo successore si impegnerà a raggiungere. Alla luce di ciò si potrebbe prospettare una successione in continuità con il precedente governo.

Quale eredità?

Shinzo Abe viene descritto dai suoi sostenitori ed oppositori come forte leader pragmatico, resiliente ed assertivo. Negli anni al governo è riuscito a costruirsi una certa figura di equilibrio e di stabilità sia sul piano della politica interna che esterna, contrapponendosi ai leader regionali perenni come Xi Jinping , Vladimir Putin e Kim Jong-un. Il suo operato non ha fatto altro che porre il Giappone come un forte punto di appoggio per le democrazie liberali dell’Indo-pacifico come Australia e India, con le quali il paese ha stretto forti legami per contrastare l’influenza cinese nell’Asia orientale. Tale profilo rende difficile per il Partito Liberal-Democratico trovare un suo sostituto per le prossime sfide elettorali.

Una citazione di Junichi Takase, – professore di politica dell’Università di Nagoya di Studi Stranieri – permette di capire concretamente il modo di agire di Abe. Takase affermò durante un’intervista:

“ Abe è bravo a gestire le crisi, egli ammette che c’è qualcosa di sbagliato, si scusa e va avanti, questo è meglio che mentire”.

Politica estera

In termini di politica estera l’eredità di Abe si riscontra nel ruolo centrale e stabile che il Giappone ha riacquisito come interlocutore di riferimento per le dinamiche dell’Asia orientale. Per ciò che invece riguarda la politica interna, il suo lascito sarà determinante nella scelta del suo successore avendo dato nel corso degli anni una nuova identità al partito, rafforzando le correnti più nazionaliste e ponendo ai margini le correnti più moderate. La popolazione, dal canto suo, ha riscoperto un nuovo senso di orgoglio nazionale. Un orgoglio, quello giapponese, che nel corso degli anni sembrava essere sbiadito. Le posizioni del Partito Liberal-Democratico hanno permesso di lasciare ai suoi successori un’opposizione debole e disorganizzata che negli anni non è riuscita a porsi come alternativa vincente. Le ultime rilevazioni vedevano le anime del partito convergere per la successione sul nome dell’ormai ex-capo di gabinetto Yoshihide Suga.

un corpo delle forze di autodifesa giapponesi.

La riforma costituzionale

Grande pezzo incompiuto del amministrazione Abe è quindi la riforma della costituzione pacifista, scritta dagli americani alla fine della seconda guerra mondiale, che all’articolo 9 vieta al Giappone di poter usare la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e la possibilità di avere un esercito regolare. Tale ostacolo fu in parte superato negli anni della Guerra di Corea istituendo le forze di autodifesa denominate Jieitai, organizzate per la protezione interna dei civili in situazioni di pericolo o di disastro naturale. Tale quadro sotto il governo Abe è cambiato tanto che, nel corso del 2016, il governo ha adottato un’interpretazione estensiva del concetto di autodifesa che va oltre la protezione del territorio nazionale tramite il concetto di autodifesa collettiva. In questo modo ha potuto varare una riforma che ammorbidisce il pacifismo della costituzione portando i militari nipponici a poter intervenire all’estero in appoggio ai Paesi alleati e in difesa dei civili giapponesi in situazioni di pericolo nei paesi stranieri.

Il piano di abolizione dell’articolo 9 è fallito nel 2019 a causa del mancato raggiungimento della maggioranza dei due terzi nella Camera Alta della Dieta nazionale. L’opposizione, non convinta del contenuto di tale riforma, si è dichiarata contraria e ha definito la modifica costituzionale come una “non priorità del Giappone e dei suoi cittadini”.

 

Sul piano internazionale

Grande successo per Abe è stata l’accordo di libero scambio siglato con l’Unione Europea, entrato in vigore nel febbraio del 2019. L’intesa ha dato vita alla più grande zona di libero scambio al mondo, prevedendo l’eliminazione delle tariffe doganali sul 99% dei prodotti e servizi scambiati e l’eliminazione delle principali barriere non tariffarie,ovvero gli ostacoli di natura normativa che impediscono alle imprese di entrare nel mercato giapponese.

 

Un’eredità approvata?

Il piano economico

Grande piano di riforma economica di stampo liberale, l’Abenomics è costituita da tre pilastri o “frecce” come li ha definiti Abe all’atto della presentazione nel 2012, ovvero politiche monetarie, fiscali e strategie di crescita economica espansive. L’insieme di questi tre pilastri ha permesso l’immissione di liquidità nel sistema, arrestando il periodo deflazionistico e portando così all’aumento graduale dell’ inflazione, stabilizzando il sistema finanziario e portando a un aumento del livello di crescita che era prossimo al 2% annuo prima dell’emergenza sanitaria. Una serie di riforme strutturali ritardate o ridotte di intensità, tese a promuovere maggiori livelli di efficienza e produttività, ha determinato una parziale inefficacia del Abenomics.

Dalla parte dell’uguaglianza di genere – altro obiettivo di Abe – non è andata molto bene. Mentre è stata riscontrata una riduzione del gap di genere sul lavoro tra quelli non qualificati, il delta persiste e si ingrandisce per quelli qualificati a causa di una legislazione in materia molto debole.

La corsa del Partito Liberal-Democratico 2020

i candidati alla leadership: Shigeru Ishiba sulla sinistra, Fumio Kishida al centro e Yoshihide Suga sulla destra

Il Partito Liberal-Democratico ha scelto Yoshihide Suga quale successore di Abe, con la Camera bassa della Dieta nazionale che si riunirà il 16 Settembre per eleggerlo formalmente nuovo Primo Ministro. 

Chi erano i candidati in gioco?

Ex Ministro Della Difesa Shigeru Ishiba

Gran nemico di Abe e grande oratore, non apprezzato dai parlamentari.

 

Il capo delle politiche del Partito Liberal-Democratico Fumio Kishida

Ex ministro degli Esteri, è stato a lungo considerato l’erede di Abe. Accusato da alcuni parlamentari e da parte della sua stessa corrente di essere carente di carisma.

 

Capo di Gabinetto Yoshihide Suga

Mai pensato alla premiership, Suga è stato il più vicino consigliere di Abe, quindi rappresenterebbe una sicurezza di continuità con il suo operato. In normali circostanze Suga non avrebbe avuto chance di vincere la leadership. Non essendo affiliato a nessuna corrente, ciò lo rende una buona figura di compromesso tra le varie anime che non vedono di buon occhio Shigeru Ishiba. Con la vittoria di Suga gli altri candidati avranno il tempo di costruirsi un profilo in grado di spiccare alle prossime elezioni per poi guidare il paese e costruire una buona piattaforma politica competitiva.