Dal Blog: All’improvviso

Non ero mai più passato di fronte la mia vecchia casa da quando avevo perduto tutto.

Era come una vergogna, per me. Come voler sotterrare un passato felice, fin quando rimasi vedovo e poi mi bruciai la testa fallendo come uomo e come imprenditore. Come tentare di scordare qualcosa di indimenticabile. Perché quella casa, per me e per mia moglie, era tutto. Forse troppo.

Eppure, ogni giorno ci sarei potuto andare. Ogni giorno, ormai da anni, mangiavo alla mensa per i poveri di corso Concordia e da lì alla casa c’era da fare poca strada. Viale Majno, alta borghesia milanese. Edifici eleganti nascosti da edere e protetti da cancellate di ferro battuto. Telecamere e portinai. Attici e superattici. Un mondo ovattato dal quale sono sceso dopo una frenata brusca, ma che non è riuscita ad attutire l’impatto.

E’ stata dura provare a ricominciare, se non a guadagnare, a vivere. La mensa è stata una scuola. Non riuscivo a capire come potessimo comunicare io e un serbo bosniaco già ubriaco alle dieci di mattina, o un senegalese con lo stesso costume colorato addosso per mesi, o un milanesissimo barbone, perché questo è il nome. Clochard fa ridere, non siamo a Parigi. E in quella mensa, vi assicuro, c’è poco da ridere. Soprattutto quando ho visto altre persone iniziare a frequentarla. Persone con una carriera e un reddito come il mio, o quasi. Non mi sentivo più solo. E ho iniziato a capire che davvero siamo tutti uguali, che tutti gioiamo e soffriamo per la nostra vita e che a tutti può succedere, all’improvviso, di dover chiedere da mangiare.

Oggi sono a tavola con Mario e Ahmed, come a dire dalla Bovisa all’Eritrea lungo un tavolo di pochi metri. Parlo, come quasi sempre, della casa e Ahmed si spazientisce: “E quanto rompi! Passaci davanti, e basta”.

“Tu sei scemo”.

“No, ha ragione – interviene Mario – devi smetterla con questa ossessione. Finché non ci tornerai, non ti lascerà mai in pace. Io ogni tanto prendo il tram e ci ritorno, in piazza Bausan”.

“Ma…”

“Ma niente. Io non nuotavo nell’oro come te, ma ho dovuto anch’io lasciare la mia casa e ci ho pianto per anni. Ora son felice lo stesso. Mangio qui, per fortuna sto bene e chiacchiero insieme a voi. Vai a rivedere casa tua”.

Rifletto per qualche minuto. Né Mario, né Ahmed parlano, come se volessero lasciarmi pensare senza pressioni. Alla fine cedo: “Ora vado”.

“Vuoi che ti accompagnamo?”

“No, devo farlo da solo”.

Dopo essermi dato una sistemata in bagno, esco dalla mensa e attraverso viale Piave, per proseguire  dritto in piazza del Tricolore. Una ventina di metri e a destra inizia viale Majno. In testa una marea di pensieri, di immagini: una su tutte, il volto di mia moglie in più espressioni, fino a quella definitiva della morte. Da quel giorno avevo incominciato a morire anch’io. Lentamente. Come descrive Neruda nella sua poesia. Eppure, sono ancora vivo. Anche se un uomo diverso.

Pochi passi ancora e sarei arrivato. Sono le due del pomeriggio, fa caldo e non c’è quasi gente lungo il viale, a parte il solito traffico di auto. Non incontro nessuno di noto, per fortuna. Ho il cuore in gola. Ma ormai ci sono. Chiudo gli occhi e mi fermo.  Poi, pian piano, mi giro verso destra e li riapro.

Il palazzo è sempre lo stesso. Forse il più bello del viale. Imponente, curato, il giardino perfetto. Sembra ieri quando lo guardai da dove sono ora per l’ultima volta. Piangendo e bestemmiando. Alzo gli occhi al cielo e vedo il glicine lungo il terrazzo. Non riesco a comprendere realmente ciò che sto provando. Il cancello è aperto. Vorrei quasi salire le scale che portano all’ingresso e sbirciare dentro l’androne, ma ho paura. Finché sento una voce e vedo un uomo che mi chiama.

E’ Giuseppe, il portinaio. Ancora lì, come quando arrivai in quella casa la prima volta. Sembra felice e sorpreso di rivedermi e continua a chiamarmi, come per invitarmi a entrare. Io però non ce la faccio. O forse soltanto non voglio. Rimango di pietra a fissare l’ingresso. Lui smette di gridare il mio nome e fa per venirmi incontro. Ed io, a quel punto, mi volto e ricomincio a camminare lungo il viale per ritornare da Mario e Ahmed alla mensa. E’ quella, per ora, casa mia.

di Davide Valenti