La vera partita della Lega? La legge elettorale

 

La misura della farsa messa in piedi da Bossi dal palco di Pontida è data, credo, dal fatto che nel calendario delle richieste a precise scadenza al governo non figuri alcuna menzione a un cambio della legge elettorale. Nei giorni scorsi se ne era accennato. Ma il senatùr sa benissimo che non si può permettere di rompere, nemmeno se Berlusconi rimanesse completamente sordo al suo ultimatum, in assenza di una modifica al Porcellum.

Una legge che lo vincola inestricabilmente al Cavaliere, perché se la Lega dovesse presentarsi da sola rischierebbe di rimanere stritolata tra i complessi meccanismi del premio di maggioranza al Senato e, soprattutto, alla Camera. Dove finirebbe per diventare addirittura ininfluente.  Il tutto grazie, tra l’altro, a una legge di marchio leghista, dato che il suo estensore è il ministro Roberto Calderoli.

A meno che la Lega sia a favore di un improbabile governo tecnico o di transizione che riscriva la legge elettorale, per potersi ripresentare in solitudine e fare davvero da ago della bilancia servirebbero le mani libere. Che vengono da un sistema più proporzionalista, più che dal decentramento dei ministeri con cui la dirigenza del Carroccio ha cercato di ingannare l’attesa, sempre più spazientita, della base verso tempi migliori.

Il problema è che spiegarglielo significherebbe sostituire un sogno con un cavillo. E non sarebbe certo la prima volta. Anzi, è già successo così tante volte che perfino gli occhi dei crociati padani stanno per aprirsi. La sensazione, insomma, è che stia venendo a mancare la visione, l’ideale cui tendere: restare nel centrodestra post-berlusconiano oppure no? Guardare a sinistra oppure no? Pensare, come è sembrato a Pontida, a un ritorno alle origini? Per questo, forse, si rispolvera il mito ammuffito della secessione. E sempre per questo, credo, c’è tanta voglia di Maroni.

Ma con il vento del Nord che è cambiato, non è tempo di passi clamorosi. Così per ora, almeno sul palco, vince il realismo di Bossi: eventuali mosse sulla legge elettorale avverranno, semmai, negli odiati palazzi romani. Ma domani i leghisti dovranno essere in grado di saziare la fame e la rabbia dei tanti, tantissimi accorsi a Pontida. Che a quel sogno si aggrappano come a un’ancora di salvezza, per quanto fragile, incerta possa essere. Prima che si tramuti, per elettori ed eletti, in un incubo.