Scorsese colpisce ancora con ‘The wolf of wall street’

Scorsese colpisce ancora con 'The wolf of wall street'

Scorsese colpisce ancora con ‘The wolf of wall street’

Una società creata dal nulla, fondata da un apprendista broker formatosi solo per pochi giorni a Wall Street, che nel giro di qualche anno diventa una macchina da soldi con pochissimi rivali sulla piazza. Questa società è la Stratton Oakmont e il fondatore in questione è un energico, spumeggiante e disinvolto Leonardo di Caprio nei panni di Jordan Belfort.

«Mi chiamo Jordan Belfort. L’anno in cui ho compiuto 26 anni ho guadagnato 49 milioni di dollari, il che mi ha fatto molto incazzare perché con altri 3 arrivavo a un milione a settimana». Per Jordan, come per tutti i suoi soci, non esiste il concetto della rinuncia: sono tutti addestrati solamente a produrre più soldi possibili, stimolati quotidianamente da un ambiente di lavoro oltre i limiti dell’immaginabile, che ricordi loro costantemente quanta potenza hanno i dollari che guadagnano ogni giorno. Sesso, droghe, alcool, musica alta e ogni tipo di eccesso immaginabile sono protagonisti assoluti della vita dei dipendenti della Stratton Oakmont, dalla scrivania di lavoro fino alle ultime ore della notte, senza tregua, in un clima di permanente enfasi generale.

Così il giovane, affascinante e spregiudicato Belfort, capace di ottenere tutto quello che vuole, appare quasi investito di caratteri divini: adorato dai dipendenti, invidiato da ogni broker d’America, incarna la figura del generoso salvatore, capace di regalare a chiunque la desideri una vita da sogno.
Ovviamente il film (che già troppo si dilunga sulle scene di vita sfrenata) doveva presentare un risvolto di qualche genere. E infatti non tarda ad incombere la figura della Giustizia, dello sceriffo che sente odore di truffa ed entra galoppante della vita dei milionari brokers: Patrick Denham, agente dell’FBI, tiene sotto controllo i movimenti monetari della Stratton, convinto (a buon ragione) di avere a che fare con operazioni illecite. Per il broker più famoso degli anni Ottanta non basterà nascondere i soldi in Svizzera sotto falso nome, per evitare di essere incastrato: inizia un inevitabile declino nella vita di Belfort, che vede coinvolto non solo il lavoro, ma anche la famiglia.

 

Alla fine dunque, come da manuale americano, saranno i buoni a vincere e l’ingiustizia verrà punita a dovere. Si conclude la parabola del sogno americano, incarnatosi nell’opportunità dell’ascensione sociale, nella società che in qualche mese rende ricchissimi: Ellis Island o, se si preferisce dire così, gli Stati Uniti d’America.

Uno Scorsese scoppiettante più che mai, insieme ad un interprete impeccabile come Di Caprio, non potevano che formare una coppia vincente. Solo un aspetto può stonare con l’incredibile successo del film (che nel primo week-end italiano ha sfiorato un incasso di 4 milioni di euro) e può lasciare perplessi: l’eccessiva volgarità che dilaga durante la maggior parte delle scene unita ad una buona dose di battute sfacciate, come :«Non c’è alcuna nobiltà nell’essere poveri». Seppur innegabile (la visione è vietata ai minori di 14 anni), del resto questo è un aspetto senza il quale il film probabilmente sarebbe passato molto più inosservato: inaccettabile per chi, come il regista e il protagonista in questione, sono più che mai assetati di Oscar.

Cecilia Lazzareschi