Recensione libro “Fundraising e comunicazione per la politica”

recensione libro

Parlare di finanziamento pubblico ai partiti nel Paese della recessione (e ora anche della deflazione), dell’astensionismo, dell’antipolitica, dell’irreversibile deterioramento del rapporto tra i cittadini e i loro rappresentanti politici, del disprezzo verso i privilegi della maledetta casta, tenace e famelica, denunciata da Rizzo e Stella e quotidianamente sfidata nell’agone parlamentare dai duellanti pentastellati, non è certo semplice. Eppure di politica e soldi, binomio pericoloso e ossimorico secondo i più, si può e si deve parlare.

Lo fanno Raffaele Picilli e Marina Ripoli in Fundraising e comunicazione per la politica (2014, Rubbettino Editore), testo scritto con la collaborazione di Laura Nannelli. Nel libro si parla, appunto, di fundraising nella sua accezione generale, con un’attenta analisi del fenomeno calato all’interno del contesto politico italiano. Per fundraising, chiariscono gli autori, non si intende una mera operazione finalizzata alla raccolta di denaro, non una “semplice e occasionale raccolta di fondi o la ricerca di sostegni economici attraverso finanziamenti da parte di organismi pubblici”, bensì un “metodo e una tecnica”, per usare le parole di J.M. Greenfield; una vera e propria attività professionale, un processo che “va dalla trasformazione di idee progettuali in progetti concreti fino al coinvolgimento dell’ambiente esterno sul progetto”. Tale coinvolgimento può avere come risultato “il trasferimento di risorse finanziarie”.

Elementi imprescindibili alla base di una buona operazione di fundraising sono, secondo Raffaele Picilli, “comunicazione e fidelizzazione del sostenitore”: in politica, così come nel Terzo Settore, è necessario stabilire un forte legame empatico con il futuro donatore, creare una storia, una narrazione fatta di idee e progetti condivisi che invogli il cittadino a compiere la donazione, per poi ringraziarlo e informarlo sui progressi della campagna, sulle cose concrete che il suo contributo è servito a finanziare. Continuare, insomma, a coltivare un rapporto confidenziale ed esclusivo con lui. La comunicazione soprattutto via web, affermano gli autori di questo libro ben scritto e di lettura scorrevole, rappresenta un asset strategico di basilare importanza per il fundraising.

Le attività di fundraising promosse dalle e-campaigns messe in atto dallo staff di Obama per le elezioni americane del 2008 e del 2012 si rivelarono fondamentali per la vittoria dell’attuale Presidente: “solo nel 2008”, infatti, “i due terzi della somma ottenuta dal candidato democratico, pari a circa 500 milioni di dollari è stata procurata online da oltre 3 milioni di persone”. Il metodo utilizzato da Obama, si legge nel capitolo incentrato sull’applicazione del fundraising politico nell’e-campaing democratica, “è stato quello di costruire una campagna “dal basso” (bottom up) grazie all’ausilio delle tecnologie sociali (blog, forum, video virali, sms) che ha permesso l’aggregazione di grandi numeri di sostenitori e di volontari sparsi non solo sul territorio nazionale ma anche all’estero”. Il fulcro di tutta l’attività di fundraising è stato il social network my.barackobama.com, piattaforma che ha consentito a sostenitori di ogni target di “incontrarsi”, “di creare eventi, scambiare informazioni, raccogliere fondi, auto-organizzarsi e connettersi con gli elettori nella rispettiva zona”: attivismo online accompagnato da quello offline. Un ulteriore apporto al successo elettorale di Obama fu garantito da un massiccio e sapiente uso della comunicazione via mail, con messaggi dal contenuto fortemente personalizzato e colloquiale: per approfondire ulteriormente l’argomento può risultare utile la lettura de Le m@il di Obama, di Gianpiero Gamaleri (2010, Armando editore).

Il successo che soggiace all’applicazione del fundraising nella politica americana si spiega col fatto che negli Usa il finanziamento della politica “si basa principalmente su donazioni private anziché su contributi pubblici”: questo fattore ha spinto “i candidati e i partiti a sfruttare tutti gli elementi disponibili per ricevere fondi dai cittadini”. E in Italia, invece, come si inserisce la pratica del fundraising nel contesto politico? Il quadro presentato dagli autori del libro è chiaro: siamo ben lontani da una diffusa affermazione del fenomeno, anche se le se le esperienze politiche dei MeetUp del M5S (che ha fatto della lotta al finanziamento pubblico ai partiti uno dei suoi cavalli di battaglia) e, in misura minore, del PD (basti pensare al tour di Matteo Renzi per le primarie del 2012, finanziato grazie a tante piccole donazioni finalizzate al pagamento del carburante per “fare il pieno” al camper con cui l’attuale primo ministro ha girato la penisola), vanno senz’altro in questa direzione. Quello che essenzialmente manca alla politica del Belpaese, in fatto di fundraising, è la progettualità: la donazione non è seguita da un’opportuna attività di follow up da parte dei partiti: una volta usato come bancomat, l’elettore viene poi abbandonato a sé stesso e le sue richieste rimangono inascoltate.

Nell’immaginario italiano, complice l’ormai annosa e sempre più tangibile disaffezione dei cittadini verso gli organismi partitici, contribuire economicamente alla causa di un partito equivale ad oliare un’elefantiaca e inefficiente struttura già ampiamente foraggiata dallo Stato. I numerosi scandali (Tangentopoli su tutti) succedutisi negli anni, hanno senz’altro contribuito a consolidare questa sensazione. E’ compito della politica, dunque, quello di riformarsi, di apparire finalmente credibile e trasparente agli occhi di un elettorato sempre più distante, facendo dell’accountability, termine anglosassone difficilmente traducibile in italiano, il proprio credo.

La legge sull’abolizione del finanziamento pubblico diretto ai partiti approvata dal governo Letta nel 2013 (presentata nel libro all’interno di un quadro normativo completo, che parte dalla legge del ’74 e arriva ai giorni nostri, passando per il referendum sull’abolizione del finanziamento pubblico del ’93, di fatto aggirato) prevede una graduale riduzione dei rimborsi elettorali e la sostituzione di questi ultimi con un sistema indiretto di finanziamento incentrato sul 2 per mille e sui contributi agevolati. Tali disposizioni, che comunque godranno di una completa attuazione solo nel 2017, rappresentano per i partiti l’occasione di percepire finalmente il fundraising come una concreta possibilità. Anche se i dubbi di coloro che vedono nella completa abolizione del finanziamento pubblico il pericolo di una eccessiva privatizzazione della politica non possono non essere considerati legittimi.

Il denaro, si sa, è lo “sterco del diavolo”, e una diffusa morale cattolica vorrebbe che il candore della politica non ne fosse intaccato. Eppure, una buona politica non può prescindere dallo sporco denaro per funzionare, se è vero, come cantava De André, che “dal letame nascono i fior”. E di una buona politica, in questo Paese, si avverte più che mai il bisogno.