Ecco perché il referendum costituzionale non sarà rinviato (nonostante Onida)

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A meno di un mese dal referendum costituzionale del 4 dicembre, il Tribunale di Milano continua a far tremare i palazzi della politica. Dal 14 novembre in poi, infatti, la giudice Loreta Dorigo dovrà esprimersi sui due ricorsi presentati nei mesi scorsi dall’ex Presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida (coadiuvato dalla docente Barbara Randazzo) e dal pool di avvocati – Aldo Bozzi, Felice Besostri, Emilio Zecca, Claudio e Ilaria Tani – che già nel 2013 riuscirono a far affondare il Porcellum sotto i colpi dei giudici costituzionali. L’obiettivo di entrambi i ricorsi è lo stesso: rendere illegittimo un referendum costituzionale formato da un unico quesito. I ricorrenti, infatti, auspicano che la legge di revisione costituzionale approvata definitivamente dal Parlamento lo scorso aprile, venga “spacchettata” in più parti per dare la possibilità agli elettori di approvare o respingere aspetti specifici della riforma.

Ed è proprio per questo che l’esperto costituzionalista Onida ha chiesto al Tribunale Civile di Milano di sollevare l’eccezione di legittimità costituzionale della legge n.352 del 1970, ossia quella che regola i referendum previsti dalla Carta. Se la giudice Dorigo ammettesse la legittimità del ricorso e passasse la patata bollente alla Corte Costituzionale, quest’ultima non avrebbe il tempo materiale per esprimersi e, a quel punto, solo un altro decreto del Presidente della Repubblica (d’accordo con il governo) potrebbe rinviare il referendum, in attesa della decisione dei giudici costituzionali.

Ma, allora, esiste davvero la possibilità che dopo almeno sei mesi di campagna referendaria non-stop non si vada a votare il prossimo 4 dicembre?

La risposta è sì perché in politica (e in giurisprudenza) tutto è possibile. Però, è quantomeno improbabile per due ordini di ragioni: una prettamente giuridica e una “organizzativa”.

Sotto l’aspetto giuridico, l’avvocatura dello Stato ha sostenuto davanti ai giudici di Milano che, anche in caso di accoglimento del ricorso, la Corte Costituzionale non ha alcun potere di rinviare la data di un referendum stabilita con un decreto del Presidente della Repubblica su deliberazione del Consiglio dei Ministri. “Non c’è possibilità che il referendum venga rinviato – spiega a Termometro Politico Carlo Fusaro, docente di diritto pubblico all’Università di Firenze e in prima linea per il “Sì” –. E’ giuridicamente inimmaginabile, e quindi insostenibile, che il corpo elettorale voti a pezzi una riforma che il Parlamento ha votato per intero. Sarebbe paradossale”. “Il ricorso è un’iniziativa costruita a tavolino per vedere attraverso un rinvio alla Corte costituzionale di incidere su una scelta discrezionale del legislatore (proposta unica o suddivisa) – conclude Fusaro –. Mi aspetto sia respinto ma è anche vero che i giudici ci hanno abituato a tutto…”

Poi, bisogna considerare l’aspetto “organizzativo”. Venerdì scorso (4 novembre), il Presidente della prima sezione civile del Tribunale di Milano, Paolo Maria Gandolfi, ha fatto sapere che la decisione non verrà presa “prima di dieci giorni”. Quindi, dal 14 novembre tutti i giorni sono buoni per avere un responso dal Tribunale. Ma proprio dal 14 novembre, i cittadini italiani residenti all’estero saranno chiamati a votare per corrispondenza e quindi sarebbe molto difficile (per non dire impossibile) fermare la macchina del voto.

Referendum, la decisione del Tribunale di Milano

Adesso, il Tribunale di Milano può esprimersi in tre modi diversi: 1) respingere il ricorso Onida per ragioni procedurali, 2) fare lo stesso ma per ragioni di merito o 3) accoglierne la legittimità e spedire il ricorso alla Consulta. Solo quest’ultima opzione potrebbe aprire le porte ad un rinvio del referendum. Ma anche in quel caso, la palla passerebbe al governo che non ha alcuna intenzione di rinviare la consultazione.

Giacomo Salvini

@salvini_giacomo