La Dc ritorna il 26 febbraio: parola di giudice

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Fusse che fusse la vorta bbona. Si può sorridere, ricordando il leit-motiv del barista Bastiano da Ceccano, il personaggio con cui Nino Manfredi per tanto tempo ha conquistato il pubblico in televisione e non solo. Eppure potrebbe essere questo, declinato dal ciociaro in tutti gli accenti dialettali, il pensiero di chi, dentro di sé, è sempre stato democristiano. La notizia, infatti, da ieri è ufficiale: la Democrazia cristiana, o perlomeno qualcosa che vuole somigliarle molto, tornerà e si riunirà, per due giorni. L’appuntamento è già stato fissato per il 25 e 26 febbraio 2017.

La Dc ritorna il 26 febbraio: parola di giudice

La notizia, in sé, può non sembrare nuova: di tentativi di rimettere in moto la Dc, da Flaminio Piccoli in poi, se ne sono visti tanti, anche passando attraverso le aule di tribunale, luoghi in cui ogni tentativo si è puntualmente arenato e schiantato. Prima d’ora, tuttavia, non c’era mai stato un provvedimento di un giudice che decidesse ufficialmente la convocazione degli iscritti: a fissare la data, infatti, è stato il giudice del Tribunale di Roma Guido Romano, su espressa richiesta di un gruppo di iscritti. Niente di clandestino o di carbonaro, dunque; niente di improvvisato, visto che il procedimento era iniziato a metà maggio.
Tra i promotori della richiesta di riunire i democristiani, peraltro, c’è un vero campione di scudo crociato. Si tratta di Alberto Alessi, il cui cognome a un vero drogato di politica dice già molto. Suo padre Giuseppe – primo presidente della Regione Sicilia – infatti, era stato tra i fondatori della Democrazia cristiana all’epoca della clandestinità; di più, era stato proprio lui a disegnare il primo scudo crociato che poi sarebbe stato utilizzato come simbolo dal partito per gli anni a venire. Non stupisce allora che il figlio Alberto, deputato per tre legislature (prima per la Dc, poi – per pochi mesi – per il Ccd), cerchi da tempo di riattivare il partito la cui storia coincide, sostanzialmente, con la sua.
Alessi, dunque, si era rivolto al tribunale di Roma assieme ad altre quattro persone, tra cui Nino Luciani, professore di scienza delle finanze e primo firmatario dell’istanza, Renato Grassi, Luigi D’Agrò e Renzo Gubert, per chiedere ai giudici di convocare l’assemblea degli iscritti a norma dell’art. 20, comma 2 del codice civile: in base a questo, se quell’organo di un’associazione non viene convocato dagli amministratori quando lo chiedono gli iscritti, può provvedere il presidente del tribunale. Il fatto è che, in base a quella disposizione, occorrerebbe che la richiesta provenisse dal 10% dei soci (“un decimo degli associati”, dice il codice): altri tentativi erano stati fatti in precedenza secondo questa via (anche da Alessi e Luciani a giugno del 2014), ma la convocazione d’ufficio era sempre stata negata, perché nessuno era stato in grado di produrre gli elenchi dell’ultimo tesseramento valido effettuato dalla Democrazia cristiana, quello del 1992; in assenza di quelle liste, si era ritenuto che la richiesta di pochi sedicenti iscritti fosse inammissibile, dal momento che i tesserati al partito all’inizio degli anni ’90 superavano il milione, dunque i richiedenti non potevano rappresentarne il 10%.
Questa volta, invece, la domanda di Alessi e degli altri è stata completamente accolta: ciò significa che un elenco è stato prodotto, altrimenti non ci sarebbe stato motivo per cambiare idea rispetto alle decisioni precedenti. Le vecchie liste di un quarto di secolo fa, tuttavia, non sono mai riemerse (nonostante i tentativi di ricostruirle), per cui i ricorrenti hanno ritenuto di poter consegnare al giudice l’unico elenco certamente disponibile: quello di chi risultava tesserato in uno degli ultimi tentativi di rimettere in pista la Dc, che aveva portato alla segreteria l’ex ministro Gianni Fontana.
Quel percorso, a dire la verità, fu bloccato proprio dal Tribunale di Roma nel 2013 – tra l’altro, dallo stesso giudice Guido Romano, che ha curato dall’inizio l’istruzione del procedimento iniziato a maggio da Alessi – sulla base di alcuni ricorsi che avevano contestato la procedura con cui si erano convocati prima il Consiglio nazionale, poi il (XIX) congresso del partito nel 2012. Per Alessi e gli altri, tuttavia, questo è un particolare secondario: quella, secondo loro, è stata l’occasione per 1742 dei vecchi iscritti alla Democrazia cristiana di rinnovare la loro adesione al partito e ai suoi ideali, dunque è da queste persone che occorre ripartire se si vuole riprendere il discorso interrotto all’inizio del 1994.
I cinque promotori hanno presentato, oltre all’elenco, oltre 200 deleghe di rappresentanza di altrettanti sedicenti iscritti: il giudice ha ritenuto che il numero di richiedenti fosse superiore al 10% degli associati. Romano, nella sua ordinanza di ieri, ha addirittura precisato che non era nemmeno necessario rivolgersi prima agli organi interni per la convocazione dell’assemblea degli iscritti, “attesa la decadenza di tutti gli organi sociali, e conseguentemente l’assenza stessa dell’organo cui chiedere la convocazione dell’assemblea”: questo, tra l’altro, potrebbe significare la non permanenza della qualità di legale rappresentante della Dc in capo ad Alessandro Duce, ultimo segretario amministrativo del partito (nel 1994) prima del cambio di nome in Ppi.
Unica condizione che il giudice aveva posto – nell’ordinanza del 25 ottobre, seguita all’udienza del 18 ottobre – era stata la “necessità di documentare la disponibilità di una sala adeguata ove tenere l’assemblea dell’associazione per una data compresa tra il 20 e il 28 febbraio 2017”, vale a dire sufficientemente capiente per poter ospitare tutti gli iscritti, se questi volessero in ipotesi partecipare in massa. Il gruppo dei promotori si è dato da fare e ha fatto riservare un’enorme sala all’hotel Ergife, la Leptis Magna, da oltre 2mila posti. E, a pensarci bene, non poteva che ripartire da lì, dal “congressificio d’Italia” – non solo per la politica – la marcia del partito che ha fatto la storia e la cronaca di questo paese, quando operava e anche quando qualcuno ha cercato di rimetterlo in pista.
Certo, in questo procedimento non è tutto chiaro: sarebbe facile sostenere che il giudice avrebbe convocato sì una Democrazia cristiana, ma non quella storica, bensì quella “sospesa” di Fontana. A obiezioni simili, tuttavia, i promotori scuotono la testa: “Il giudice ci ha dato ascolto – spiega Pellegrino Leo, altro democristiano da anni impegnato per il ritorno del partito – e ha convocato l’assemblea degli iscritti della Dc, su questo non ci sono dubbi e questa è l’unica cosa che conta. L’assemblea è convocata il 25 febbraio alle ore 21 in prima convocazione, il 26 alle ore 10 in seconda convocazione. Tutto qui, tutto assolutamente chiaro”. In quel giorno, l’assemblea degli iscritti si ritroverà sulla base di un ordine del giorno limitato a tre punti: nomina del presidente pro tempore dell’assemblea e del segretario verbalizzante; nomina del presidente dell’associazione (art. 36 cc e principi generali del diritto); varie ed eventuali. Il passaggio, dunque, servirà essenzialmente a dare un legale rappresentante alla “associazione non riconosciuta Democrazia cristiana”, per poi permetterle di continuare la sua vita, se e come lo vorrà.
Andrà tutto liscio? E’ ragionevole pensare di no, se non altro perché qualcuno – magari un altro gruppo di iscritti o i legali rappresentanti di ciò che resta del Partito popolare italiano, tuttora esistente e probabile continuatore giuridico dell’esperienza della Dc – potrebbe fare ricorso e vanificare il percorso iniziato mesi fa. Gli stessi promotori si attendono ricorsi da parte di qualcuno, “ma – precisa Pellegrino – non siamo preoccupati. A molti di coloro che negli anni si sono messi di traverso ad altri tentativi di riattivare la Democrazia cristiana abbiamo chiesto di cessare le ostilità, mettendo in chiaro una cosa: noi il patrimonio che fu della Dc e che negli anni in tanti si sono spartiti non-lo-vo-glia-mo. Vogliamo solo far tornare e ripresentare agli italiani con un programma diverso e nuovo il partito in cui non abbiamo mai smesso di riconoscerci e che nel 1994 è stato fatto sparire, senza che gli iscritti fossero realmente consultati su questo. Ci è voluto quasi un quarto di secolo e forse servirà ancora altro tempo, ma un passo avanti lo abbiamo fatto”. Basterà, per rimettere insieme i pezzi dello scudo crociato?