Licenziamento dipendenti pubblici e privati: rischi e differenze

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Licenziamento dipendenti pubblici e privati: rischi e differenze.

Come funziona il licenziamento dipendenti pubblici e privati: la disciplina


Rispetto al passato, anche per effetto della crisi economica, il sistema del licenziamento dei dipendenti è profondamente cambiato. Oggi infatti il lavoratore non è più tutelato come alcuni decenni fa. Vediamo di seguito cosa è previsto oggi su questo delicato tema.

Cos’è il licenziamento dipendenti

Occorre brevemente premettere un cenno al concetto di licenziamento: esso è l’atto con il quale un datore di lavoro recede dal rapporto di lavoro. Ciò significa che il datore interrompe unilateralmente il rapporto, facendo sì che il lavoratore non debba più recarsi da lui a lavorare.

Un delicato tema come questo non può che essere sorretto da norme di legge; solo su queste il datore di lavoro può basarsi per licenziare un lavoratore: non può cioè licenziare in modo libero e senza seguire specifiche procedure.

Le distinzione tra licenziamento dipendenti nel settore pubblico e nel settore privato

Possiamo affermare con assoluta certezza che, nell’ambito delle tutele in caso di licenziamento, ci sia oggi una sostanziale differenza tra settore pubblico e privato. Come è stato ribadito dalla Cassazione, infatti, maggiore flessibilità in entrata e uscita da lavoro ha sempre caratterizzato il settore privato rispetto a quello della PA.

Ciò significa che, in base alla cosiddetta riforma Fornero e al Jobs Act, un lavoratore del settore privato può essere licenziato sulla base di tali leggi (quindi di fatto superando le maggiori tutele del vecchio art. 18 dello Statuto dei Lavoratori); mentre nell’ipotesi di dipendenti statali, in ogni caso, il datore di lavoro dovrà applicare quanto previsto dall’art. 18 suddetto.

L’attuale disciplina del licenziamento dipendenti nel settore pubblico

Quanto detto sopra non significa che la disciplina del licenziamento del lavoratore pubblico non sia oggi più severa che in passato: è intervenuta infatti la Riforma Madia nel 2017. Tale riforma, nel ribadire l’applicabilità dell’art.18, stabilisce un nuovo codice disciplinare e nuovi termini temporali in caso di azione disciplinare.

In particolare, i casi che causano il licenziamento in ambito pubblico sono ampliati. Tra i più rilevanti, ricordiamo il caso della timbratura falsa o delle assenze ingiustificate.

Le modifiche dell’art. 18 sul licenziamento dei dipendenti

Questo articolo ha la finalità di tutelare il lavoratore contro un licenziamento illegittimo, cioè un licenziamento che avvenga in modo ingiustificato o discriminatorio, oppure senza comunicazione del motivo. Esso sancisce il reintegro del lavoratore con un risarcimento e il pagamento di un’indennità in caso di mancato reintegro.

Questa importante normativa a tutela dei lavoratori, nella sua originaria formulazione, riguarda anche le aziende.

Tale articolo è stato notevolmente modificato dalla legge Fornero del 2012, la quale ha cambiato procedura e giustificazione dei licenziamenti dei dipendenti. Ancor più drastica è stata la riforma voluta dal precedente governo, il cosiddetto Jobs Act, il quale oggi dispone il reintegro dei lavoratori del settore privato nei soli casi di licenziamento per motivi discriminatori; negli altri casi vale solo un indennizzo economico.

Come caso non irrilevante, l’art. 18 vale però in caso di controversie tra aziende e lavoratori relative ad un rapporto di lavoro cominciato prima dell’entrata in vigore del Jobs Act.

Ribadiamo in ultimo, come specificato anche dalla Cassazione, che i dipendenti pubblici restano fuori dalla suddette modifiche e per loro resta pienamente valido l’art. 18 che garantisce il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa.

Rischi del licenziamento dipendenti

Il licenziamento non avviene senza rischi: il datore di lavoro infatti potrebbe fronteggiare l’impugnazione del licenziamento da parte del dipendente.

Il giudice del lavoro gestirà tale procedimento e valuterà se il licenziamento è legittimo oppure no.

In caso di illegittimità, per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 varrà la disciplina meno protettiva contenuta nel Jobs Act. Inoltre, più un’azienda è grande, più tutela spetta al lavoratore.

Come dato fondamentale, il rischio più evidente che ha l’azienda è il dovere di reintegrare il dipendente nel posto di lavoro. Ciò comporta non solo riportare il lavoratore alle stesse mansioni che svolgeva prima, ma anche il pagamento di tutte le mensilità e contributi che avrebbe intascato se non fosse mai stato licenziato.

Qualora l’illegittimità sia meno grave, varrà soltanto una tutela di tipo indennitario. Il datore di lavoro verserà al lavoratore una somma di denaro a titolo di risarcimento, senza doverlo reintegrare nelle precedenti mansioni.

E’ importante sottolineare però che la Corte Costituzionale ha sancito l’illegittimità costituzionale del criterio di quantificazione di questo indennizzo al lavoratore, meramente impostato solo sull’anzianità di servizio.

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