Paradisi fiscali: il Parlamento UE esige norme più severe. Ecco perchè

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Paradisi fiscali: il Parlamento UE esige norme più severe. Ecco perchè

Tutti abbiamo sentito parlare, almeno una volta, di paradisi fiscali. Si tratta di territori, di solito sotto la sovranità di uno stato più grande – ma non sempre – in cui le tasse sono molto basse o addirittura pari a zero e le leggi fiscali e tributarie molto lasche e assolutamente non rigide. Insomma, luoghi in cui è vantaggioso investire e depositare denaro, per sfuggire alla lente del Fisco, anche quello italiano.

La novità è che recentemente il Parlamento europeo ha chiesto maggiore trasparenza e criteri più severi, in materia di paradisi fiscali. Vediamo più da vicino.

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Paradisi fiscali: una risoluzione per rivedere tutto l’elenco

Il Parlamento europeo, in seduta plenaria, ha detto sì ad una risoluzione per riformare la lista dei paesi non conformi ai principi dell’Unione europea, dal punto di vista fiscale. In particolare, il testo è stato approvato con 587 voti favorevoli, 50 contrari e 46 astensioni. La ragione di questa larga maggioranza favorevole al provvedimento non è difficile da cogliere.

In buona sostanza, si tratta di introdurre nuovi criteri per la lista dei paradisi fiscali Ue, con inclusioni automatica laddove le aliquote fiscali siano prossime allo zero. E’ stato appurato che la blacklist dei paradisi fiscali dell’Ue non funziona: infatti, in questo momento, soltanto i paesi che producono il 2% delle perdite di gettito fiscale a livello mondiale ne fanno parte. Urgono insomma novità e misure più stringenti.

La lista UE sta dimostrando di non essere veramente efficace e non essere pienamente orientata a principi di parità di trattamento tra Stati, imparzialità e trasparenza: tutti buoni motivi per chiedere una revisione dell’intero meccanismo di inclusione ed esclusione dalla black list.

Il meccanismo dell’inserimento automatico in lista

In buona sostanza, il parlamento UE ha approvato una risoluzione nella quale si invita a cambiare drasticamente il sistema usato per compilare la lista Ue dei paradisi fiscali, giacchè è ritenuto “confuso ed inefficace”. Anzi, la direzione deve essere quella di aggiungere più criteri di individuazione, al fine di garantire che finalmente un maggior numero di paesi sia ritenuto parte dei paradisi fiscali, evitando anche che un paese sia rimosso dall’elenco troppo velocemente. Come successo recentemente con le Isole Cayman, le quali sono state rimosse dall’elenco dei paradisi fiscali UE, ma di fatto in esse è tuttora applicata una politica di aliquote fiscali dello zero per cento.

Il metodo per capire se un sistema fiscale di un certo paese sia equo o meno va dunque riveduto e corretto, per immettere ulteriori pratiche e non soltanto le aliquote fiscali preferenziali.

I parlamentari UE esigono insomma che tutte le giurisdizioni con un’aliquota d’imposta sulle società pari allo zero per cento o senza imposte sugli utili delle società, siano automaticamente incluse nell’elenco dei paradisi fiscali.

Su questo tema, non va neanche dimenticato che gli stessi paesi dell’Unione europea non dovrebbero più essere tenuti fuori dall’analisi dei criteri di inclusione in lista e, anzi, andrebbero inseriti in essa, laddove non rispettino gli standard di affidabilità fiscale. Infatti, gli Stati UE sono responsabili del 36% dell’evasione fiscale globale, un percentuale non certo esigua.

E’ necessario più rigore: lo afferma l’UE

Il presidente della sottocommissione parlamentare per le questioni fiscali (FISC), Paul Tang, non ha usato mezzi termini per definire la situazione confusionaria e la scarsa rigidità in tema di paradisi fiscali: “La lista può essere un valido strumento, ma gli Stati membri hanno dimenticato qualcosa quando l’hanno compilata: i paradisi fiscali veri e propri. L’elenco infatti non sta migliorando, sta peggiorando. Guernsey, le Bahamas e ora le Isole Cayman sono solo alcuni dei ben noti paradisi fiscali che gli Stati membri hanno tolto dalla lista. Rifiutandosi di affrontare adeguatamente l’evasione fiscale, i governi nazionali stanno deludendo le aspettative dei loro cittadini per oltre 140 miliardi di euro. Soprattutto nel contesto attuale, ciò è inaccettabile. Per questo motivo, il PE condanna la recente rimozione delle Isole Cayman dall’elenco e chiede maggiore trasparenza e criteri più severi”.

Il Parlamento UE esige insomma criteri di screening più rigidi. Ed anzi, la rimozione di un certo Stato dall’elenco non dovrebbe essere la conseguenza di modifiche del locale sistema fiscale soltanto minime, simboliche o di scarsa esecuzione pratica (ad es. Isole Bermuda o Cayman).

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Non solo: i paesi devono essere trattati e valutati equamente e con rigore, servendosi degli stessi criteri, sebbene il contesto attuale sia ben lontano da ciò. E l’assenza di trasparenza con la quale l’elenco è redatto e aggiornato è un’ulteriore perplessità. Anzi, il processo di elaborazione della lista andrebbe formalizzato con uno strumento giuridicamente vincolante.

Concludendo, è chiaro dunque che i deputati del Parlamento UE intendono – con la risoluzione citata – spingere verso una revisione dei criteri di inclusione nella black list, secondo principi di maggior rigore e severità. Non resta che attendere quali saranno gli sviluppi e se davvero la lista UE dei paradisi fiscali sarà più corposa oppure no.

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