Russia, riflessione itinerante su cittadinanza e potere

Сухиничи-Главные. Sukhinichi-Glavnye, Russia. 54° parallelo Nord. 35° meridiano Est. Centro amministrativo del distretto di Sukhinichi, regione russa di Kaluga. Duecentocinquantuno chilometri a sud-ovest di Mosca. Duecentosettantuno a nord-est dal confine ucraino. Sedicimila abitanti. La fortuna di uno snodo ferroviario: il Mosca-Bryansk. Un’inezia geografica freddamente descritta dalla precisione delle misurazioni numeriche. Ci arrivo sabato 5 gennaio, alle 19.30 ora locale. L’inesorabilità del blizzard avversa il procedere del nostro treno. La catacombale sera, cattiva consigliera nell’indeterminatezza della campagna russa, risulta rischiarata solo dal soffice adimensionale strato di neve depositatosi sul binario numero 3. È l’anti-vigilia del Natale ortodosso.

 

Il treno Mosca-Lviv percorre i suoi millequattrocento chilometri sospinto dall’entusiasmo dei suoi passeggeri, rallegrati dal natalizio ritorno in Ucraina e trepidanti di riabbracciare le proprie famiglie. Il mio stato d’animo è completamente opposto. Terminate le vacanze e abbandonata la stanza moscovita il mio viaggio avrà come capolinea l’inizio di una nuova annata di fatiche. La malinconica omogeneità degli imbiancanti paesaggi rurali, interrotti solo dalla ferraglia delle stazioni e dalle archeologiche carcasse industriali, soffoca ogni tentativo di consolazione.

Dopo aver intessuto una serie di futili conversazioni con i soliti curiosi attratti dall’esoticità della mia provenienza, svogliatamente estraggo il libro che ho in valigia, cercando distrazioni. Le asperità sintattiche e il lessico barocco de “Le Confessioni di un Italiano” di Nievo allietano così il mio pomeriggio di viaggio, quietando i tormenti del rientro a casa.

Le fantasie accesemi dall’aristocrazia veneziana, dai lustri della Serenissima e dai meravigliosi palazzi sul Canal Grande mi vengono però improvvisamente sottratte dal capo-vagone. Con passo barcollante e con tono biascicato, frutto di un solitario pomeriggio alcolico consolante una qualche irrequietezza, annuncia il nostro prossimo arrivo allo snodo di Sukhinichi-Glavnye, avvertendoci dell’imminente sosta di venti minuti. Nello stesso istante, Padre Pendola, uomo di fiducia della famiglia Frumier, rivolge severamente ai futuri slanci patriottici di Carlo Altoviti, gigante protagonista delle vicende di Nievo, una delle più profonde questioni del libro: “Cosa significa essere cittadino?”.

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Stonato dalla lunga percorrenza e intontito dalla laconicità della domanda-sentenza decido di dare respiro alla lettura e di prendere una boccata d’aria. Mi accodo ai passeggeri in discesa e mi appresto a lasciare il treno. Non appena il capo-vagone spalanca la porta, però, una mandria di uomini e donne assale il nostro procedere. Mi si annebbia la vista. In una manciata di secondi ripercorro il percorso spazio-temporale attraversato durante l’inquieto pomeriggio. Rivedo la lussuria del centro di Mosca, ri-incrocio la miseria della periferia rurale russa, giungo all’eleganza della Venezia di fine Settecento e capitolo in una scena da Far West. L’assalto tesoci assume dimensione sconfinata. Ai miei piedi, ancora ben saldi sui ripidi gradini del treno, si accalcano litigiosamente urlando spettrali personificazioni dell’indigenza. Alzo gli occhi e la stessa scena, la stessa calca di persone, lo stesso incedere, si ripete davanti ad ogni vagone, lungo le quindici carrozze del treno. Ripresa lucidità, il Far West cambia  tonalità. Gli avventurieri della corsa all’oro, così come i funebri assalti alle loro carovane, perdono colore. La società dei consumi tinteggia il proprio essere arlecchina. L’imperativo è vendere. Anche qui. Binario 3 della stazione di Sukhinichi-Glavnye, 54° parallelo Nord – 35° meridiano Est. Pupazzi, gingilli, icone religiose, decorazioni natalizie, libri, fumetti, cibo e bevande calde incrociano la spensierata propensione all’acquisto degli entusiasti figliol prodigi. Un mercatino nomade carico solo della propria miseria e denutrito del nulla che lo circonda. Trovo spazio. Abbandono il treno e confusamente fuoriesco dalla folla. Respingo una serie di tentativi di contrattazione e accendo una sigaretta. Metto ordine tra la frenesia degli eventi e mi ricordo della domanda-sentenza di Padre Pendola. Mi sovviene anche il prologo alla domanda. Pochi istanti prima, il nobiluomo veneziano, evidenziava la diffusa capacità di affermarsi uomini o donne contrapponendola alla estesa incapacità di argomentare il nostro essere cittadini.

In un attimo, dimentico la numerica precisione descrittiva consegnataci dalla statistica. Una tormenta di pensieri, sconvolgendomi, si prende gioco del blizzard. Mi si rivela la vera essenza di Sukhinichi-Glavnye. Essere cittadini. Nessun presente saprebbe rispondere alla domanda posta da Padre Pendola. Nessun uomo e nessuna donna, seppur capaci di affermare il proprio essere uomo o essere donna, saprebbe nell’indeterminatezza della campagna russa argomentare la propria risposta. La Russia pullula di Sukhinichi-Glavnye. La Russia nasce e muore nelle varie Sukhinichi-Glavnye. Mosca e San Pietroburgo troneggiano, si adornano e si ingozzano sull’esistenza delle Sukhinichi-Glavnye. Non è concepibile nessuna forma di governo differente dall’assetto feudale. E solo eccezionalmente potrà essere concepita in futuro in Russia. L’emancipazione cittadina lucra sul Medio Evo rurale. La debolezza economica e culturale delle campagne perpetra la dipendenza dal feudatario e condanna qualsiasi rivendicazione. Non esiste cittadinanza. Non esistono risposte alla domanda-sentenza di Padre Pendola in quanto non esiste coscienza di rivendicazione e quindi di affermazione del proprio essere. Le materie prime della fortuna del feudatario non sono né gas né petrolio ma la conformazione geografico-morfologica del proprio feudo. La sconfinatezza del campagna trionfa sull’emancipazione urbana. La sottomissione e la dipendenza sulla rivendicazione. Il capo-treno fischia. Getto la sigaretta e mi preparo a risalire sul treno. Si riparte. Il blizzard soffia incessantemente, la sera lentamente si congeda, le sagome assalitrici allontanandosi si chiedono: “Когда придет следующий поезд?”, Quando arriva il prossimo treno? La sola fortuna dello snodo ferroviario Mosca-Bryansk.