Sette mesi di tribolata Scelta Civica ancora dall’esito incerto

I sette mesi di Scelta Civica.

Tanti ne saranno passati dopodomani dal giorno in cui Mario Monti – ancora Presidente del Consiglio, sia pure dimissionario – presentò davanti a una pletora di giornalisti il simbolo che avrebbe contraddistinto le liste del suo progetto politico-elettorale, Scelta civica.

La trasformazione in partito non si è ancora compiuta, sarebbe prevista nei prossimi mesi, ma le acque sono già agitate e da qualche tempo.

Non occorreva aspettare le dimissioni con ripensamento dello stesso Monti, che hanno segnato la fine della giornata di mercoledì, insieme alla scelta (proposta dallo stesso senatore a vita) di attribuire al Comitato di presidenza il ruolo di coordinatore finora ricoperto da Andrea Olivero.

Le tensioni sono emerse con chiarezza già mesi fa, quando a fine giugno varie persone legate a Italia Futura, l’associazione di Luca Cordero di Montezemolo che tanta parte aveva avuto nella costruzione del progetto politico, avevano dato l’impressione di avere già almeno un piede fuori dalla porta, anche se di fatto la cosa si sta concretizzando con tempi più lunghi, con un lavoro paziente ma continuo sui territori e la preparazione di un programma che possa essere presentato agli elettori.

Il divorzio in via di definizione degl’italiafuturisti si sovrappone alle tensioni che interessano soprattutto la componente cattolica di Scelta Civica (in cui rientra anche l’area legata alla Comunità di Sant’Egidio).

Sarebbe comodo e facile dire che tutto è iniziato, anche qui, a fine giugno, con quel giudizio piuttosto netto di Monti sull’alleanza con l’Udc («Può darsi che fosse sbagliata»).

Motivi di attrito, oltre che di reciproca insoddisfazione, in realtà già ce n’erano stati perfino prima del voto: «Sono convinto che stiamo facendo la parte dei donatori di sangue» aveva detto Casini a metà febbraio, giudizio confermato con le parole e i fatti – e con un’amarezza al livello di guardia – dopo il risultato delle elezioni politiche che non aveva premiato Scelta civica e aveva decimato la rappresentanza parlamentare dell’Udc.

Ora, forse, dev’essere stato Monti a temere di trovarsi sul lettino, col rischio concreto di essere vittima di un prelievo imminente da parte dell’Unione di centro.

 

Già, perché è bastato che Andrea Olivero e Lorenzo Dellai partecipassero a un convegno organizzato dall’Udc in vista di un nuovo soggetto politico che confluisca nel Ppe per sospettare un esodo verso Casini, piccolo o grande che fosse.

La presenza all’assise dei due non era poi così strana – Olivero era stato presidente nazionale Acli, Dellai veniva dal Ppi prima di far nascere la Lista Civica Margherita (anticipatrice del fiore rutelliano) in Trentino fino al penultimo approdo nell’Api ancora al seguito di Rutelli – non fosse che per Monti e vari esponenti di Scelta civica (magari più interessati all’adesione al gruppo europeo dei libdem) è stato inopportuno che al convegno dell’Udc abbiano partecipato il coordinatore nazionale e il capogruppo alla Camera della nuova formazione politica, quasi a voler impegnare l’intera forza politica in un progetto con Casini o a volersi distaccare da scelte di posizione compiute fino a quel momento.

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Secondo Dellai, ora Olivero come coordinatore del gruppo che lavorerà sull’identità politica e culturale di Scelta civica avrebbe un ruolo più importante di prima; lo stesso ex presidente della provincia di Trento nega che siano in preparazione fughe verso l’Udc o spaccature. I malumori però restano, tra le varie anime del non-ancora-partito e anche al loro interno.

Come possano evolvere da qui al congresso, non è dato sapere: forse le divisioni all’interno della formazione legata al Professore sapranno trovare una loro armonia, forse si accresceranno fino a un distacco inevitabile e necessario. Certo è che quella di Monti di impegnarsi in politica sembra essere sempre più, come recitava una delle parodie del simbolo elettorale, una «Scelta critica».

 

Gabriele Maestri