Bamboccioni, choosy e sfigati (per scelta o necessità?)

 

Mi sono trasferito all’estero tre volte negli ultimi quattro anni sia per studiare che per “imparare” a lavorare. Lunedì ho di nuovo lasciato l’Italia, la mia famiglia, i miei amici e il mio stage sottopagato perché dall’Austria ho ricevuto una di quelle classiche offerte che non si possono rifiutare. Ciò che sto vivendo è la storia di un’intera generazione di giovani che sono già stati liquidati come “bamboccioni” (Tommaso Padoa Schioppa, 4 ottobre 2007), “sfigati” (Michel Martone, 24 gennaio 2012), “choosy” (Elsa Fornero, 22 ottobre 2012). Peraltro, questi tecnici “prestati alla politica” hanno solo detto, incautamente, una verità che va però inserita nel contesto reale.

Bamboccioni: gli italiani vivono nella casa dei genitori fino a trent’anni, mentre in gran parte d’Europa si lascia il tetto materno con l’inizio dell’università. Mentre, però, in Italia un mediocre ateneo pubblico può costare, per le sole tasse, anche €3000, in Francia e nella ricca Germania si arriva raramente a pagare più di €500 all’anno. C’è un “welfare” riservato agli studenti (l’accesso ai mezzi di trasporto incluso nelle spese di immatricolazione, i “mini-job”) che manca nel Belpaese dove, al contrario, i “fuorisede” devono spesso pagare sproporzionati affitti in nero a speculatori della cui esistenza tutti sono a conoscenza ma su cui nessuno interviene seriamente.

Sfigati: la figura dello studente “fuoricorso” è tipicamente italiana, non c’è altrove. Ma gli universitari italiani non sono più stupidi dei loro colleghi europei e, certamente, i nostri atenei non sono più severi e selettivi delle più prestigiose università del continente.  Il problema del fuoricorso esiste, probabilmente, perché il sistema di insegnamento universitario funziona male –o non funziona del tutto. Le scarse risorse destinate all’istruzione non sono sempre spese come sarebbe opportuno per mantenere una formazione di eccellenza, gli sprechi inspiegabili abbondano (anche i rettori, ad esempio, possono viaggiare con potenti “autoblu” tedesche, si mantengono corsi inutile per condannare qualche barone intoccabile alla noia del posto fisso) e le riforme della didattica tendono a perseguire obiettivi verosimilmente intellegibili anche a chi ha dato loro il proprio nome.

Choosy: chi, avendo in mano una laurea o un dottorato, rinuncia ad offerte per lavori sottopagati o si rifiuta di fare il muratore o la centralinista è, tecnicamente, schizzinoso. Ma è umanamente biasimabile? Se un ragazzo decide di investire tra i cinque e gli otto anni della propria vita per formarsi, se lo Stato spende le risorse pubbliche per garantirgli la formazione, sarà poi naturale che costui possa ritrovarsi nella posizione di utilizzare le proprie competenze a beneficio di se stesso e della comunità.

La disoccupazione giovanile, a settembre, ha superato il 35%, non solo perché i venti-trentenni d’oggi sono pigri e viziati; su di loro, piuttosto, gravano problemi strutturali che non sono mai stati affrontati. E anche dall’altro lato dell’Atlantico hanno capito tutto: conosciamo benissimo i nostri problemi ma non siamo capaci di trovare forza e volontà di risolverli (Frank Bruni, Italy Breaks Your Heart, The New York Times, 26 ottobre 2013) e, così, dopo l’ubriacatura del ventennio berlusconiano, né i tecnici né i “larghi intenditori” sono riusciti ad intervenire seriamente. Chi ci ha provato è stato fermato; chi vuole durare nemmeno ci prova. E per i bamboccioni choosy e sfigati non c’è alternativa: si resta e ci si accontenta, seguendo il consiglio della Fornero, o si lascia il Paese, “lo si abbandona, lo si ripudia, con dolore” (Michele Smargiassi, Cara Italia ti scrivo, La Repubblica, 22 ottobre 2010).

E l’Italia continua a mancare, tanto, e ci si incazza perché non si è riusciti a ridurre quello “scarto pauroso fra la mentalità diffusa del paese e quella della sua meglio gioventù”.

 

Andrea Enrici