Tra Siria e Giordania: una vita sulle macerie di guerra

Via da Homs: davvero o per finta

Una settimana fa a Montreux si inaugurava la Conferenza di Pace di Ginevra II per discutere sulla transizione democratica di un angolo del Medio Oriente. In una polveriera chiamata Siria, quasi tre anni fa cominciava la guerra civile che ha sterminato più di centomila persone, generando contemporaneamente una crisi umanitaria incontenibile.

Oggi al tavolo della pace siedono la delegazione del Governo siriano ed il Ministro degli Esteri Walid Muallem, che insiste sulla necessità di arrestare le azioni terroristiche dei ribelli; dall’altra parte, il Presidente della Coalizione Siriana Ahmad Jarba, il quale punta il dito contro Assad e il suo pugno di ferro.

Presenti al summit sono anche l’Emiro del Kuwait che ha offerto al popolo siriano un supporto umanitario del valore di cinquecento milioni di dollari, e gli esponenti della comunità internazionale impegnati nello smaltimento dell’arsenale chimico. Tuttavia, a maneggiare con misurata delicatezza l’arma della diplomazia è principalmente il mediatore dell’ONU Lakhdar Brahimi, la cui abilità è messa a dura prova dalla resistenza delle due fazioni contrapposte.

Il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon ha focalizzato l’attenzione sull’emergenza umanitaria, che affliggerà la popolazione siriana fino a che non si giungerà ad un concreto cessate il fuoco, anche se finora le trattative proseguono a singhiozzo, sviluppandosi a fasi alterne. I negoziati di pace devono essere propedeutici alla transizione siriana, e negli ultimissimi giorni è giunta la notizia che dalla città di Homs, assediata da più di un anno dalle forze lealiste, potranno partire donne e bambini, mentre agli uomini sarà richiesto di indicare il proprio nome in apposite liste predisposte dal regime. Sarebbero almeno duecento le persone pronte a lasciare l’assedio, che continuano però ad avere paura di essere arrestate e, in ogni caso, l’evacuazione dei soggetti più a rischio non è sufficiente per salvare gli abitanti, stroncati dalla fame: negando il consenso a che un convoglio di aiuti umanitari raggiunga la città, il governo di Damasco si è assestato su una linea dura, nascondendosi dietro al pretesto che sia in gioco il futuro dello Stato, non di una sola città.

 

Il linguaggio della violenza (non solo bombe)

Il 15 e 16 Gennaio scorsi si svolgeva a Kuwait City la seconda Conferenza Internazionale dei Donatori per la Siria, che per il secondo anno consecutivo ha sollecitato la mobilitazione internazionale in relazione alle carenze umanitarie sofferte dalla popolazione. Anche quest’anno i fondi raccolti saranno destinati ai servizi assistenziali di base, dall’alimentazione all’assistenza medica, alle vaccinazioni.

Affermare – come ha fatto la delegazione del Governo di Assad – che a Ginevra II non si discuterà di singoli problemi, equivale ad eclissarsi  all’ombra di una guerra di cui non ci si assume la responsabilità, quasi fosse una banale fatalità, niente più che una variabile indipendente. Mentre i colloqui di pace nascono da un’ispirazione umanitaria. Lo ricorda Ban Ki-moon e i maggiori leaders mondiali: qualunque modalità di gestione della crisi dovrà avere come fine la difesa di un popolo che è stato vittima di un massacro senza precedenti.

Ed è per questa ragione che non si può calare il sipario su una città nella quale si rispecchia un Paese. Circa a metà strada tra Aleppo e Damasco, a poca distanza dalla frontiera libanese, i quartieri sventrati di Homs sono la fotografia di una Siria squartata ed esposta agli occhi del mondo nella sua decadenza più cruda. Stretti in un assedio di circa due anni da parte delle truppe lealiste, i cittadini di Homs sono messi in ginocchio dalla malnutrizione e dalla carenza di acqua potabile.

Ma una nebbia di apprensione scende anche sulla capitale: Damasco, come Aleppo, continua a bruciare sotto frequenti attentati, mentre agli operatori umanitari è vietato l’accesso al centro abitato, nonostante il governo avesse già prestato il consenso alla distribuzione degli aiuti. Ad ogni modo, i costi umani della catastrofe sono inestimabili: a parte le vittime, secondo gli ultimi rapporti dell’ONU, si registrano sei milioni e mezzo di sfollati all’interno del Paese e oltre due milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi.

Un’emergenza trattata con leggerezza

La crisi umanitaria varca i confini nazionali e si spalma su un altro Paese, destinato ad accogliere il numero più alto di rifugiati siriani: tra deserto e altopiani, il territorio inospitale della Giordania cerca di rispondere ad un’emergenza ai limiti della sostenibilità, che ha imposto la costruzione di nuovi campi.

Le cifre delle persone provenienti ogni giorno dalla Siria sono spaventose. Ma intimorisce ancor di più la fama che avvolge il campo di Zaatari, notoriamente considerato un inferno che terrorizza i suoi oltre centomila abitanti. Zaatari è una vetrina della criminalità che impone alle donne di non abbandonare per nessun motivo il proprio rifugio. È una città fatta di tende e capanne, nata male, cresciuta troppo in fretta, oggi sovraffollata. Adattarsi alle condizioni di vita imposte dal campo è umanamente impossibile: le strutture non sono idonee ad affrontare il rigido inverno, i servizi igienici costringono a lunghe camminate e l’assistenza medica  è quanto mai precaria e insufficiente. Soprattutto negli ultimi tempi, lo stress psicologico ha indotto gli abitanti a rimpacchettare gli effetti personali e tornare in Siria, sperando in un futuro meno desolante del passato da cui sono fuggiti.

Esattamente un anno fa, in sole ventiquattro ore, quattromila Siriani varcavano la frontiera: se Amman si diceva preoccupata che i migranti assumessero lo status di profughi permanenti, d’altra parte non poteva sottrarsi all’edificazione di un altro campo.

Oggi il nuovo insediamento di Azraq non è altro che una città fantasma: dietro ai cancelli sbarrati si intravvedono solide case, scuole e parchi giochi per i bambini, servizi igienici accessibili e non distanti dalle strutture abitative. Piuttosto, della sua apertura non si vede nemmeno l’ombra. Un portavoce del governo giordano ha tentato di spiegare l’inspiegabile, affermando che il campo verrà aperto solo se si presenterà una situazione di emergenza. Una piccola nota, quasi inosservata, giusto per non dimenticare che in ogni catastrofe umanitaria sopravvive un certo margine di opinabilità.