Il 2014 della politica italiana: un anno vissuto pericolosamente

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Il 2014 della politica italiana: un anno vissuto pericolosamente

Il partito ed il suo nuovo, giovane segretario. Il partito ed il suo presidente del Consiglio – un po’ meno giovane del neosegretario – a capo di un governo di larghe intese, sì, ma essenzialmente “suo”. Il 2014 per il Pd doveva essere all’insegna di una sinergica comunione di intenti tra la segreteria del partito, rinverdita dall’arrivo del Gran Rottamatore col suo cerchio magico, e Palazzo Chigi: da una parte Matteo Renzi a dettare temi ed agenda e ad ammodernare il polveroso vocabolario di Via delle Botteghe Oscure, dall’altra Enrico Letta a tessere la rete delle riforme, senza sconvolgere i precari equilibri della Grosse Koalition made in Italy. Ma, come sappiamo, le cose sono andate diversamente.

Il Patto del Nazareno

Tutto ebbe inizio quel 18 gennaio, data che rimarrà nella storia del Pd e della politica italiana. Per la prima volta in assoluto, il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi varca la soglia della sede del Partito Democratico in Via del Nazareno per incontrare il neosegretario Matteo Renzi. L’ex Cavaliere e l’enfant prodige di Rignano sull’Arno siglano un patto sulle riforme destinato a influenzare l’azione del governo allora vigente (ma soprattutto di quello che di lì a poco nascerà) e a riempire pagine di narrativa dietrologica sui presunti indicibili accordi in esso racchiusi. La partnership, battezzata “Patto del Nazareno”, verte principalmente sulla riforma del titolo V della Costituzione, sulla riforma del Senato e su quella elettorale (l’Italicum).

“Enrico stai sereno”

Da Sindaco di Firenze a Presidente di turno dell’Unione Europea il passo può essere molto breve. Lo sa bene Matteo Renzi, che qualche tempo dopo definirà l’Italia un “Paese scalabile”. E c’è da credergli. Il 13 febbraio la Direzione del Pd vota per la defenestrazione di Enrico Letta, il quale rimette il suo mandato nelle mani di Giorgio Napolitano nel giorno di San Valentino. Nasce così il governo Renzi: è il 22 febbraio. Il passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo premier sarà ricordato come uno dei più algidi della storia repubblicana: “Enrico stai sereno”, che adesso arriva Matteo.

Pronti, via. Benedetto da Senato e Camera, l’ingresso stile “House of Cards” di Renzi nell’esecutivo è un tripudio di proclami e di buoni propositi, alcuni dei quali vedranno la luce, altri il guado della palude. L’Italicum e le riforme costituzionali non diventeranno leggi dello Stato prima del 2015: il cammino dell’Italia verso il bipartitismo riprenderà con l’anno nuovo. Nel frattempo però Renzi ha portato a casa Sblocca Italia, Riforma della Pubblica Amministrazione, legge di Stabilità e, soprattutto, Jobs Act. La riforma del mercato del lavoro, con il definitivo smantellamento dell’articolo 18, ha funto da casus belli per la singolar tenzone con il mondo sindacale e con la sinistra a sinistra del Pd: quella diversamente leopoldiana, per intenderci. Le diatribe con Landini e Camusso, le scissioni annunciate da Civati un giorno sì e l’altro pure, le mitosi di Fassina e le meiosi di Rosy Bindi, rappresentano solo alcuni dei leitmotiv di questo pirotecnico 2014 targato Renzi. Se in Patria i nemici del premier sono i gufi, a Bruxelles è coi falchi dell’ortodossia rigorista, è con i sacerdoti e le vestali di Maastricht che Renzi deve vedersela: ben altri pennuti da spennare. Chiedere a Pier Carlo Padoan per ulteriori conferme.

Euro-Renzi

In Europa, Renzi ci entra da “matador”. Le elezioni europee del 22-25 maggio hanno regalato al suo Pd (il partito più votato in assoluto) un 40,8% da capogiro, complice – secondo i maligni – l’abile mossa degli 80 euro, il taglio Irpef approvato ad aprile: altro cavallo di battaglia renziano. Quello delle europee è un capitale enorme, e Renzi decide di investirlo durante il semestre di Presidenza sulla nomina di Federica Mogherini a Lady Pesc (Paolo Gentiloni prenderà il suo posto alla Farnesina) e sull’introduzione della parola “flessibilità” in quella selva di vincoli e parametri che è la politica economica Ue al tempo dell’austerity. La nuova Commissione a guida Juncker vara un piano di investimenti di 315 miliardi di euro per rianimare un’Europa sempre più nella morsa della recessione e della deflazione. Nel frattempo sono attese “misure straordinarie” dalla Bce di Draghi: il numero uno dell’Eurotower vorrebbe lanciare il famoso quantitative easing, l’acquisto di titoli di Stato, ma al momento la Bundesbank non arretra di un millimetro.

#vinciamonoi

Dopo le elezioni di maggio, la fronda degli euroscettici all’interno del Parlamento europeo si allarga, fa la voce grossa ma in fin dei conti non morde. Il M5S esce dalle urne ridimensionato, con un pur sempre dignitoso 21,2% che lo conferma secondo partito italiano. Grillo si apparenta con l’Ukip di Nigel Farage e prende il Maalox, ma per il suo Movimento ci vorrebbe un coagulante perché l’emorragia di dissidenti, tra addii ed espulsioni, non pare arrestarsi. La tre giorni di ottobre al Circo Massimo, la nomina del direttorio dei cinque e il referendum “Fuori dall’euro” sono iniziative con cui i pentastellati tentano di darsi nuovo smalto.

L’altro Matteo

Il 2014 però è anche l’anno dell’altro Matteo. Salvini, da poco eletto nuovo segretario federale, prima fa il massaggio cardiaco a una Lega Nord dilaniata dagli scandali e dalle inchieste su rimborsi e parentopoli varie; poi, grazie a una strepitosa campagna elettorale, la porta al 6% alle ultime europee. All’estero il leader leghista va a braccetto Le Pen e Putin, in Patria occupa militarmente tutti i talk show e qualche copertina patinata in versione déshabillé. La manifestazione di ottobre “Stop Invasione”, il referendum anti-Fornero, la flat tax: tutto ciò che Salvini tocca diventa oro. Il Carroccio infatti vola nei sondaggi e raggiunge quasi Forza Italia (in caduta libera e in balìa di contrasti interni: vedi alla voce “Raffaele Fitto”). Dopo il Rubicone, il numero uno della Lega decide di attraversare anche il Po e a dicembre fonda “Noi con Salvini”, il nuovo soggetto politico con cui l’altro Matteo tenterà di conquistare pance e voti dell’elettorato diversamente padano. Da principe dei polentùn a – per dirla alla Aldo Giovanni e Giacomo – nuovo “gran visir di tutti i terùn”? Il 2015 ci dirà se la metamorfosi di Salvini può dirsi completa. Nel frattempo, si segnala lo storico risultato raccolto da Alan Fabbri, il candidato di Salvini alle regionali in Emilia (sempre meno rossa e sempre più preda dell’astensione).

Piove, governo ladro

Se la parola simbolo del 2014 è stata “selfie”, l’espressione più abusata è sicuramente “bomba d’acqua”. La bomba cade nel trevigiano il 2 agosto (4 morti) e a Genova – di nuovo – tra il 9 e il 10 ottobre: il bilancio è di un morto, con danni per milioni di euro. Il fango invade le strade del capoluogo ligure: gli angeli spalano, lo Stato “s’indigna e s’impegna”. Altre colate di fango – metaforico, stavolta – cadono sul Mose di Venezia, sull’Expo di Milano e sull’amministrazione capitolina, al centro di indagini su tangenti e malaffare. L’inchiesta su Mafia Capitale riempie le pagine dei giornali e le celle di Rebibbia e Regina Coeli con inquilini bipartisan, “salvando” al 95esimo il sindaco di Roma Ignazio Marino, che stava per essere fagocitato dai tumulti di Tor Sapienza e dalle sabbie mobili del Pd romano, commissariato da Renzi nella persona di Matteo Orfini. In attesa di tempi più rosei, l’Urbe si candida ad ospitare i Giochi Olimpici del 2024 e ad accogliere il nuovo Capo dello Stato, in vista delle “imminenti” dimissioni di Napolitano. L’elezione del nuovo Presidente della Repubblica nel 2015 sarà il primo vero banco di prova per i partiti. “Non faremo gli stessi errori del 2013”, ha detto Renzi. Ed ha ragione. Perché di errori se ne possono sempre commettere di nuovi.

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