Governo Italia 2018: La relazione a doppio filo tra politica e mercati

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Governo Italia 2018: La relazione a doppio filo tra politica e mercati

Già dalla tarda serata del 4 marzo, l’ipotesi più accreditata per la situazione politica nostrana era quella dell’ingovernabilità. Uno stallo alla messicana in cui nessuno avrebbe voluto – o potuto – cedere, per evitare un crollo in intenzioni di voto. Le prospettive della formazione di un Governo a stretto giro di posta, quindi, erano (e tuttora sono) ridotte al lumicino. Ciò nonostante, i mercati non hanno reagito negativamente al “classico” impasse italico. La risposta risiede nella fiducia verso il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Questo è ciò che si evince da un editoriale del Financial Times, che elogia Mattarella per essere una persona dal “risoluto senso del dovere” e per essere una “persona pubblica fidata e di fiducia”. Secondo FT, quindi, i mercati hanno retto per merito delle rassicurazioni del rassicurante Mattarella.

Governo Italia 2018, una situazione che non può protrarsi troppo a lungo

Nonostante il richiamo alla responabilità politica, emesso con fermezza dal presidente Mattarella, qualora non si raggiungesse un accordo di Governo in tempi relativamente brevi (1 o 2 mesi al massimo) i mercati potrebbero lanciare un segnale di avvertimento all’Italia. Una fiducia a tempo che può mettere ulteriore pressione sia al presidente, sia ai leader di partito.

Come sappiamo, questo primo giro di consultazioni ha confermato che per formare l’esecutivo, ci sarà bisogno di tempo. I veti incrociati impediscono di formare una seppur fragile maggioranza. Mattarella ha avvisato di non voler tornare alle urne e che ci sarà bisogno di tornare al dialogo. Le prossime consultazioni dovrebbero essere previste per la prossima settimana.

Governo Italia 2018, mercati e politica: un binomio complesso

Negli ultimi anni abbiamo visto quanto i mercati possano influenzare la politica. Il caso più eclatante, per l’Italia, riguarda il forcing su Silvio Berlusconi nel 2011. Il differenziale (spread) a gennaio toccava i 173 punti. Poi, una lunga estate, lo scontro con le istituzioni comunitarie, il declassamento da parte delle agenzie di rating e la richiesta, da parte dell’UE, di attuare una manovra “lacrime e sangue” per un valore di 50 miliardi di euro. Un calvario che fece toccare i 574 punti di differenziale e che logorarono definitivamente la maggioranza del cavaliere.

In tempi recenti, la Grecia ha subito più di altri Stati la pressione da parte dei mercati, facendo schizzare alle stelle il rapporto debito/PIL e contribuendo alla gravissima crisi vissuta dal paese ellenico.

Infine, la minaccia dei mercati è stata utilizzata come espediente retorico per generare timore attorno a un determinato candidato o partito (si veda, per esempio, Donald Trump negli Stati Uniti o il Movimento 5 Stelle in Italia). Nonostante gli allarmismi, si è potuto osservare la relativa fallacia di questo espediente. Basti pensare alle ultime elezioni statunitensi, dove la vittoria a sorpresa di Trump non ha generato nessun effetto negativo sui mercati. Al contrario, c’è stata una forte crescita di Nasdaq e Dow Jones. Come esempio più vicino, pensiamo alla vittoria del “No” al referendum costituzionale. Anche in quell’occasione, i favorevoli alla riforma pronosticarono un crollo dei mercati in caso di vittoria dell’opposizione. Nonostante la pesante sconfitta del “Si” e la crisi di Governo, Piazza Affari ha retto senza particolari problemi. Dopo un primo scossone, tornò ai livelli pre-referendum già entro la fine del 2016.

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