Aumento pensioni minime 2019 a 780 euro, Lega contro Di Maio

Aumento pensioni

Aumento pensioni minime 2019 a 780 euro, Lega contro Di Maio

Pensioni minime in aumento nel 2019, tensione M5S-Lega


Alberto Brambilla, esperto di pensioni leghista, all’attacco dell’aumento delle minime, quindi, della proposta del Movimento 5 Stelle. Già a gennaio, ha annunciato il viceministro dell’Economia Laura Castelli, potrebbero essere portate a 780 euro; al momento, sono poco superiori ai 500 euro mensili. La misura coinvolgerebbe circa 4 milioni e mezzo di pensionati e correrebbe in parallelo al reddito di cittadinanza.

Infatti, ha precisato la Castelli, raggiunta dalla Stampa, “partiremo il primo gennaio con le pensioni di cittadinanza, portando le minime a 780 euro. Intanto ci occuperemo della riforma dei centri per l’impiego. Abbiamo calcolato che ci vogliono 3-4 mesi. Successivamente partirà il reddito di cittadinanza”. Così “spacchiamo il sistema” ha dunque risposto Brambilla durante il suo intervento alle “Giornate del Lavoro” organizzate dalla Cgil.

“Sono totalmente contrario. Se io fossi un artigiano, un commerciante, un imprenditore, non verserei più; tanto se poi devo prendere 780 euro…” ha quindi aggiunto. D’altra parte, la proposta dei pentastellati consiste nel garantire ai pensionati – che non arrivino al suddetto reddito mensile – lo stesso importo. A prescindere dai contributi versati.

Aumento pensioni minime: l’attacco di Brambilla

Il vicepremier Di Maio ha poi tagliato corto dichiarando che Brambilla parla “a titolo personale”.

Quest’ultimo, però, intervistato dal Corriere, ha voluto comunque ribadire la sua posizione. “Qui parliamo di pensioni per le quali non sono stati pagati contributi sufficienti o non ne sono stati pagati affatto. Su 16 milioni di pensionati oggi in Italia, più della metà sono a parziale o a totale carico dello Stato. Le pensioni minime sono prestazioni dove il titolare, in tutta la sua vita lavorativa, non è riuscito a pagare i contributi per almeno 15 anni, il che fa scattare appunto l’integrazione al minimo. Solo considerando queste pensioni e quelle con l’aggiunta delle maggiorazioni sociali, si tratta di 4 milioni di assegni. Altri 4 milioni sono invece le prestazioni totalmente assistenziali, per le quali cioè non è stato versato neppure un euro di contributi: le pensioni d’invalidità e quelle sociali, appunto” ha analizzato Brambilla.

Ecco allora che secondo lui: “portare tutto a 780 euro significa caricare la spesa sulle giovani generazioni che, tra l’altro, spesso non arrivano loro a guadagnare questa cifra pur lavorando. Mi riferisco, per esempio, a tutti i giovani della gig economy. Ma poi rischierebbe di saltare il sistema a ripartizione”. In pratica, quel sistema con cui le pensioni vengono pagate con i contributi di chi ancora lavora: “si prenda un commerciante o un artigiano. Con un reddito medio di 1.350 euro al mese, per maturare una pensione di 780 euro, deve lavorare e pagare contributi per 38-40 anni. Chi glielo fa fare di continuare a versare all’Inps se il governo comunque gli garantisce 780 euro?”.

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