Aumentano le scorte di petrolio greggio USA, quali effetti sul mercato?

L’aumento delle scorte di greggio negli USA e le devastanti condizioni economiche dell’emergenza coronavirus, quali impatti sul petrolio?

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Aumentano le scorte di petrolio greggio USA, quali effetti sul mercato?

È stata sicuramente una delle notizie più importanti dell’ultimo mese per quanto riguarda il mercato del greggio, quella riguardante il trend in crescita per quanto riguarda le scorte di petrolio statunitense. Già a fine gennaio, il Dipartimento dell’energia statunitense rendeva noto che in soli sette giorni le scorte erano aumentate di 3548 milioni di barili, rispetto a una previsione di incremento di soli 300.000 barili. Accanto a questo, veniva annunciata anche la crescita di riserve di benzina per 1203 milioni di barili, rispetto a una previsione anche in questo caso molto più modesta, di soli 300.000 barili. Una notizia che non poteva non avere effetti sia sui produttori di petrolio che sul mercato e sugli investitori, visto che le scorte di greggio USA costituiscono un importantissimo “market mover” per quanto riguarda le valutazioni in particolare del petrolio.

Cosa sono i market movers

Avendo parlato di market movers, è certamente opportuno chiarire innanzitutto il significato di questo temine. Si definiscono market movers tutti quegli indicatori che hanno la caratteristica di incidere direttamente e indirettamente sulle realtà economiche e, di conseguenza, sull’andamento finanziario, sulle relative analisi, e in ultima istanza sui comportamenti in merito agli investimenti online e offline sui mercati azionari. In altre parole, l’analisi dei market movers influenza in maniera importante l’andamento dell’economia e dunque è importante la conoscenza e l’analisi degli stessi per poter prendere decisioni ponderate rispetto a cosa acquistare e a cosa vendere. I market movers possono essere:

Effetti sul mercato del petrolio

In questo specifico caso, è evidente come l’aumento delle scorte di greggio finisca per influenzare in modo negativo (ovvero, al ribasso) le quotazioni del petrolio poiché è indicatore di una minore richiesta di “oro nero”. A dimostrazione di questo, gli effetti si erano visti immediatamente già a fine gennaio con un immediato ribasso del 0,49% del prezzo a barile per una quotazione di 53,15$. Nel mese di febbraio, dopo un momentaneo apprezzamento dei prezzi del petrolio fino a una punta di quasi 60 dollari il 20 febbraio, le quotazioni sono nuovamente scese in modo molto veloce fino a scendere quasi sotto i 50, chiudendo venerdì 27 febbraio a 50.52$ con un calo del 13,62% in sette giorni. Un calo che ha evidentemente allarmato i membri dell’OPEC, che si sono riuniti a Vienna anche con l’obiettivo di tentare di stabilizzare il mercato e di tentare di contrastare questo repentino ribasso dei prezzi del greggio. Del resto, le economie di alcuni membri dell’OPEC dipendono direttamente dalle vendite del petrolio, e se non dovesse esservi una immediata controtendenza verrebbero fortemente compromesse da questo andamento

Quanto ha pesato il Coronavirus?

Va detto in ogni caso che nel calo repentino degli ultimi giorni di febbraio non hanno pesato solamente le notizie relative agli stock di petrolio statunitense, quando soprattutto l’emergenza globale del Coronavirus. È infatti proprio il 20 febbraio che si sono diffuse, per poi aggravarsi nei giorni successivi, le notizie riguardanti la diffusione anche in Italia del Coronavirus, ovvero la prima diffusione importante del COVID-19 fuori dall’estremo oriente che ha portato in pochi giorni i casi di contagio nel nostro paese oltre i 1000. La prospettiva di un allargamento in tutto il continente europeo, e poi addirittura di una possibile pandemia, ha inciso in modo pesante su tutto il mercato, e gli effetti sulle quotazioni del petrolio sono state anch’esse particolarmente pesanti. Ci troviamo insomma, secondo gli analisti, all’alba di una crisi economica globale che potrebbe essere equivalente o anche peggiore di quella del 2008. Per quanto riguarda il petrolio, la risposta allo studio da parte dei membri dell’OPEC per rispondere agli effetti del calo della domanda, sembrerebbe orientata come successo negli ultimi anni al calo della produzione. L’Arabia Saudita, in particolare, starebbe spingendo per un taglio di oltre 1 milione di barili al giorno, un peso che sarebbe sopportato in particolare anche da Kuwait, Emirati Arabi, e Russia. Su quali decisioni verranno prese e su quale strategia verrà concordata, ne sapremo però sicuramente di più dopo l’incontro previsto a Vienna.

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