Quel dibattito provinciale sul semipresidenzialismo

Giorgio Napolitano

Quel dibattito provinciale sul semipresidenzialismo

In Francia ogni passaggio da una Repubblica all’altra è segnata da un cambio consistente della carta costituzionale.

L’Italia è l’unico paese in cui si parla di passaggio dalla prima alla seconda Repubblica…senza che la Costituzione sia stata toccata!

In un periodo in cui si fa un gran parlare di semipresidenzialismo la riflessione è doverosa: il passaggio da prima a seconda Repubblica è conseguente alla definitiva fine delle ideologie (che porta all’evoluzione del Pci prima e dell’Msi molto dopo) e alla distruzione del sistema politico italiano a causa di Tangentopoli (fenomeno anch’esso legato in maniera inossidabile alla fine della guerra fredda, ma pochi compresero ciò…). Al tempo stesso questo mutamento politico, se escludiamo le elezioni politiche del 1992 in quanto coacervo di formazioni politiche della prima e della seconda Repubblica messe assieme, porta ad un movimento a favore di una riforma della legge elettorale. Che porta all’eliminazione della tripla preferenza alla Camera dei Deputati, all’eliminazione della soglia di sbarramento al Senato e alla conseguente modifica legislativa che porta alla nascita del Mattarellum.

Il quesito a questo punto è il seguente: considerando che non ci sono state modifiche costituzionali di nessun tipo, e considerando che le variabili in grado di trasformare la prima in seconda Repubblica sono perlopiù di carattere partitico o di carattere elettorale…oggi in che Repubblica siamo?

Perché se il discorso fosse meramente legato alla legge elettorale noi tutti, forse inconsapevolmente, ci troveremmo nella terza Repubblica dal 2005, anno di approvazione dell’attuale legge elettorale (Porcellum, o Proportionellum per i docenti di politologia dell’università di Bologna). La prima Repubblica è stata segnata dal proporzionale puro, la seconda dal Mattarellum e la terza dalla legge firmata da Roberto Calderoli.

Se invece il passaggio è dovuto ad un cambio del sistema dei partiti vuol dire che stiamo vivendo nella terza Repubblica almeno dal 2008. Ovvero dalla corsa in solitaria del Pd che a sua volta fu catalizzatrice della nascita del PdL. E non è da escludere che le recenti elezioni, sempre secondo questo forzato schema, abbiano portato alla nascita addirittura di un’ipotetica quarta Repubblica in cui emerge la figura di Grillo in grado di prendere oltre il 25% dei consensi al suo primo test elettorale nazionale.

La grande verità però è che non essendo stata intaccato mai l’impianto parlamentarista tipico della Costituente, anche oggi siamo nel bel mezzo della prima Repubblica italiana. Almeno sul piano formale.

In questa fase di governo “di servizio” si parla tanto delle modifiche costituzionali in direzione semipresidenzialista. Molto spesso sul tema emerge un dibattito abbastanza provinciale.

Per quanto infatti alcune perplessità siano quanto mai fondate (l’Italia si presterebbe più ad un impianto parlamentarista anche a causa del suo decentramento geografico e di densità abitativa) appare pretestuosa la motivazione secondo cui non si dovrebbe procedere con l’elezione diretta del Capo dello Stato per evitare “la presa di potere” di Berlusconi o Grillo.

Innanzitutto appare fuorviante il paragone con le repubbliche sudamericane tipiche di qualche giornale nostrano. In primo luogo perché, se proprio vogliamo dirla tutta, dalla fine della guerra fredda il continente sudamericano risulta essere il continente dalla crescita economica, sociale e culturale più entusiasmante del mondo. In secondo luogo perché il presidenzialismo sudamericano è nato ad immagine e somiglianza di quello statunitense, anche grazie ad un forte condizionamento del dipartimento di stato Usa. Mentre qui in Italia si parla giustamente di semipresidenzialismo, rifacendosi al sistema francese (bisognerebbe spiegare a qualche opinionista che il presidenzialismo in Europa non esiste: bene o male c’è sempre un primo ministro in tutti i paese europei, e la forma più accentrata di governo è proprio quella transalpina).

Di conseguenza il grande tema delle riforme costituzionali non è il ritorno del peronismo in salsa italiana. Ma il grande dilemma se andare oltre l’attuale bicameralismo paritario o mantenere lo status quo.

Perché il problema non è tanto il meccanismo d’elezione del Presidente della Repubblica che appare antiquato (che sostiene questa causa per paradosso rischia di danneggiare la battaglia dei semipresidenzialisti). Ma il ridisegnare la nuova governance del paese. Che oggettivamente appare ingessata da un Parlamento lento e capace di produrre un vero e proprio doppione, col Senato della Repubblica, e un capo del governo ancora troppo poco in grado di imprimere una sua linea politica avendo perlopiù prerogative di coordinamento.

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Considerato il sistema attuale, che necessità di un netto superamento, ritengo che la forma più adatta per il nostro paese (per motivi storici, nazionali e demografici) sia quello di un premierato capace di mantenere l’ossatura parlamentare ma anche in grado di dare dei margini di operatività maggiori al capo del governo (che dovrebbe divenire nel vero senso del termine un “primo ministro” o al massimo una sorta di “cancelliere”). Ma in una contingenza storica in cui ci si trova a governare con un’altra parte politica, attenta alle sirene francesi, forse sarebbe il caso di non perdere il treno.

E quindi abrogare la quota di cinque giudici costituzionali di nomina presidenziale, una serie legge sul conflitto d’interessi e una revisione dell’organo di autogoverno della magistratura. Se si trova una quadra su una modifica della costituzione in prospettiva di un potenziamento della governance del governo, in grado comunque di essere bilanciata dal ruolo del Parlamento, la battaglia è di quelle per cui vale la pena lottare. Anche perché solo una forma di compromesso con il centrodestra può consentire il superamento dello status quo. Per principio ma, in questa fase, anche per pura necessità politica.