Rapporto SVIMEZ: al Sud 1/3 dei lavoratori del Nord, ma con la crisi l’occupazione crolla di più

L’ultimo aspetto del rapporto SVIMEZ è forse quello più importante: l’occupazione. Il tracollo demografico ed economico non poteva certo non influire sulle persone e il loro lavoro, anzi l’impatto occupazionale è stato probabilmente più che proporzionale. Vediamo come.

Nonostante la popolazione del Sud sia la metà di quella del Nord e l’occupazione sia poco più di un terzo (il 26% contro il 73%), sono stati quasi 600 mila i posti di lavoro persi al Mezzogiorno, contro i 400 mila al Centro Nord.

 

E proprio nel 2013 mentre al Nord c’è una ripresa, con 76 mila posti in più al Sud vi è un calo di 90 mila

Per la prima volta l’occupazione totale regolare al Sud scende sotto soglia 6 milioni, toccando un minimo assoluto, mentre al Centro-Nord è si è tornati indietro solo di 6 anni e non è stato cancellato il grande aumento di occupazione avvenuto da 1995 in poi:

 

Colpisce come questa crisi, soprattutto nella sua seconda parte dal 2012 abbia colpito anche e soprattutto in Italia come già in Europa proprio i più deboli, le aree già più depresse, laddove evidentemente vi erano i posti di lavoro meno produttivi, nonostante i salari non certo elevati. E’ stato dato il colpo di grazia a un modello già fragilissimo.

Il risultato è che il Sud scivola ulteriormente nelle classifiche europee anche rispetto a Paesi come la Grecia, nell’occupazione: il 45,6% di lavoratori sulla popolazione tra i 20 e i 64 anni è inferiore al 53, 2% greco, e soprattutto lo è il 33,1% delle donne, rispetto al 43,3% greco. Sono valori più mediorientali che europei:

 

In particolare è il lavoro giovanile ad essere stato penalizzato con l’occupazione tra i 15 e i 34 anni che è calata del 12%, contro il 9% del Centro Nord, anche se si partiva già da valori molto più bassi. Il risultato è che solo il 21,6% delle donne sotto i 34 anni lavora al Sud.

 

Quello che caratterizza il Mezzogiorno è soprattutto il tasso di inattività, ovvero di coloro che non lavorano e non stanno cercando, così che anche il tasso di attività, quello che include anche i disoccupati, è bassissimo per le donne, il più basso in Europa, con la Sicilia che vede solo il 35% delle donne attive, contro l’80% raggiunto a Stoccolma o il 66% dell’Emilia Romagna.

 

Quello che emerge, e che è qualcosa di poco mutabile in pochi anni, è l’elemento sociale e culturale e non solo economico del problema, quindi il lavoro nero e lo sfruttamento, lo scoraggiamento e la poca coscienza sociale, anche della propria condizione e dei propri diritti. O il ruolo della famiglia e i meccanisimi, sia positivi che negativi, che questa mette in atto nel Mezzogiorno. I freddi dati sul lavoro sono spesso solo l’iceberg che emerge da un sostrato profondissimo poco scavato e spesso poco scavabile.