Prodi contro Renzi “Meglio metodo Letta”

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Prodi contro Renzi: “Meglio il metodo Letta”. Così l’inguaribile ottimista, come si auto definisce, bacchetta l’attuale premier nel libro intervista “Missione Incompiuta” scritto con Marco Damilano. Ma dalle anticipazioni pubblicate oggi da Repubblica, Corriere e Fatto Quotidiano, il professore sembra averne per tutti: Mani pulite, D’Alema, i franchi tiratori, Grillo, Merkel e Europa.

Un’intervista ad ampio respiro sugli ultimi decenni di politica e di storia d’Italia e di Europa.

Meglio il “cacciavite” di Letta

All’attuale premier, Prodi rimprovera l’uso del trapano in contrapposizione al “cacciavite” di Enrico Letta. Ad oggi “i poteri forti si sono profondamente indeboliti” e Renzi, secondo il professore, “ha certamente più probabilità di costituire il potere dominante del Paese”. Qui il rimprovero: “Questo è un Paese scalabile, ma la scala la devono fornire gli elettori”. E ancora: “I sindacati vanno ascoltati”.

 

Renzi propose al professore candidatura a Nazioni Unite

Sul rapporto con Renzi, racconta: “Nel mese di agosto 2014 sono state inviate al presidente Renzi precise richieste per una mia possibile mediazione da parte di una pluralità di centri decisionali libici, ma non ho avuto alcun riscontro”. Il 15 dicembre il professore va a Palazzo Chigi, ma alla Libia il premier non gi fa nessun accenno: “Ha gentilmente fatto cenno a una mia possibile candidatura per la prossima segreteria delle Nazioni Unite”. Una possibilità stoppata sul nascere dallo stesso Prodi.

Sul partito della nazione renziano

Il giudizio è severo anche per il “partito della nazione” renziano: “Il partito della nazione è una contraddizione in termini. Nelle democrazie mature non vi può essere un partito della nazione. È incompatibile con il bipolarismo”.

Il centrosinistra dall’Ulivo ad oggi

E guardando al centrosinistra, Prodi non può non rievocare il suo rapporto con Massimo D’Alema. L’episodio chiave è quello di Gargonza. Da lì l’allora leader del Pds mosse dure critiche all’Ulivo. Il professore ricorda: “Venimmo via sfilacciati, con un segno di desolazione. Avevo ancora la speranza che fosse solo un momento tattico. In seguito si è dimostrata una strategia precisa”. Spiega: “Era nata la paura che il governo potesse durare a lungo e permettere perciò la nascita del partito dell’Ulivo. D’Alema ha pensato che il gruppo che faceva riferimento a lui potesse perdere influenza sul governo e, forse, che si allontanasse la possibilità di avere alla presidenza del Consiglio una personalità proveniente dalla radice comunista”. E amaro aggiunge: “Se ci avesse lasciato governare per cinque anni penso che sarebbe stato proprio D’Alema il naturale e duraturo successore”.

I franchi tiratori: “In realtà sono stati quasi 120”

Le liti nel centrosinistra sono emerse in modo ancora più evidente durante le votazioni per l’elezione del Presidente della Repubblica nel 2013. Prodi fu silurato dai 101 franchi tiratori: “In realtà sono stati quasi 120” precisa. E ancora: “Per due giorni nessuno del Pd mi ha difeso ed è stato per me il momento di massima amarezza. Solo una dichiarazione personale da parte di Rosy Bindi”. Un episodio, secondo il professore, figlio del “non volere un presidente della Repubblica difficilmente controllabile”.

La missione incompiuta dell’Ulivo

La missione incompiuta di cui il libro tratta è quella dell’Ulivo, padre politico dell’attuale Pd. Un Pd dal quale Prodi non si sente del tutto estraneo, ma che “valorizza l’eredità dell’Ulivo a giorni alterni”.

Berlusconi frutto di “un’auto-illusione” dell’Italia

Il professore prova a togliersi qualche sassolino dalla scarpa anche rievocando la vecchia rivalità politica con Silvio Berlusconi. In un passaggio del libro scrive: “Ci sono momenti in cui l’Italia ha bisogno di un’auto-illusione ed è disposta a non guardare dentro a sé stessa pur di continuare a illudersi. Attraversiamo spesso questi momenti nella nostra storia nazionale…”.

 

Le critiche alla legge elettorale

È “una grave anomalia di un sistema democratico” anche avere una legge elettorale non in grado di sancire vincitori e sconfitti alle elezioni. Il professore spiega: “Tre presidenti del Consiglio non eletti dal popolo sono certamente un intervallo troppo lungo del processo democratico”.

Sull’Europa: “Sono preoccupato”

Alzando lo sguardo oltre i confini del nostro Paese, Prodi analizza anche la situazione attuale dell’Unione Europea i cui tempi e modi di azione vengono spesso condizionati dalla leadership tedesca: “Le politiche europee del governo tedesco meritano oggi ogni biasimo e, probabilmente, produrranno danni irreparabili”. E, lasciando da parte l’inguaribile ottimismo già confessato, avverte: “Sono preoccupato per il futuro dell’Europa, governata da una leadership che è sempre più forte ma ha perso il senso della solidarietà collettiva…Tutti i Paesi fanno a gara a ripararsi sotto l’ombrello tedesco, dove siede l’intelligente e severa maestra che, con la matita rossa e blu, ha sostanzialmente sostituito il ruolo delle società di rating, tra loro formalmente concorrenti ma, in pratica, ormai inascoltate sorelle gemelle”.

Inguaribile ottimista: “L’Italia non sarà la prima ad affondare”

L’ottimismo patriottico riesce un po’ a venir fuori comunque e il professore assicura: “L’Italia non sarà la prima ad affondare”. Ma aggiunge: “È solo questione di tempo: se non si cambia integralmente politica su scala europea saremo travolti tutti”.

Su Grillo: “Davvero sconcertante”

Tra i più critici nei confronti dell’Europa vi è senz’altro Beppe Grillo. Nelle pagine del libro-intervista trova spazio anche il racconto del rapporto del professore con quest’ultimo: “Il primo contatto risale all’inizio degli Anni Novanta. Grillo venne a trovarmi e mi chiese di esaminare alcuni suoi copioni. Faceva bellissimi spettacoli sugli sprechi sui trasporti dell’acqua, sui consumi energetici, e voleva essere certo dell’esattezza dei dati. Poi non ci siamo incontrati più fino al 2006”. La più attuale vicenda: “Venne a Palazzo Chigi per consegnarmi il testo dei programmi usciti dai sondaggi, e mi fece una lunga intervista. Forse perché questa intervista non conteneva argomenti che potesse utilizzare politicamente, o semplicemente perché non l’aveva soddisfatto, dichiarò alla stampa che mi ero addormentato. Un comportamento davvero sconcertante”.

Quando Craxi disse: “A voi due il Mortadella vi fa un … così”

Ma di leader politici, Romano Prodi, nel corso della sua vita ne ha incontrati tanti. Racconta del rispetto reciproco con Craxi: “Mi è stato raccontato che una volta due deputati socialisti in visita a Hammamet ridevano di me, chiamandomi Mortadella. Craxi era distratto, ma ascoltò, li guardò e disse: ‘Guardate che a voi due il Mortadella vi fa un … così’”.

L’amico Gianfranco Miglio, ideologo della Lega

I contatti, ad inizio anni novanta, con la nascente Lega Nord: “Forse su suggerimento di Gianfranco Miglio con cui avevo mantenuto rapporti dai tempi della Cattolica, mi fece chiamare e mi offrì di entrare in politica con lui. Io dissi di no, ma fu un incontro molto divertente e istruttivo. Nei corridoi della modesta sede milanese i volontari della Lega mi chiedevano cosa dovevano fare con i loro risparmi, cosa sarebbe successo al prezzo delle case, ai titoli del debito pubblico… Quel giorno capii che la Lega attecchiva a radici popolari molto profonde. Non l’ho mai sottovalutata né demonizzata”.

“L’Italia è scalabile” Di Pietro ne è la conferma

L’Italia è un paese scalabile, sostiene il professore. Una teoria che trova riscontro anche nel racconto che Prodi fa del suo incontro con Di Pietro nell’ambito di Mani Pulite: “Fui ascoltato come testimone e tutto finì lì. Ma quello era il periodo in cui Di Pietro saliva velocemente gli scalini della politica. E diede all’incontro la massima risonanza possibile, al di là di ogni regola. Ogni tanto si alzava in piedi, si avvicinava alla porta e urlava: ‘E i soldi alla Democrazia cristiana?’. E tutti i giornalisti, di là dalla porta, lo potevano ascoltare”. Con l’amarezza che sembra pervadere gran parte del libro, Prodi sottolinea: “Questi metodi, pur inserendosi in una doverosa e lungamente attesa campagna di pulizia, segnarono anche l’inizio della stagione di un populismo senza freni”.

L’amicizia e poi la rottura con Ruini

Nella vita del professore non ci sono solo personalità del panorama politico. Prodi racconta del suo rapporto con il cardinale Ruini: “Lo conosco almeno dal 1964. Avevamo animato insieme un circolo chiamato Leonardo, un’associazione molto avanzata, aperta alla città. Chiamammo a Reggio tutti i teologi del Concilio. Tra me e don Ruini c’era un rapporto personale molto forte. Ha parlato al matrimonio con Flavia, ha battezzato i nostri figli e tutti gli anni a Natale passava a salutare l’intera tribù”. Poi la rottura: “Non c’è mai stata una lite. Nel 1995 andai a trovarlo in Laterano. Parlammo per oltre due ore. Alla fine ci lasciammo con le stesse differenze di opinione. Da allora non abbiamo più avuto ulteriori conversazioni”.

Il professore è ancora arrabbiato con Maradona

Incontri, legami e rotture hanno segnato, come tutte, anche la vita del professore. Se non altro curioso fu l’episodio risalente agli anni ottanta, quando Romano Prodi era presidente dell’Iri. Era in Cina per firmare un contratto dell’Ansaldo per una centrale elettrica: “Mi viene detto, Maradona è una specie di idolo e Deng (Deng Xiaoping, ndr) è pazzo di lui. Ci tiene tanto a vederlo giocare di persona. Avrebbero voluto due partite, a Shanghai e a Pechino, e perfino Deng sarebbe stato presente allo stadio. Tornato in Italia, parlo subito con l’allenatore del Napoli Ottavio Bianchi. Lui è entusiasta, ma dopo tre giorni mi richiama mortificato: Maradona chiede per sé 300 milioni di lire, che moltiplicato per il resto della squadra fa un miliardo. Bianchi era un uomo serio, mi spiegò come funzionava la testa di Maradona: in modo assai diverso dai suoi piedi. Io risposi che un’azienda pubblica come l’Iri non si poteva accollare una simile spesa. Da allora sono molto arrabbiato con Maradona”.