Libri consigliati: I Cani e i Lupi di Irene Nemirovsky. Una storia di ebrei

Libri consigliati Irene Nemirovsky I cani e i Lupi

Libri consigliati: I Cani e i Lupi di Irene Nemirovsky. Una storia di ebrei.

I cani e i lupi, scritto tra il 1938-’39 e dato alle stampe in lingua francese nel 1940, è l’ultimo libro pubblicato da Irene Nemirovsky (1903 – 1942). Ebrea di origini ucraine, nata in quel di Kiev, si convertì al cattolicesimo nel 1939, ma nel luglio del ’42 fu comunque deportata ad Auschwitz a causa delle sue origini, dove morì per un’epidemia di tifo dopo appena un mese dalla deportazione.

Libri consigliati: I Cani e i Lupi di Irene Nemirovsky. Il contesto storico-sociale

L’infanzia della piccola Irene trascorre su molti vagoni di treno: dall’Ucraina attraversa l’intero vecchio continente, indi giungere in Francia: Biarritz, Saint-Jean-de-Luz, Hendaye, la Costa Azzurra alcune delle tappe francesi. A metà degli anni ’10 la famiglia Nemirovsky si stabilizza, per poco, prima a San Pietroburgo, poi a Mosca.

Sono anni in cui il senso di solitudine di Irene si intensifica (che artista sarebbe mai senza solitudine e malinconia?): le sue uniche “frequentazioni” sono i grandi scrittori russi, entro i quali la futura scrittrice troverà ispirazione e un istinto, conscio e non, alla mimesis (imitazione/emulazione di un modello).

Il lungo viaggio verso Parigi

Il soggiorno in Russia ha effimera durata, quando i Soviet prendono il potere nel 1917, i Nemirovsky sono costretti a fuggire per non vedere loro sottratto il patrimonio familiare. Riprende così il viaggio attraverso l’Europa, che li vede prima esuli nella pars nordica, Finlandia e Svezia, poi di nuovo Francia, a Parigi, dove alfine si scopriranno sedentari. Eppure avere un tetto stabile non significa, tuttavia, smettere subitaneamente di sentirsi nomadi o, peggio, estranei sulla crosta terrestre. Le parole della stessa autrice potrebbero essere lette in tal senso:

L’estate per me è Kiev, se l’inverno è la Finlandia e l’autunno è San Pietroburgo nelle nebbie gialle delle sponde della Neva.

Ma per comprendere (se davvero il processo di comprensione è tra-noi e per-noi) un autore, occorre andare oltre l’autore stesso, i suoi scritti e le sue parole, abbracciando una prospettiva a 360°. E in tal senso, molto più eloquente è l’atteggiamento che Irene e famiglia assumono una volta a Parigi, ovvero quello di assimilazione. Gli ebrei che scappano da oriente e arrivano in occidente per divenire, da profughi ucraini, borghesi parigini: assimilazione della cultura predominante. Processo che sovente è stato strumentalizzato in funzione antisemitica, alimentando il fuoco del mito dell’ebreo che odia sé stesso, secondo un’espressione riconducibile a Theodore Lessing (Der Jüdische Selbsthass 1930, “L’odio di sé ebraico”).

Apolide dunque, senza città, senza identità (apparentemente).

Libri consigliati, i cani e i lupi: la trama dell’opera

È stato necessario soffermarsi sulle vicende personali dell’autrice, quelle funzionali alla comprensione di I cani e i lupi, dal momento che, come si evince, sono elementi ricorrenti nell’intero corpus della Nemirovsky. Dunque al di là di facili giudizi morali, che è sempre bene evitare, questi elementi biografici sono propedeutici alla lettura del libro.

La protagonista Ada Sinner è una bambina che vive nella zona bassa della città di Kiev, il quartiere in cui è confinata la “marmaglia” (espressione della scrittrice) giudea e non: in questa zona della città vivono tutti i poveri, a prescindere dall’etnia: ebrei, russi e polacchi. Ada condivide lo stesso tetto con il nonno e con il padre, rivenditore di tutto ciò che è rivendibile, in lungo e largo per la città, correndo da una sponda all’altra dei confini urbani. In seguito si uniranno a loro la zia e i cugini.

Una vera e propria svolta si ha durante il pogrom (parola russa indicante sommossa popolare in funzione antisemita, lett. devastazione): costretti alla fuga durante i disordini, Ada e il cugino/amico di infanzia Ben arrivano alla città alta, la zona d Kiev abitata da ricchi, tra i quali vi sono anche ebrei. Difatti, i due giungono presso la villa dei lontani cugini, Sinner pure loro, entro la quale si rifugiano. Qui vi abita Harry, che Ada aveva già veduto accidentalmente. Curato, con un abito di tussor color crema e il colletto, fisicamente assai simile a Ben (ma Ben non è, non è un povero della città bassa). Ada rimane subito ammaliata da Harry senza se e senza ma, di contro la visione di Ada per Harry non è ugualmente piacevole: il signorino rimane disgustato da quella piccola ebrea vestita male e impolverata.

Libri consigliati, I cani e i lupi: una questione d’identità

Quasi diretta conseguenza del pogrom, Ada e Ben riescono a convincere la famiglia a trasferirsi in Francia: la Russia non è un paese per giovani. Per alterna vicenda, anche Harry è costretto a ricercare una nuova alcova in Francia, Parigi per l’esattezza. Il viaggio, il passaggio da Est ad Ovest: le tappe della biografia vengono impresse nero su bianco.

Giunti alla capitale francese, i due cugini decidono di sposarsi per normalizzare la loro condizione di esuli. Ben ama Ada fin dall’inizio, com’era prevedibile, ma lei non ricambia – com’era ancor più prevedibile – giacché l’attrazione verso Harry non si è mai sopita, neppure a distanza di anni, in un’Europa lontana e diversa.

Un tale menage, scontato in sé, serve all’autrice come prodromo per narrare ciò che ella vuole davvero narrare: un conflitto, tutto giudeo, tra due diverse figure di ebreo. Sebbene uguali, o quasi nell’aspetto, Harry e Ben divergono ineluttabilmente nella loro identità etnica: il primo è un borghese che si assimila alla cultura altrui, sposa una donna francese e con lei mette su famiglia; l’altro è lo stereotipo dell’ebreo arrivista, votato al guadagno, il quale sfrutterà l’amore tra Harry e Ada, sua stessa moglie, per arrivare ai potenti Sinner, ricchi banchieri, con i quali mettersi in affari. Ada, tra questi due fuochi, rappresenta il punto tragico in cui convergono le due opposte forze.

Esemplificativo di questa tensione e importante chiave di lettura (una delle possibili) del libro tutto, è il seguente passo, che vale la pena di ricordare. Ben si scaglia contro Harry, con tali veementi parole:

“Che tu possa morire sotto i miei occhi” sbraitava Ben. “Che il tuo cadavere si fatto a pezzi! Non avrai pace né riposo né una morte serena! Sia maledetta la tua discendenza! Siano maledetti i tuoi figli!” – “La smetta!” esclamò con durezza Harry. “Non siamo in un ghetto dell’Ucraina qui!”. “Eppure è da lì che vieni, come me, come lei! Se sapessi quanto ti odio! Tu che ci guardi dall’alto in basso, che ci disprezzi, che non vuoi avere niente in comune con la marmaglia giudea! Lascia passare un po’ di tempo! Presto ti confonderanno di nuovo con quell’ambiente! Tornerai a farne parte, tu che ne sei uscito, che hai creduto di liberartene!”

Sullo sfondo, e tra le righe, appare così chiaro il messaggio che forse la Nemirovsky rivolge a sé stessa: nonostante tutti i camaleontici tentativi di liberarsi di questo fardello (tale viene percepito) identitario, nonostante la pretesa di esserci riuscito, la realtà presto si farà sentire ed emergerà con tutta la sua inaspettata forza. Nel caso di Harry, così si spiega l’attaccamento quasi irrazionale, che muove da un’iniziale sensazione di disgusto, nei confronti di Ada, la quale rappresenta il malinconico ricordo delle sue giudeo-orientali radici.

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Libri consigliati, I cani e i lupi: una storia di ebrei

Questa è una storia di ebrei.. venuti dall’Est, dall’Ucraina e dalla Polonia.. una storia che, una storia che, per ogni sorta di ragioni, poteva accadere solo a degli ebrei.

In letteratura non ci sono argomenti tabù. Perché un popolo dovrebbe rifiutarsi di essere visto com’è, con i suoi pregi e i suoi difetti?

Con queste parole Irene Nemirovsky, sente di giustificare il suo libro agli occhi dell’editore francese che nel 1940 decide di pubblicare il libro. La prima frase è pronunciata in funzione del testo, così com’è scritto nero su bianco, letteralmente. Ne chiarisce sinteticamente il contesto e ad un tempo lo giustifica. Brillantemente retorico e, ciononostante veritiero, genuino nella sua aperta conflittualità.

Con la seconda frase viene formulata, con previsione di critica, e rivendicata la libertà artistica: la finzione letteraria permette di dire ciò che si vuole.

Questo però non salvò l’autrice dalle accuse di antisemitismo che, anzi, si intensificarono con la sua conversione al cattolicesimo.

La contraddizione tragica, già più volte evocata ed elemento ricorrente di ogni suo libro, appare ancora più evidente dopo la lettura de I cani e i lupi e alla luce dell’ultimo atto della sua vita: ebrea ma cattolica, muore ad Auschwitz all’età di 39 anni, lasciando incompiuto il suo più celebre testo, recentemente scoperto, Suite francese.

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