Centri detenzione USA: una gestione comune, da democratici a repubblicani

stati uniti massachusetts

Centri detenzione USA: le pratiche comuni, dai democratici ai repubblicani. Donne migranti denunciano violenze nei centri di detenzione Usa. Inchiesta del «New York Times»

Centro di detenzione per famiglie di Berks, in Pennsylvania. È stata detenuta per sette mesi tra il 2014 e il 2015. Era scappata da altra violenza, in Honduras, sua terra d’origine. Aveva 19 anni e un figlio di tre. Era a lui che la guardia Daniel Sharkey, 42 anni, sposato, ha dedicato le prime attenzioni. Gli portava caramelle, orsetti. «Poi un giorno è venuto vicino a me mentre eravamo al parco e mi ha detto che gli piacevo. Ho subito pensato che stesse scherzando». Con queste fasi iniziali è iniziato il racconto della violenza subita.

Secondo il New York Times, tra il 2013 e il 2017 gli abusi sessuali denunciati all’interno dei centri di detenzione sono stati 1310, in gran parte archiviati per mancanza di prove.

Centri detenzione USA: un problema centrale

Negli USA la tecnica della detenzione per le famiglie migranti ha portato all’attenzione del pubblico molte problematiche relative ai diritti dei migranti. Tra gli atti di violenza e pratiche di controllo oppressive, molti media denunciano la pericolosità dell’ambiente creato per la gestione delle migrazioni.
Tali centri servirebbero sia per gestire il fenomeno migratorio, sia per scoraggiare i migranti a varcare la frontiera.
La discussione va avanti da mesi e si accumulano casi di violenza, ma il flusso migratorio non sembra aver accusato rallentamenti.

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Centri detenzione USA: le “ragioni” della violenza

Molteplici possono essere le motivazioni, molteplici gli spunti riflessivi. È impossibile non citare il famoso esperimento di Milgram sulla violenza istituzionale: le politiche vengono applicate nei centri dagli addetti ad eseguire ordini. Nel 1961 questo esperimento ha mostrato che un soggetto può essere indotto a violare la propria morale in virtù dell’ordine impartito da un autorità, un uomo che diventa strumento di una direttiva data.

C’è anche una questione di natura relazionale. L’azione deriva dal pensiero e dalla percezione di un soggetto (definizione della situazione da parte dell’attore sociale: “il teorema di Thomas“); in questo caso le violenze derivano dalle considerazioni che si hanno della realtà del migrante, considerato come una categoria di persona tendenzialmente debole, ma sempre pronta alla delinquenza.

Questo può generare una percezione del migrante non più come un altro uomo, ma come un uomo da controllare e gestire. La posizione privilegiata del controllore gli permette di agire e coprire alcune tracce, agisce in un ambiente in cui può rendere legittimi alcuni atteggiamenti; il centro di detenzione è lo scenario perfetto per l’analisi delle dinamiche di “controllo fisico” e “controllo diretto”.

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