Veltroni: non abbiamo già vinto le elezioni

Walter Veltroni, fondatore e primo segretario del Partito Democratico. Dopo l’amarezza per il trattamento subito nel periodo post elezioni politiche del 2008 si è defilato sempre di più fino ad arrivare alla clamorosa, neppure troppa, decisione di non candidarsi alle elezioni parlamentari del 2013. Ciò nonostante le sue parole restano sempre pesanti ed autorevoli. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera avverte i democratici di tenere la guardia alta perché, a sua detta, non si è capito il passaggio di epoca nel quale l’occidente si trova in questo momento. Prevale la logica dell’immediato e quindi non vi è alcuna politica di lungo periodo con eccessi di personalismo, di polemiche e di leaderizzazione.

Si profila, per l’ex segretario Pd e Ds, un binomio mortale: la crisi istituzionale e la recessione. La fotografia che fa dell’Italia è spietata: un paese vecchio, con la metà dei giovani rispetto gli anni 70’, con una crisi economica che dura da troppo tempo, la mancanza dell’ascensore sociale stile statunitense, il quale si contrappone ai tipici blocchi sociali consolidati europei ed italiani e infine lo strapotere di influenza dei media sulla sociètà. Le nuove tecnologie, secondo l’ex sindaco di Roma, forniscono la possibilità di vivere bene e meglio rispetto il passato. Manca però la capacità della politica di trovare nuovi equilibri in una società strutturata. Si parla quindi di una società che è entrata convintamente nel nuovo millennio mentre la politica è rimasta ancorata al ‘900. E’ questo che porta le destre ad essere in vantaggio, o comunque in ripresa, ovunque in Europa.

Nelle situazioni di difficoltà la destra cresce sempre: isolazionista sociale e disinteressata verso il prossimo. Con la destra si perde il concetto di solidarietà e si attacca frontalmente l’immigrazione per un malriposto senso di superiorità identitaria. Il Pd, in questa situazione delicatissima, può farcela solo se tiene insieme la capacità di parlare ai più deboli e di convincere le forze più dinamiche della necessità di cambiamenti radicali: un vero e proprio miracolo politico in funzione anti populistica. Ovvio il richiamo, parlando di demagogia, al Movimento 5 Stelle ed al suo leader Grillo, tutt’altro che sconfitto, ed alla Lega Nord, entrambi movimenti che si sono caratterizzati, chi dopo e chi prima, per una connotazione antieuropea ed anti-immigrazione.

Il paragone con Renzi è dovuto. Già in passato Veltroni aveva sottolineato come il sindaco di Firenze avesse riutilizzato molte delle posizioni di Veltroni sia per il paese che per il partito. Apprezza l’ispirazione, legata specialmente alle riforme radicali che scuotano i conservatorismi. E chi meglio del leader dei rottamatori? A tutto questo deve dare un senso di profondità perché in Italia tutto è volatile e senza tempo di prospettiva. Deve avere un’idea di Italia. E per parlare al paese il Pd deve tornare ad essere quello del 2008: riscrivere il rapporto tra finalità ed ideologia. Negli ultimi anni, invece, sembrano entrambe perse. Ecco a cosa serve la sinistra riformista: per ritrovare l’uguaglianza delle opportunità. Veltroni non è nuovo al sogno di un paese nel quale tutti possano partire dallo stesso punto, senza favoritismi e raccomandazioni, ed in cui chi ha di più debba dare di più per limare le situazioni di povertà, di disperazione e di crisi.

L’ultima osservazione riguarda la tassazione: troppo onerosa, nel Bel Paese si paga non solo la pressione fiscale ma anche la tassazione burocratica. Quest’ultima porta alla corruzione, grande male della macchina statale. Sulla patrimoniale si conferma favorevole perché, e cita Olof Palme con la speranza che Renzi faccia suo questo richiamo, “la sinistra non è contro la ricchezza, è contro la povertà”.

 

Daniele Errera