Tasse, ora il governo deve trovare 25 miliardi

flat tax

La corsa contro il tempo. Sabato scorso, dalla suggestiva cornice di Expo, Matteo Renzi ha annunciato il suo “patto con gli italiani” ribadito domenica sera al Tg2: “Se le riforme vanno avanti, saremo in condizione di abbassare di 50 miliardi in 5 anni le tasse agli italiani”. “Se il Parlamento fa le riforme – ha continuato il premier – nel 2016 via tutte le tasse della prima casa, Imu e Tasi”.

Il 15 ottobre è la data entro cui, per prassi, il governo dovrà presentare tutti i disegni di legge della manovra di finanza pubblica. Quella che da qualche anno si chiama legge di stabilità. Ma per farlo, rispettando le promesse, dovrà trovare un bel pacco di miliardi per finanziare l’ingente taglio delle tasse. Così, se il Parlamento chiuderà l’estate con l’approvazione della riforma della governance Rai e riaprirà a settembre con la riforma costituzionale, Palazzo Chigi e il Tesoro sono già impegnati – Matteo Renzi ha assicurato che i tecnici sono già a lavoro da circa “sei mesi” – nella ricerca spasmodica delle coperture necessarie.

Può essere utile quindi analizzare e sviscerare un po’ di numeri che serviranno per delineare il bilancio del prossimo anno.

Legge di stabilità

Prima del “patto con gli italiani” i miliardi da recuperare per il 2016 erano 20, gran parte dei quali ereditati dalle leggi di stabilità degli scorsi anni. Solo prendendo in considerazione il prossimo anno, aggiungendo così i costi dell’abolizione di Imu e Tasi, si arriva a 25. Di questi:

 

 

Poco più di 20 miliardi a cui vanno aggiunti i 5 previsti per il taglio delle tasse sulla prima abitazione.

 

Le coperture

Trovare 25 miliardi in meno di 3 mesi non sarà certo facile ma lo stesso Renzi ha annunciato che 10 di questi arriveranno dalla spending review su cui stanno lavorando da mesi i consiglieri economici del premier Yoram Gutgeld e Roberto Perotti. In un’intervista al Corriere della Sera di ieri, l’ex direttore di McKinsey ha risposto così sulle coperture da trovare: “Agiremo su tre fronti – ha annunciato Gutgeld – il primo è quello dei tagli alla spesa pubblica: 10 miliardi nel 2016, che aumenteranno negli anni successivi. Il secondo è la crescita dell’economia, che potrà essere più alta del previsto grazie anche alla riduzione delle tasse. Il terzo è il margine che esiste tra il deficit in rapporto al prodotto interno lordo ora previsto e quello che potrà diventare per favorire la ripresa pur senza oltrepassare il 3%”.

Tagli alla spesa. Sembra essere il dossier più agile per il governo anche se la Cgia di Mestre non sembra essere molto d’accordo con Palazzo Chigi che ha annunciato di voler recuperare circa 10 miliardi: “Visti i risultati ottenuti con la spending review l’impressione è che sarà molto difficile centrare questi obiettivi”. Comunque i centri di spesa da tagliare maggiormente riguarderanno le spese militari (2 miliardi) e la riforma delle municipalizzate che dovrebbero passare da 8mila a mille.

Crescita. La speranza del governo è che le stime di crescita del Pil siano riviste al rialzo. E non al ribasso, come è sempre avvenuto negli ultimi anni. Nel Documento di Economia e Finanza (Def) di aprile, Palazzo Chigi prevedeva un +0,7% per quest’anno e un +1,3% nel 2016. Ma con una crescita dell’economia così striminzita sarà difficile poter iniziare a spendere.

Deficit/Pil. E’ su questo che si gioca la vera sfida del governo Renzi in Europa. Dopo l’accordo tra creditori e governo greco, sembra essersi consolidato nuovamente l’asse Roma-Parigi per chiedere maggior flessibilità sui conti pubblici. Tanto che il Presidente della Repubblica François Hollande – in una lettera al Journal Du Dimanche ha esortato gli altri 18 partner della zona Euro a costruire un “governo unico dell’Eurozona”. Nel 2016 il rapporto deficit/Pil è previsto all’1,8% mentre 0,8% per il 2017. Gutgeld ha ieri dichiarato che queste stime potrebbero salire e tutto dipenderà “dalla trattativa che faremo con la commissione europea ma – ha aggiunto il deputato Pd –osservo che per il 2016 lo spazio tra l’1,8% e il 3% vale circa 20 miliardi di mentre nel 2017 si sale a 30 miliardi. Questo per dire che il margine di manovra è ampio”.

Ieri, intanto, è arrivata la stroncatura de lavoce.info, da sempre organo di informazione molto seguito dal premier. Il post critico arriva dall’autorevole penna di Massimo Bordignon, ordinario di Scienza delle Finanze presso l’Università Cattolica di Milano ed ex commissario governativo: “il problema sono le coperture – scrive Bordignon – perché anche prendendo per assodata la crescita nominale prevista dal governo per i prossimi anni, l’incremento automatico del gettito che questa comporta non è certamente sufficiente per finanziare gli interventi previsti, oltretutto dovendo garantire il rispetto degli impegni europei e la riduzione del debito pubblico”.

  Giacomo Salvini