Tutti i dati dell’economia italiana, a che punto siamo

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Economia italiana: i numeri

Abbiamo voluto raccogliere i dati più aggiornati dell’economia in Italia, i trend degli indici più importanti, per tracciare come cambia la crisi, se peggiora o vi sono segni di miglioramento, cosa può essere un sintomo di ripresa e cosa invece un segno di peggioramento, ma anche dare uno sguardo storico ai dati più importanti, quelli sul bilancio dello Stato, la spesa pubblica, o quella per interessi.

– La produzione industriale dopo una fase di stabilità e speranze di ripresa tra la primavera del 2013 e quella del 2014 ha continuato a contrarsi e ora è del 10% inferiore al valore, già basso rispetto al periodo pre-crisi, del 2010. Finalmente una ripresa si vede a partire dall’inverno 2014/15, ma il livello non va oltre quello della ripresina illusoria della fine del 2013.

Fonte: ISTAT

– Il tasso di inflazione si è vistosamente contratto, da un valore in liena con quello del decennio 2000 tra il 2 e il 3% si è passati alla deflazione negli ultimi mesi, con l’asticella che è appena sopra lo 0 quando non va in realtà sotto.

Dalla primavera del 2015 l’inflazione ha dato accenno di riprendersi dal livello zero e da quelli negativi toccati nell’inverno.

Fonte: ISTAT

 

– I consumi al dettaglio hanno proseguito a contrarsi, in modo quasi lineare, prendendo il 2010 come riferimento siamo arrivati a un calo del 6% nell’ultimo dato disponibile. Nell’autunno 2014 si è arrivati al 6% in meno di consumi rispetto al 2010, cui è seguita una lieve ripresa di pochi decimi. Siamo ancora all’inizio di una possibile fragile risalita, che però potrebbe non verificarsi con certezza.

Fonte: ISTAT

 

– Si assiste a un calo del tasso dell’occupazione dal 59% degli anni migliori al 56,5% attuale, anche se da un anno vi è una certa stabilità. Tuttavia diminuisce anche il tasso di inattività e le persone che si pongono sul mercato del lavoro finiscono per trovarsi ad aumentare il tasso di disoccupazione, qui misurato in realtà sulla popolazione totale tra i 15 e i 64 anni. Negli ultimi mesi l’aumento della disoccupazione si è fermato, e si assiste a una timida risalita dell’occupazione. Si è arrivati al 56,5% di tasso di occupazione. Sono i primi frutti del Jobs Act? E’ solo l’inizio di un processo che se avverrà, sarà visibile negli anni a seguire. I valori del 2008 però sono ancora lontani

Fonte: ISTAT

 

– Come conseguenza delle recessione, quindi del calo del denominatore, il debito, qui misurato in valore assoluto, continua ad aumentare nonostante periodici cali

Fonte: Ministero del Tesoro

 

– Il PIL come sappiamo è stato a lungo in discesa, anche se negli ultimi mesi è frenato il declino, e il primo trimestre 2015 ha segnato finalmente un progresso. Qui il PIL è misurato trimestralmente e pro-capite

Fonte: ISTAT

– Se guardiamo i dati da una prospettiva più lunga, almeno dal 1970, vediamo come le due linee del debito e del PIL procapite si dividano nettamente dal 2009 con la prima che prosegue la sua salita e la seconda che si ferma. e rimane stagnante. Si noti anche la divergenza dal 1991 al 1996 circa quando il debito era decollato a causa del calo dell’inflazione e del peso degli interessi sui debiti pregressi.

Fonte: Eurostat

– Di massima importanza è per l’Italia l’andamento di lungo periodo dei tassi di interesse (quello usato per lo spread, a 10 anni), in relazione all’inflazione: per lungo tempo i tassi nominali sono stati alti, ben oltre il 12%, provocando un grosso esborso da parte dello Stato in spesa per interessi ai creditori. Questi ultimi in maggioranza erano italiani, e certo le cedole BTP andavano a ingrossare i risparmi di molte famiglie, anche se in modo tutt’altro che omogeneo. Questa tendenza distorsiva però era solo all’apparenza positiva, poichè una maggiore spesa si tramutava in maggiore tassazione, che infine si abbatteva anche su chi traeva vantaggio dalla situazione.

Grazie all’entrata nell’euro i tassi sono crollati, grazie alla maggiore sicurezza e reputazione della moneta unica rispetto alla lira, alla certezza di una restituzione del credito allo Stato. Almeno fino all’impennata  molto evidente del 2012. E’ così calato anche il tasso reale, ovvero, quello nominale meno inflazione che vediamo in rosso chiaro, che è così sempre oscillato intorno al 1,5-3,5%.

L’inflazione gioca un ruolo fondamentale in quanto in questo caso una bassa inflazione può non essere sempre positiva, anzi: l’inflazione abbatte il valore del debito, ed è evidente che se è invece molto più bassa del tasso dei BTP, il tasso reale da pagare sarà alto per lo Stato, così per esempio la temporanea infiammata inflazionista del 2012 ha attutito l’impatto dell’aumento dei tassi e dello spread nella crisi di quell’anno, e allo stesso tempo l’attuale deflazione o inflazione zero diminuisce l’impatto positivo dell’eccezionale calo dei tassi di interesse, di fatto il tasso reale non è calato enormemente, e quindi il debito pubblico potrà diminuire più lentamente di quello che ci si aspetta.

Vediamo il famoso spread, ovvero la differenza tra i tassi nominali italiani e tedeschi a 10 anni, in viola. Anche se i tassi reali ormai stanno tornando ai livelli degli anni 2000, lo spread rimane più alto per l’innaturale tasso molto basso dei tassi tedeschi.

Fonte: Ameco, Eurostat, ecc

Legato a questo discorso, e anzi a esso precedente,  è  l’andamento del tasso di sconto (ovvero l’interesse pagato alla Banca Centrale sui fondi presi a prestito da una banca nel breve periodo) che in conseguenza del diminuire del rischio legato alla moneta, è sceso in modo deciso dal 12% del 1993 fino allo 0,05% degli ultimi mesi, in questo caso, dal 2009 in poi in realtà, è soprattutto una conseguenza della crisi economica e della crisi del credito. In ogni caso è ben visibile come ormai il tasso di sconto, che funge da base poi per i tassi di interesse per i privati (che chiaramente non possono essere inferiori al TUS) è da alcuni anni inferiore all’inflazione stessa. E tuttavia come accade in un classico esempio di crisi di liquidità non è riuscito a far ripartire il credito.

Abbiamo messo poi questi dati in relazione al M2, ovvero all’aggregato monetario, la liquidità in circolazione, che è sempre aumentata in modo rilevante, ma soprattutto, lo ha fatto anche durante la grande crisi del 2012, dopo un 2 anni di stabilità, senza conoscere pausa, probabilmente sia per la precedente diminuzione del TUS, che per la ripresa della Borsa, legata del resto agli interventi della BCE in quel periodo.

Fonte: Tradingeconomics, Rivaluta.it

– La spesa pubblica sul PIL con l’incrudescenza della crisi ha raggiunto il 50% nel 2012 e 2013 anche se depurata degli interessi è “solo” del 45,7%. Quello che ci penalizza soprattutto di fronte ad alcuni competitor, è la pressione fiscale sopra il 40% del PIL

Fonte: ISTAT

– Uno sguardo più di lungo periodo sulla spesa pubblica ci mostra la funzione della spesa per interessi nella finanza pubblica italiana: è questa spesa come vediamo che ha fatto decollare quella totale fino al 55% del PIL nel 1994, un livello analogo a quello francese. Di fatto però la spesa primaria, quella per sanità, pensioni, stipendi, ecc, ha avuto un andamento diverso: una impennata a fine anni ’70 e una stabilità in tutti gli anni ’80, una diminuzione e poi un lento aumento a partire dal 2000, approfittando della diminuzione della spesa per interessi grazie all’entrata dell’euro. Di fatto una volta riportato al 45% circa la spesa totale grazie all’euro e ai bassi interessi, i governi non hanno proseguito con un calo della spesa, che in quel caso sarebbe dovuto essere soprattutto un taglio della spesa primaria, come le pensioni, ma procedettero invece a degli aumenti costanti.

Fonte: ISTAT

– Visione di lungo periodo anche per il deficit e il saldo primario: il calo della spesa dal 1994 al 2000, grazie al crollo della spesa per interessi, ha portato a un calo del deficit significativo, fino quasi ad azzerarsi nel 2000. Il saldo primario, ovvero la differenza tra spese ed entrate escludendo gli interessi, era già positivo dal 1991, e aumenta fino al 1997, anno dopo il quale cala, perchè i governi in un certo senso approfittano del regalo dell’euro tralasciando di operare sulla spesa primaria vera e propria Gli anni dopo il 2000 sono un continuo rimanere sulla linea dello zero, con la spesa che non cala mai abbastanza per consentire grandi avanzi primari, nè grandi diminuzioni del deficit

Fonte:ISTAT

– Il saldo commerciale dopo 10 anni è di nuovo positivo, in modo abbastanza stabile anche se inizialmente è soprattutto dovuto alla diminuzione delle importazioni, da dicembre 2014 tuttavia anche le importazioni hanno cominciato a salire, e in modo significativo, fino a livelli non toccati da 3 anni. Allo stesso tempo tuttavia anche le esportazioni erano salite di molto, con una impennata dall’estate 2014, grazie all’aumento del commercio internazionale, che ha tenuto il passo delle importazioni. Sempre più la nostra economia, così, dipende dalla bilancia commerciale

Fonte: ISTAT

 

 

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