Build Back Better: chi guiderà l’economia americana, e come?

Pubblicato il 21 Dicembre 2020 alle 20:32 Autore: Giacomo Bridi

La prossima amministrazione americana dovrà fronteggiare, tra le altre cose, una situazione economica molto complessa. L’impatto della pandemia si è fatto sentire tragicamente anche in questo campo, con una disoccupazione ancora alta e un lungo cammino verso la ricostruzione. Quali sono le problematiche per la nuova amministrazione? Chi è stato indicato per guidare il paese in questo campo? Cosa rivela la scelta di queste personalità riguardo alla direzione economica che il prossimo Presidente intende dare?

Nota: alcune delle cariche elencate di seguito richiedono la conferma del Senato: sono quelle i cui profili hanno l’annotazione “Designato/a”. 

A pandemic economy

A febbraio, quando il Covid-19 sembrava un problema distante, il tasso di disoccupazione si confermava al 3,5%, come nei mesi precedenti: livelli (quasi) da piena occupazione. Poi, il tracollo. La settimana del 14 marzo le richieste di indennità di disoccupazione erano pari a 281mila. La settimana successiva sono schizzate a 3,3 milioni, sfiorando i 7 la settimana successiva ancora: livelli mai visti che superano di gran lunga il record precedente – durante il tracollo finanziario del 1987.

Quasi il 20% degli americani che a febbraio aveva un lavoro ha fatto richiesta di indennità nelle 6 settimane successive. Solo a fine agosto si è scesi sotto il milione di richieste settimanali, con una tendenza all’aumento ad inizio dicembre – proprio quando la terza ondata di infezioni sta riportando in piedi un’ondata di restrizioni. Il fronte del tasso di disoccupazione offre magre consolazioni: dopo essere aumentato fino a toccare la cifra record di 14,7% di aprile, è progressivamente sceso fino al 6,7% di novembre, con molti settori (specialmente quello del turismo) che ancora arrancano.

La preoccupazione è rivolta a quello che sembra un deciso rallentamento nel numero di assunzioni, e anche al fatto che il calo del tasso di disoccupazione sia causato anche dall’uscita dalla forza-lavoro di un numero rilevante di americani. Per quanto riguarda i consumi, i dati mostrano come durante la prima metà dell’anno vi sia stata una notevole contrazione della spesa per il consumo rispetto al periodo precedente, mentre nel terzo trimestre dell’anno vi sia stato un accenno di ripresa. L’andamento del PIL ha seguito una traiettoria simile: grande contrazione nel primo semestre seguita da un aumento importante nel terzo trimestre. Dati alla mano, tuttavia, per poter tracciare un bilancio dell’anno si dovranno attendere i primi mesi del 2021, quando saranno rilasciati i resoconti dell’ultimo trimestre.

Per far fronte all’emergenza economica, a marzo il Congresso ha approvato il CARES Act, una manovra di stimolo da 2mila miliardi di dollari con un mix di contributi ai singoli e alle aziende. Dopo questo iniziale e rapido interventismo, però, ulteriori misure si sono fatte aspettare. Solo ora infatti il Congresso è vicino all’approvazione di una ulteriore legge di aiuto (molto più magra della precedente). La prossima amministrazione ha nel frattempo già preparato le prime nomine nei posti-chiave in campo economico, e già da un primo sguardo si nota l’impegno verso l’assunzione di donne e minoranze razziali.

Janet Yellen: la keynesiana di Brooklyn

Nata nel 1940 a Brooklyn, Janet Yellen ha dedicato la vita allo studio dell’economia – al punto da sposare il padre di uno dei modelli economici più celebri, George Akerlof. I relatori della sua tesi di dottorato a Yale erano i premi Nobel James Tobin e Joseph Stiglitz. Dal pensiero di quest’ultimo in particolare possiamo trarre le fila delle posizioni di Yellen: appartiene anche lei alla branca dell’economia keynesiana.

Il cuore di questo pensiero, in breve, è che il mercato libero non è perfetto, e quando questo fallisce, è compito dell’autorità pubblica intervenire per aggiustare la situazione. Questa matrice “interventista” ha lasciato il segno in ogni posizione da lei ricoperta. Mentre era Presidente della Federal Reserve Bank of San Francisco (2004-2010), dove aveva il compito di monitorare l’andamento dell’economia nell’intera regione occidentale del paese, si accorse della formazione di una bolla nel mercato immobiliare ben prima che la maggior parte degli esperti iniziasse a suonare il campanello d’allarme. La sua voce non fu ascoltata in tempo.

Nel 2013, quattro anni dopo la recessione, il mercato del lavoro e l’andamento generale dell’economia mostravano progressi insoddisfacenti. Alla guida della Federal Reserve, allora, il Presidente nominò Janet Yellen. Il suo approccio per la cura di un’economia in lenta crescita fu quello di un piano di lento aumento dei tassi di interesse, per non strozzare una crescita che sembrava ancora instabile. Con questa mossa, la Fed diede la priorità alla riduzione della disoccupazione piuttosto che al controllo del livello dei prezzi.

Più rilevante ancora fu la sua insistenza sulla disuguaglianza: in controtendenza rispetto alla stessa tradizione della Fed, per lei questo elemento era (ed è) un pericolo per l’economia, frenata dalle prospettive stagnanti per la stragrande maggioranza della popolazione. Non solo: la disuguaglianza sarebbe anche diametralmente opposta al grande valore posto dagli americani nella parità di opportunità per chiunque. Oggi, grazie a lei, la Fed parla spesso di diseguaglianza come di un problema da risolvere. Questo cambio di traccia è sintomatico del modo di agire di Janet Yellen: porta avanti le sue idee con forza, inserendole però all’interno del dibattito pubblico piano piano, da dietro le quinte e con costanza.

Prospettive di mandato

Cosa ci si può aspettare dal suo mandato al Tesoro (oltre al primato di essere la prima donna a ricoprire tale ruolo)?

Certamente, oltre a una grande conoscenza dell’economia, i suoi punti di forza sono esperienza e molte conoscenze al Congresso e a livello internazionale. Di fronte a un’economia in stato comatoso a causa della pandemia, la sua azione sarà cruciale in un momento delicato. Ciò che sembra certo è che ci sarà un cambio di direzione, con una spinta per un forte intervento pubblico, specialmente nel salvataggio dei governi statali e locali, una mossa che era mancata nella ricostruzione post 2008. Ci si immagina inoltre che ritorneranno in auge misure volte a sostenere direttamente le famiglie, che si tornerà a un’ottica commerciale orientata al free trade, e che in generale il libero mercato sarà tenuto il più possibile al guinzaglio.

Subito dopo la nomina, Yellen ha affermato che lavorerà per “ricostruire il sogno americano”, che dia opportunità ad ogni individuo.

Wally Adeyemo: enfant prodige dell’amministrazione Obama

 

Nato in Nigeria ma cresciuto nella California del Sud, Adeyemo non sarà solo il primo afroamericano a coprire la carica, ma ha anche la particolarità – a differenza del suo capo – di avere una expertise molto ampia che spazia dall’economia agli studi in legge, fino alla sicurezza internazionale. Come il suo futuro capo ha una profonda conoscenza in campo economico, ma la combina con un approccio più pratico e globale. Veterano dell’amministrazione Obama, ha occupato diverse cariche sia alla Casa Bianca che al Dipartimento del Tesoro, oltre ad essere stato il primo capo dello staff del neonato ufficio di protezione dei consumatori (creazione della senatrice Elizabeth Warren).

Durante quegli anni, si è distinto per la sua posizione favorevole nei confronti della Cina, impegnandosi in prima persona nelle negoziazioni del Trans-Pacific Partnership, poi rigettato dai democratici stessi. Un sostenitore del libero commercio, dunque, in un partito profondamente mutato che ha ormai abbandonato questa linea. Ma anche un individuo che ha saputo lavorare con membri molto progressisti come dimostrano le parole di lode espresse da Elizabeth Warren, uno dei membri più progressisti del caucus democratico.

Tuttavia, come per altre nomine, da sinistra si storce il naso per le sue esperienze nel settore privato: è infatti stato braccio destro di Larry Fink, il potente amministratore del fondo d’investimenti BlackRock. Da destra si punta invece il dito sulle sue posizioni particolarmente favorevoli nei confronti dell’apertura al mercato cinese, da lui visto come una grande opportunità per l’economia americana. Oltrepassando il dibattito politico, quel che è certo è che al Dipartimento porterà un approccio diplomatico specialmente in ambito commerciale (in aperto contrasto con i toni belligeranti dell’amministrazione Trump).

Con Janet Yellen invece condivide una grande attenzione al tema della disuguaglianza.

Neera Tanden: l’agnello sacrificale?

 

Figlia di genitori indiani, Tanden è una delle nomine più scomode per la nuova amministrazione. Osteggiata dai repubblicani per la sua ostilità nei loro confronti, è improbabile che la sua nomina trovi il voto di un singolo senatore repubblicano, al punto da essere definita da alcuni, malignamente, un “sacrificio agli dei” per saziare la rabbia dei repubblicani nei confronti della vittoria di Biden, in modo che non ci siano intoppi in altri voti di conferma.

E se in Georgia vincessero i due candidati democratici, colorando di blu la maggioranza al Senato?

Anche in questo caso la strada sarebbe in salita. Tanden è infatti una figura profondamente divisiva all’interno del partito. Leale collaboratrice di Hillary Clinton nelle sue campagne elettorali, si è ritagliata il ruolo di nemesi di Sanders e dell’ala progressista, in un circolo vizioso di costanti attacchi e controattacchi – l’incapacità di controllare l’aggressività sembra uno dei suoi problemi maggiori. Inoltre, ideologicamente è chiaramente schierata verso posizioni centriste, come testimoniato dal think tank che dirige.

Il Center for American Progress è stato fondato da ex membri dell’amministrazione Clinton, riceve donazioni milionarie dal mondo della finanza e della tecnologia ed ha collegamenti con gli Emirati Arabi Uniti.

Tanden ha dimostrato notevole abilità nel campo del policy making: i suoi contributi alla stesura della riforma sanitaria del 2010 (Obamacare) sono stati notevoli. Dopo la vittoria di Trump ha trasformato il Center in una “centrale di resistenza”, impegnandosi a fondo per salvare Obamacare.  Se venisse confermata dal Senato, sarebbe al centro delle negoziazioni con il Congresso riguardo al budget federale. Tra le sue priorità non figura il pareggio di bilancio (leggi: il deficit non è un problema), ma piuttosto l’attenzione per i redditi dei lavoratori.

Il Council of Economic Advisers

Questo organo interno alla Casa Bianca è molto delicatoe ha il compito di condurre ricerche e stilare il rapporto economico annuale. Per questo, la selezione di chi vi siede è particolarmente delicata e riafferma la direzione dell’amministrazione. Continuando sulla linea delle nomine al Tesoro, i tre nominati sono labor economist attenti ai problemi legati al mercato del lavoro e ai salari.

La scelta segnala la possibilità, nei prossimi anni, di nuove idee e progetti controcorrente provenienti da 1600 Pennsylvania Avenue.

 

A guidare il CEA sarà Cecilia Rouse, afroamericana, con esperienze nello stesso organo durante le scorse due amministrazioni democratiche. Stimatissima e descritta come molto competente,  proviene dal mondo accademico (è preside della School of Public and International Affairs della Princeton University).

 

Jared Bernstein è una vecchia conoscenza del Presidente-eletto: era infatti suo consigliere economico durante gli anni della Vicepresidenza. Con la sua nuova collega, Heather Boushey, condivide un passato nel mondo dei think tank. In un recente op-ed, Bernstein sottolinea le sue posizioni in campo economico, rinforzando l’idea che nella prossima amministrazione la priorità sarà data all’eliminazione dell’austerità, la chiusura delle disuguaglianze e più in generale a “guidare la mano invisibile” del mercato per ottenere il risultato socialmente migliore.

 

Dal canto suo, Boushey si è distinta per aver diretto la fondazione del Washington Center for Equitable Growth (sotto l’egida del Center for American Progress). Leale anche lei ai Clinton, è stata consigliera economica di Biden nella campagna elettorale.

In tutta la sua carriera si è spesa per sostenere la tesi che le disuguaglianze sono un forte danno per l’economia, pubblicando numerosi contributi controcorrente rispetto al mainstream degli economisti. Successivamente alla sua nomina, però, sono venute alla luce accuse di maltrattamento dei dipendenti e di incompetenza nella gestione del suo think tank. Non è ancora chiaro se ci saranno conseguenze.

Brian Deese: esperienza e ambiente

L’ex consigliere di Obama, ex Vice dell’Office of Management and Budget Brian Deese è la scelta di Biden per presiedere il National Economic Council. Questo organo importantissimo è la principale fonte di consigli per il Presidente in ambito economico. E Deese, come direttore, sarà l’uomo che sussurra al suo orecchio.

Il 42enne condivide con il futuro vice del Tesoro una collaborazione con il mega-fondo BlackRock: dall’ala progressista si sono già levate voci in opposizione alla sua nomina grazie a questa compromissione con interessi privati. Ma è anche una figura molto conosciuta ed apprezzata all’interno degli ambienti di policy making democratici. Durante l’amministrazione Obama è stato uno degli architetti del salvataggio dell’industria dell’auto ed è stato chiave nella negoziazione degli accordi sul clima di Parigi.

Proprio il suo impegno per l’ambiente sembra segnalare la volontà del nuovo Presidente di avviare la transizione verso un’economia green. Proprio all’interno di BlackRock si è occupato di correggere la linea spingendo per più investimenti “responsabili”. Non si pensi, però, che sia un sostenitore del Green New Deal figlio dell’ala progressista del partito. La sua nomina non richiede nomina del Senato.

Il taglio dell’amministrazione risulta quindi chiaro: più attenzione per i lavoratori, preoccupazione per le disuguaglianze, sostegno ai sindacati. La squadra è pronta, anche se non senza preoccupazioni e delusioni da parte dell’ala progressista.