pubblicato giovedì, 18 Ottobre 2018

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Jamal Khashoggi assassinato: cosa ci dice il suo caso

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Jamal Khashoggi assassinato: cosa ci dice il suo caso


La scomparsa – per cause ancora da chiarire – del giornalista Jamal Khashoggi al consolato saudita di Istanbul del 2 ottobre sta avendo importanti riverberi sulla politica internazionale. Khashoggi, cittadino del regno in esilio auto imposto dal 2017, è sempre stato critico verso il regime di Riyadh; in particolare, lo è stato verso la nuova dirigenza politica del paese.

I rapporti, per usare un eufemismo, non idilliaci tra Turchia e Arabia Saudita, che riguardano gli equilibri di potere in Medio Oriente e il ruolo nell’area di stati come il Qatar, sono infatti ancora più stressati da quello che Ankara considera un fatto intollerabile; ovvero il probabile omicidio del giornalista da parte di 15 agenti sauditi arrivati il giorno stesso nel paese.

Jamal Khashoggi: le indagini

Ci sarebbero evidenti prove del fatto che Khashoggi sia stato ucciso all’interno del palazzo; a riportarlo gli stessi inquirenti turchi che stanno seguendo il caso. Le telecamere di sicurezza, però, non hanno mostrato il giornalista uscire dal consolato; d’altra parte, lo hanno ripreso entrare; cosa che suggerirebbe che gli sia accaduto qualcosa all’interno, appunto, del palazzo.

Detto ciò, il caso non sta rimanendo confinato al quadrante mediorientale. Il presidente americano Trump ha inviato il suo Segretario di Stato Mike Pompeo a Riyadh per avere chiarimenti da parte dei reali sauditi. L’avvenimento è particolarmente problematico per gli USA; ciò perché l’Arabia Saudita è da sempre il pilastro, insieme ad Israele, della strategia mediorientale americana.

Jamal Khashoggi: accuse di “doppio standard”

Mentre gli USA sono impegnati in un attacco a tutto tondo verso la Cina che riguarda anche la questione dei “campi di rieducazione” per musulmani in Xinjiang, una reazione poco efficace verso quanto successo rischia di abbassare ulteriormente la credibilità di Washington in termini di difesa dei diritti umani oltre le ragioni della politica, aprendo il campo ad accuse di “doppio standard”; insomma, di utilizzare “due pesi e due misure”.

In ogni caso, quanto successo è un brutto colpo per l’immagine del principe Saudita Mohammad Bin Salman. Quest’ultimo ha conquistato il potere del regno anche grazie ad una prospettiva di rinnovamento rispetto all’antico modus operandi della casa reale, da sempre portavoce di una versione dell’Islam, il wahhabismo, particolarmente conservatrice e in frontale opposizione con lo sciismo duodecimano degli ayatollah di Teheran.

Jamal Khashoggi: il conflitto con l’Iran

Ma evidentemente, al fianco di una prima apertura sul tema dei diritti civili e di una rinnovata proposta sul versante economico quale il piano Vision 2030 ( focalizzata sulla diversificazione del commercio e dallo stop ad una politica basata solo sull’esportazione petrolifera) le ragioni della politica internazionale sono tuttora troppo potenti.

L’Arabia Saudita è infatti impegnata in un conflitto a tutto campo in ambito regionale con l’Iran per il controllo del Medio Oriente, confronto che vive anche di guerre vere e proprie come quella in dove è in corso di fatto una guerra per procura tra il governo di Sana’a e i ribelli Houthi, i primi sono appoggiati da Riyadh e i secondi da Teheran.

Jamal Khashoggi: la questione siriana

Anche quanto avviene in Siria, con l’Iran sempre più presente nel territorio e attore cardine dei processi di pace tripartiti con Russia e Turchia, spaventa Riyadh che vede il nemico sempre più vicino e capace di estendere la sua influenza fino al Mediterraneo attraverso Iraq, Siria e Libano.

L’omicidio di Khashoggi dunque, oltre ad essere legato a questioni di politica interna dando un segnale forte a tutti i dissidenti da parte del regime, segnala anche le tensioni esistenti in Medio Oriente. Le voci critiche nei confronti delle politiche del regno dei Saud non devono dormire sonni tranquilli.

CNN e New York Times hanno annunciato qualche giorno fa che i sauditi sarebbero pronti ad ammettere la morte di Khashoggi, scaricando le colpe su un ufficiale dell’intelligence colpevole di un “interrogatorio finito male”. Basterà per mettere una pezza ad un caso che rischia di incrinare ogni processo di cambiamento politico del paese?

Michele Mastandrea

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